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 2014  aprile 01 Martedì calendario

AGGUATO A GIOVANNI GENTILE RIEMERGE LA PISTA BRITANNICA


Ai primi di settembre del 1943, Giovanni Gentile ebbe occasione di incontrare lo storico della filosofia Mario Manlio Rossi e, a fine conversazione, lasciò cadere una strana frase che lo stesso Rossi riferì alcuni anni dopo: «Ho completato la mia opera; i vostri amici, ora, possono uccidermi se vogliono». Il fascismo era caduto il 25 luglio di quello stesso 1943 e il colloquio avveniva, presumibilmente, nei giorni precedenti l’armistizio dell’8 settembre, con quel che ne sarebbe seguito: la divisione dell’Italia in due, da una parte il Regno del Sud liberato dagli Alleati, dall’altra la Repubblica sociale «protetta» dai nazisti. Il filosofo di Castelvetrano avrebbe aderito alla Rsi, si sarebbe trasferito a Firenze, dove il 15 aprile del 1944 sarebbe stato ucciso da un commando di partigiani comunisti davanti a Villa Montalto. Le parole riferite da Rossi hanno colpito gran parte dei biografi di Gentile, che hanno intravisto in esse una sorta di presentimento per quel che di tragico sarebbe accaduto di lì a qualche mese. Adesso Luciano Mecacci in un libro assai interessante, La ghirlanda fiorentina , che sta per essere pubblicato da Adelphi, individua tra le righe qualcosa di sorprendente a proposito dei «vostri (Rossi lo scrisse in corsivo) amici» che Gentile aveva individuato come suoi futuri assassini.
Giova qui ricordare due particolarità di La ghirlanda fiorentina . L’autore, Mecacci, è un illustre psicologo che alcuni anni fa si era imbattuto nella figura di Mario Manlio Rossi ed è da quel personaggio che ha dipanato il filo del racconto. L’editore, Roberto Calasso, è figlio del grande giurista Francesco Calasso (e di Melisenda Codignola, figlia a sua volta del pedagogista Ernesto, nonché sorella dell’esponente del Partito d’Azione, Tristano). Francesco Calasso ebbe a che fare con la vicenda trattata in La ghirlanda fiorentina, dal momento che — assieme a Ranuccio Bianchi Bandinelli e a Renato Biasutti — fu uno dei tre docenti fermati per l’uccisione del filosofo. Per giorni e giorni i tre professori restarono sospesi tra la vita e la morte. Furono poi rilasciati per intercessione del console tedesco Gerhard Wolf e degli stessi familiari di Gentile, i quali, oltre ad essere persuasi che i tre insegnanti non avessero avuto a che fare con il delitto, non volevano, in ogni caso, che all’uccisione del filosofo fosse dato un seguito di sangue. Così Roberto Calasso, che all’epoca aveva tre anni, poté riabbracciare il padre.
Per decenni, nonostante la rivendicazione del Partito comunista, si seppe poco degli esecutori materiali dell’assassinio. Si sapeva solo che il loro leader era stato Bruno Fanciullacci, successivamente catturato dai tedeschi, evaso, ripreso e infine morto suicida, il 17 luglio 1944, nelle carceri naziste. Finché un’inchiesta di Giampiero Mughini, pubblicata dall’«Europeo» nel maggio 1981, rivelò le identità degli appartenenti al commando. Tutto risolto? Nient’affatto. Nel 1985 un libro di Luciano Canfora, La sentenza (Sellerio), riaprì il caso prendendo le mosse dalla rivendicazione comunista del delitto, sul giornale clandestino «La Nostra Lotta». Rivendicazione che avvenne tramite una postilla apocrifa (vergata da Girolamo Li Causi) ad uno scritto — precedente — del grande latinista Concetto Marchesi. Marchesi non prese mai le distanze da quelle righe scritte da Li Causi, ma, a marcare una distinzione di responsabilità, a guerra finita ristampò, nel libro Pagine all’ombra (Zanocco), il proprio articolo nella versione originaria, priva dell’aggiunta che conteneva la «condanna a morte».
