Giorgio Dell’Arti, il Venerdì 9/6/1989, 9 giugno 1989
TOMMASINO LA MORTE E IL GIOCO
Tommaso Landolfi, uno scrittore poco letto ma tra i più importanti del nostro Novecento, moriva dieci anni fa. La ricorrenza ha fornito l’occasione per numerosi articoli di giornale, per la ristampa – avvenuta tra mille polemiche, come quasi sempre capita per le antologie – delle pagine più belle scelte da Italo Calvino (Rizzoli) e per un convegno svoltosi nei giorni scorsi a Trento. A parte i figli e la moglie, poche altre persone possono ormai parlare di Landolfi com’era: un tema che suscita una speciale curiosità, dato che Landolfi fu uomo autenticamente schivo, della cui vita si sa pochissimo. Tra quelli che lo conobbero c’è Romano Bilenchi, grande scrittore e grande giornalista, che lo frequentò soprattutto negli anni ’30-’40, quando Landolfi stava a Firenze. Bilenchi, che compie ottant’anni quest’anno, ha accettato di parlare con noi del suo amico. Quella che riportiamo qui di seguito è la trascrizione, il più possibile fedele, di quanto ci ha detto.
«Tommasino non amava farsi fotografare e una volta che si stava al caffè e un fotografo gli venne vicino alzò la mano e si vide poi che sull’istantanea non era venuto che il ritratto del palmo. Ma in vecchiaia questa antipatia per la foto gli passò un poco e infatti qualche immagine sua c’è. Invece non si opponeva se uno lo voleva dipingere o disegnare e Rosai tante volte gli fece uno schizzo, così al volo, su fogli di carta o a matita sul marmo del tavolino da caffè.
«Io lo conobbi nel ’32. Arrivai un pomeriggio al caffè San Marco e c’erano Renato Poggioli, Landolfi e Luigi Berti. Io stavo con Ungaretti, Berto Ricci e Bonsanti. Poggioli s’alzo per salutare Ricci e mi presentò Landolfi. Landolfi aveva un cappottino azzurro, un po’ leggero per la stagione, che era ottobre o forse novembre. Dopo le presentazioni si risedette e ricominciò a parlare di quello di cui stava parlando prima, cioè della poetessa Anna Achmatova. Io vidi che era bello e che assomigliava a Gogol.
«Più tardi le traduzioni di Tommasino dal russo sarebbero diventate celebri, ma io non so se, a parlarla, lui questa lingua la sapesse così bene. A Firenze viveva una vecchia profuga russa, che aveva insegnato il russo a tutti quelli che a Firenze lo sapevano (una signora stravagante, per quei tempi, che la domenica andava allo stadio a vedere le partite di calcio) la quale mi raccontò che avevano invitato Landolfi e Poggioli a un rito ortodosso e, rivolgendosi tutti quanti a Tommasino in russo, risultò che lui non sapeva rispondere, in quella lingua, nemmeno “buonasera” Ma questo non deve meravigliare perché Landolfi, se pure non sapeva il russo parlato, conosceva però – per puro amor di lingua – tutte le grammatiche del mondo, anche quella turca, e se gli capitava qualche giovane che diceva di studiare questa o quella lingua subito gli faceva domande: perché in quel caso si dice così? e perche in quell’altro colà? I giovani, terrorizzati, scappavano.
«Quando gli pigliavano i cinque minuti di mattana erano dolori. In piazza della Repubblica aprirono un negozio di abbagliamento con l’insegna “La Moda d’Italia”. Questo negozio aveva due vetrine parallele nelle quali gli arredatori avevano messo, per il momento, dei manichini di donne nude. Arrivo e vedo che intorno al negozio si sono radunate due trecento persone. Guardano le donne nude? Neanche per sogno: guardano Tommasino che esce da una vetrina ed entra nell’altra, poi esce da questa e rientra nella prima, tutto affannato, tutto trafelato e grida: “Quanto sono belle! Bellissime! Quanto sono belle!” Mi ci volle un’ora per calmarlo e portarlo via di lì.