Quando poi uscì La sentenza di Canfora, Sergio Bertelli raccontò che lo scrittore Romano Bilenchi gli aveva rivelato esser stato Bianchi Bandinelli uno dei mandanti del delitto. Nel 1989 il filologo Carlo Dionisotti riassunse così (in una lettera privata) la questione: «Che gli uccisori di Gentile fossero comunisti è fuori dubbio. Resta a sapere chi diede l’ordine. Certo non Marchesi. Certo qualcuno che allora era e aveva autorità a Firenze». Un modo di sottolineare che le rivendicazioni dello stato maggiore del Pci e l’individuazione dei partecipanti al commando non avevano chiarito del tutto i termini del delitto. Poi, una decina di anni fa, sono stati editi da Le Lettere due libri — Assassinio di un filosofo. Anatomia di un omicidio politico di Francesco Perfetti e Il delitto Gentile. Esecutori e mandanti. Novità, mistificazioni e luoghi comuni di Paolo Paoletti — che hanno messo in luce numerosi altri aspetti ambigui della vicenda. Che la fanno per molti versi assomigliare a quelle delle uccisioni, negli anni Settanta, di Luigi Calabresi (1972) e di Aldo Moro (1978): qualche relativa certezza sugli esecutori, poche sui mandanti e ancor meno (al massimo qualche supposizione) su chi si muovesse alle loro spalle.
Il filosofo Cesare Luporini, già senatore del Partito comunista italiano, in una trasmissione radiofonica del 1989 — in onore (e in presenza) di Eugenio Garin — ammise che in merito a quell’uccisione c’erano «cose che forse ancora non si possono dire». Un altro filosofo, Gennaro Sasso, che aveva ascoltato alla radio quelle parole, commentò: «Può darsi che il momento (di dire quelle cose di cui parla Luporini) non sia ancora venuto; mi auguro che, nella forma che egli riterrà la più opportuna, le sue informazioni siano comunque messe a disposizione del postero che desideri stabilire con verità come in quel lontano giorno dell’aprile 1944, davanti a Villa Montalto, andarono propriamente le cose, e chi, propriamente, avesse deciso che andassero così». Ma Luporini non raccolse il suggerimento di Sasso. Anche sul ruolo di Bianchi Bandinelli restano dei dubbi. Bianchi Bandinelli, raffinato archeologo, grande amico (come anche Luporini) di Bernard Berenson, accompagnatore, in camicia nera, della visita di Adolf Hitler nel 1938 a Roma e Firenze, all’epoca dei fatti si stava avvicinando al Pci. «Oggi non sembrano cristalline le posizioni politiche da lui assunte in quegli anni, ma non so se è giusto considerarle ambivalenti», ha scritto Alvar González-Palacios in un libro che è un piccolo gioiello, Persona e maschera , appena pubblicato da Archinto. Anche un’altra gappista, Teresa Mattei, raccontò che Bianchi Bandinelli aveva quanto meno avallato il delitto, definendolo «un atto terribile, ma necessario». Già Canfora, però, ha dubitato della veridicità di quei ricordi, mettendo in evidenza il fatto che Bianchi Bandinelli aveva aderito al Partito comunista nel settembre del 1944 ed era perciò improbabile che fosse stato ammesso nella ristretta cerchia di chi, cinque mesi prima, aveva concepito l’attentato a Gentile.
A proposito di Garin va ricordato che quattro giorni dopo l’uccisione, lui stesso si trovò a tenere a Firenze una lezione (su san Carlo Borromeo) nel corso della quale svolse una sorta di orazione funebre in onore del filosofo ucciso. «Invano», scrive Mecacci, «ho cercato nell’archivio del circolo qualche documento sullo svolgimento della serata». E ancora: «Rincresce che fra le carte di Garin detenute dalla Scuola Normale di Pisa non ci sia traccia del testo della commemorazione di Gentile». Ci dobbiamo attenere ad un succinto resoconto pubblicato dalla «Nazione», secondo cui, quella sera a Firenze, «l’oratore, legato di filiale amicizia a Giovanni Gentile», ne aveva «tratteggiato l’alta figura morale». A tal punto «filiale» era l’amicizia di Garin che Gentile aveva proposto all’editore Vallardi di pubblicare una storia della filosofia italiana con le due firme, la sua e quella dello stesso Garin, appaiate. Cosa di cui Gino Vallardi scrisse esplicitamente al figlio di Gentile, Federico, un mese dopo l’uccisione del padre. Poi fu lo stesso editore ad avere un ripensamento. Il 25 aprile del 1945 l’Italia fu liberata e il 29 luglio Vallardi scrisse a Garin, spiegando che «gli avvenimenti dell’aprile scorso ci hanno fatto pensare sull’opportunità — o meno — di editare un volume che uscisse col nome del prof. Gentile».
Nel frattempo Garin aveva già provveduto a mettere in regola le proprie carte. Nel settembre del 1944, appena quattro mesi dopo la sua commemorazione di Gentile, aveva scritto sul «Corriere di Firenze» che «il fascismo era, non già una discutibile teoria politica, ma il malcostume eretto a sistema e la organizzazione programmata di quanto peggiore i secoli più tristi della storia d’Italia abbiano lasciato in eredità nel carattere italiano». Poi collaborò al giornale liberale «La Nazione del Popolo», quindi firmò, il 26 febbraio del 1946, il «Manifesto agli italiani» del Movimento della democrazia repubblicana di Ferruccio Parri e Ugo La Malfa. Garin aveva poi rimesso in ordine i propri conti con il passato, scrivendo nell’aprile del 1954 (sul «Nuovo Corriere») che, pur essendo ancora un «non comunista», desiderava esprimere un netto «ripudio dell’anticomunismo». E Togliatti lo aveva premiato, nel 1958, invitandolo a tenere all’Istituto Gramsci una relazione sul fondatore dell’«Ordine Nuovo» alle cui «Lettere» e ai cui «Quaderni» Garin aveva prestato attenzione già dalla seconda metà degli anni Quaranta. Dopodiché, secondo Mecacci, i riferimenti di Garin al maestro di Castelvetrano furono caratterizzati da «reticenze» e «inusitate sciatterie» sulla quali, afferma l’autore de La ghirlanda fiorentina , «non mi sento di fare altra ipotesi se non che la morte di Gentile dovette agire su di lui come un fatto traumatico, tale da condizionare l’elaborazione del distacco necessario a consentirgli un lavoro storico compiuto».
Ma torniamo ai fatti del 15 aprile 1944. Sono da registrare alcune stranezze che hanno caratterizzato quello che è difficile classificare in senso stretto come un episodio della Resistenza all’invasore nazifascista. Bruno Fanciullacci, il capo del commando che eseguì la «sentenza di morte» per Gentile figura nel Dizionario della Resistenza edito da Einaudi nel 2001 senza che ci sia alcun riferimento al gesto più clamoroso a lui attribuito, l’uccisione del filosofo, appunto. E ancora: l’uomo che sparò quasi sicuramente fu il gappista Giuseppe Martini (nome in battaglia «Paolo»), espatriato in Cecoslovacchia tra il 1948 e il 1954, morto nel luglio del 1999 senza che, nel Pci, mai più nessuno abbia parlato di lui. Sia Martini che Luciano Suisola, anch’egli gappista, dissero di aver avuto l’impressione che «l’ordine di giustiziare Gentile venisse da più in alto» di Alvo Fontani, Cesare Massai o altri dirigenti del Pci fiorentino. Quando, 55 anni dopo l’uccisione di Gentile, Martini morì — malato e con scarse risorse finanziarie (campava della sola pensione minima) — al suo funerale, per quel che risulta a Mecacci, «non si presentarono rappresentanze ufficiali dei suoi vecchi compagni di lotta». C’è poi un’altra vicenda curiosa. Nel 2004, un ex partigiano azionista, Bindo Fiorentini, raccontò che alla fine di marzo del 1944 «una figura in vista nel movimento di liberazione fiorentino» gli aveva chiesto di accompagnare un esponente del Partito d’Azione per un sopralluogo là dove sarebbe stato ucciso Gentile. Citava, Fiorentini, il giro di Radio Cora, l’emittente clandestina del Partito d’Azione, canale di comunicazione tra il partito stesso e l’VIII armata britannica. La sede di Radio Cora in Piazza d’Azeglio, a Firenze, sarebbe poi stata scoperta dai tedeschi il 7 giugno del 1944. Bizzarro quel coinvolgimento degli azionisti, dal momento che il Partito d’Azione avrebbe poi polemizzato con i comunisti non solo per l’assassinio del filosofo, ma soprattutto perché in quel partito aveva rivendicato quell’impresa a nome dell’intero Cln. Con l’aggravante — secondo la loro denuncia — degli epiteti a cui aveva fatto ricorso il segretario del Pci, Palmiro Togliatti, all’indirizzo del pensatore ucciso: «canaglia», «bandito politico», «camorrista», «corruttore di tutta la vita intellettuale italiana», «immondo», «filosofico bestione». Giudizi a cui immediatamente si era adeguato il filosofo comunista Antonio Banfi: «Gentile», scrisse Banfi, «era e rimase un incolto… Le sue ricerche non uscivano dall’ambito della ‘filosofia delle bancarelle’… La crudeltà della morte sembra sproporzionata alla persona, sembra gettare non una luce tragica, ma un senso di grottesco su una vita ed un’anima mediocre». E qui Mecacci ripropone, non senza malizia, precedenti lettere nelle quali, per perorare la causa della propria carriera universitaria, Banfi si era rivolto a Gentile con espressioni oltremodo melliflue: «la mia sorte nel concorso è tutta affidata a Lei», «la Sua stima m’è ora di vivo compiacimento e conforto», «le scrivo e ancora una volta le raccomando la mia sorte».
Diverso il comportamento di Guido Calogero, che di Gentile era stato allievo e, pur essendo un convinto antifascista, non volle dimenticare anche in quei tragici momenti quanto il filosofo dell’attualismo aveva fatto per consentire a quelli come lui di potersi esprimere e, soprattutto, come si fosse prodigato in sostegno agli intellettuali ebrei. Una volta Gennaro Sasso così riferì della «censura» di Calogero in relazione a quel tragico evento: «Della morte del suo antico maestro, col quale aveva intrattenuto un rapporto profondo, preferiva dimenticarsi (avvolgendola, intendo dire, dell’oblio che riserviamo alle cose che non abbiamo la forza di tener dolorosamente vive nella memoria) e Gentile era in genere per lui un argomento sul quale non riusciva a soffermarsi». Per quel che riguarda i professori universitari, i funerali di Gentile si segnalarono — come fece immediatamente notare Giacchino Volpe — più per le assenze che per le presenze. Tra quelli che parteciparono ci fu l’intellettuale crociano Raffaello Franchini (allievo di Mario Manlio Rossi), il quale, poco tempo dopo, fu il primo a puntare l’indice accusatore contro gli ex allievi del filosofo: «Se pensiamo che tra i mandanti morali ci sono alcuni uomini che da Gentile ebbero cattedre, pubblicazioni di libri, titoli accademici, favori di ogni genere e che del nome di Gentile fecero l’etichetta, il biglietto da visita a effetto sicuro per le loro opere storiche filosofiche e letterarie, se noi pensiamo a tutto ciò, più che lo sdegno ci prende un’angoscia profonda, uno smarrimento indicibile». C’è poi un’altra circostanza poco chiara. A seguito dell’uccisione di Gentile, a parte l’arresto (e il rilascio) delle persone di cui si è detto, non furono presi provvedimenti. Invece due settimane dopo, allorché fu ferito a morte un ufficiale della Guardia nazionale repubblicana, Italo Ingaramo, furono immediatamente mandati al plotone di esecuzione prima quattro e poi altri tre prigionieri. È evidente la sproporzione tra le due reazioni.
Insomma tanti, tantissimi misteri avvolgono questa storia. Mecacci, sulla scia di alcune intuizioni contenute ne La sentenza di Luciano Canfora, riprende un filo a suo giudizio lasciato cadere troppo in fretta: quello del rapporto tra i servizi segreti inglesi, Radio Cora e un circolo, il più insospettabile, di intellettuali fiorentini. Quello di Mecacci non è un ragionamento a tesi: un grande pregio de La ghirlanda fiorentina è quello di aprire squarci in zone d’ombra dove la luce non era mai penetrata, senza avere la pretesa di dire una parola definitiva. Qui torna come personaggio centrale Mario Manlio Rossi. Quel Rossi che avrebbe avuto un rapporto molto conflittuale, per dispute di concorsi universitari, con Garin (il Garin da lui definito in anni successivi «quel piccolo carognetto che dài e picchia, saltando dal fascismo alla sacrestia, è riuscito a battermi con i suoi soliti pasticcetti e giocherelli») e che, pur potendo vantare validi titoli di antifascismo — o forse proprio per questo –, aveva sempre rifiutato di avvicinarsi al Pci e, anche nel secondo dopoguerra, aveva tenuto rapporti di affetto e amicizia con i figli di Gentile. In particolare con Federico, che condivideva con lui il disprezzo per molti ex allievi del padre, tant’è che il 5 aprile del 1948 gli scrisse: «In nessun campo si è visto fare tante capriole indecenti come quello della cultura, e veramente c’è un limite anche alla indecenza». Rossi non aveva un carattere facile (ma Benedetto Croce ebbe per lui parole di stima) e quando, per reazione alle vicende di cui si è detto, andò a insegnare a Edimburgo, furono pochi i giovani italiani che andavano a fargli visita: fra questi — particolare interessante — lo studioso del teatro inglese Masolino d’Amico e sua moglie, la francesista Benedetta Craveri, nipote di Croce. Nel corso della guerra Rossi era stato assunto dal Governo militare alleato, per conto del quale aveva lavorato a Firenze, dove però non esiste documentazione su quel che fece in tale veste. «Non voglio scivolare in banali dietrologie», scrive Mecacci, «ma insospettisce il fatto che non vi siano tracce». Quali erano, all’epoca, gli «amici» di Rossi a cui avrebbe potuto essersi riferito Gentile nella conversazione in cui aveva previsto la propria uccisione? Certo, afferma Mecacci, non i comunisti, bensì «amici anglosassoni, soprattutto irlandesi e scozzesi, con cui Rossi era venuto a contatto nel corso dei suoi lunghi viaggi». Quelle stesse persone che avrebbero avuto un peso determinante «sulla sua assunzione come assistente-interprete degli ufficiali inglesi del Governo militare alleato, e poi, presso il contingente americano, come insegnante di storia e filosofia dalle alte benemerenze antifasciste». Tra questi si segnala John Purves, suo predecessore nella cattedra di Edimburgo. Purves era venuto in Italia prima della guerra e aveva avuto un’ intensa frequentazione, a Firenze, con Eugenio Montale e i suoi sodali. Un ambiente di cui Purves, arruolato (come si desume da numerosi indizi) nell’«esercito segreto di Churchill», annotò tutto, nome per nome, in un taccuino a cui pose il titolo — già allora, una prima volta — «Ghirlanda fiorentina». «Ghirlanda fiorentina» che servì da «agenda» per i servizi segreti alleati. Ed è in margine a questo taccuino di Purves che Mecacci scrive le pagine più ricche, suggestive e affascinanti del suo libro pubblicato da Adelphi.
Ma torniamo alla morte del filosofo. Gentile tra il 1943 e l’inizio del 1944 era praticamente in rotta con fascisti e nazisti. Già nel giugno del 1943, prima della caduta del fascismo, aveva pronunciato in Campidoglio un discorso a favore della pacificazione nazionale. Poi aveva sì seguito Mussolini nell’avventura della Rsi (probabilmente anche per ottenere la liberazione del figlio Federico, internato dai nazisti in un campo di prigionia a Leopoli), ma aveva manifestato dissenso nei confronti di Alessandro Pavolini e sdegno per le efferate imprese della banda guidata da Mario Carità. Il 10 aprile del 1944 i tedeschi avevano ucciso Brunetto Fanelli, segretario della sua casa editrice, la Sansoni (ed è curioso, osserva Mecacci, che nella saggio La Resistenza a Firenze di Carlo Francovich, dove pure di lui si parla, non si faccia cenno al legame tra Fanelli e Gentile). Il filosofo — che seppe dell’assassinio del suo segretario la mattina del 15 aprile — aveva precedentemente chiesto un incontro a Mussolini, il quale lo avrebbe ricevuto il 18. Per ascoltare, presumibilmente, le sue rimostranze. Strano che, essendo questo lo stato dei fatti, radio Londra avesse proprio in quel periodo intensificato gli attacchi a Gentile e ancor più sorprendente la messe di indizi che collegano americani, inglesi e ambienti della «ghirlanda fiorentina» all’uccisione del filosofo. Mecacci, ripetiamo, si limita ad elencarli, guardandosi bene da puntare l’indice accusatorio. Al più spiega come attorno a Gentile si stesse creando una corrente politica pronta a offrire una soluzione di compromesso — la «pacificazione nazionale» — per fare uscire dalla guerra la Rsi. E come, a quel punto, gli Alleati volessero evitare che tale proposta venisse anche solo presa in esame. Mecacci si spinge a ipotizzare che «se Gentile fu ucciso, nel mese della svolta di Salerno (quella con cui Togliatti accettò il patto con Vittorio Emanuele III in funzione antitedesca), per la preoccupazione che destava un suo possibile futuro di leader, proprio tale futuro avrebbe potuto essere l’argomento centrale di discussione con il Duce» fissato per il 18 aprile. Su una cosa l’autore non sembra aver dubbi: i colpi contro Gentile non furono esplosi per il suo passato ma per il futuro che, proprio in quel frangente, avrebbe potuto avere.