«Un anno dopo quel primo incontro al Caffè San Marco, lo rivedo alle Giubbe Rosse, cominciamo a frequentarci. Lui pigliava in giro: “Che belle mani avete. Maestro”. Questa frase era la sua preferita. Una volta, eravamo seduti con Gadda, e Landolfi comincia a fare: “Vedi Bilenchi com’è elegante, raffinato…” un’altra versione del “che belle mani avete, Maestro”. Poi, siccome le idee mie e di altri erano note – venivamo chiamati “bolscevichi” – attaccò a dire: “Signor Gadda, lui, Pratolini, Alfonso Gatto, Vittorini, quando avranno vinto, vi manderanno in Calabria a scrivere romanzi sui braccianti calabresi”. Io dentro di me pensavo: “Sta’ a vedere che Gadda ci crede davvero” E Infatti Gadda aveva una faccia preoccupata.
«Tommasino girava con gente più giovane di lui, la notte giocava. Una notte, io ero appena arrivato al caffè dal giornale, si presenta.
«“Romano, vieni con me, si va al Casino Borghese a giocare”.
«“Ma io non ho i soldi”.
«“Non importa, te mi porti fortuna” (Landolfi, infatti, quando giocava perdeva sempre).
«Andammo e io mi sedetti vicino a lui e lo guardai giocare e alla fine della notte aveva vinto più di undici milioni, undici milioni del 1940, una somma enorme (per avere un’idea dell’enormità di quella somma posso dire questo, che Traverso comprò allora un villino dalle parti di via Cavalcanti, sempre qui in Firenze, e lo pagò centomila lire).
«Usciti dal Casino Borghese, io dissi:
«“Dammene mezzi di questi undici milioni, che ti compro cinque o sei quartieri, almeno li perdi uno alla volta”.
«Lui rispose:
«“No”.
«Si comprò invece due cappelli, due vestiti e una motocicletta e con questa motocicletta portava su e giù gli amici tra Firenze e Fiesole.
«Poi aveva una donna e la portò a Sanremo e in quattro ore perse tutto quello che gli restava degli undici milioni, ma tutto tutto. Rimasto senza niente, si mise a sedere su una panchina davanti al casinò. Dopo un po’ passò un rappresentante di medicinali (per via del gioco conosceva persone di ogni ambiente) e questo rappresentante di medicinali gli dette le ottanta lire che gli servivano per tornare a Firenze. Ottanta lire! E quattro ore prima aveva posseduto undici milioni!
«Il gioco – non dico nulla di nuovo – era la sua ossessione. Quando giocava era invasato. Girava con le carte in tasca. Si portò un usciere dell’università a giocare in biblioteca e quello, purtroppo, fu scoperto e perse il posto. Alla fine dell’anno scolastico arrivava il padre che se lo metteva in carrozza e insieme facevano il giro di tutti i creditori, per soddisfare i debiti di gioco che Tommasino aveva fatto durante l’anno. Come mai il padre non gli diceva niente? Io non so rispondere, ma posso raccontare una voce che correva. Secondo questa voce anche il padre era stato giocatore e siccome Tommasino aveva perso la mamma a un anno e mezzo, quando andava a giocare, il padre se lo portava dietro. Può essere vero, può essere falso, certo è che il padre pagava e non diceva niente.
«Invece Landolfi non poteva soffrire i premi letterari e per convincerlo a partecipare allo Strega – che poi vinse – dovettero dargli un milione. Però non ci fu verso di persuaderlo ad andarlo a ritirare.
«“Ma perché, Tommasino, non ci vuoi andare?”.
«“Perché non voglio dare la schiena al pubblico”.
«Pampaloni andò a trovarlo nella villetta che aveva a Pico, vicino a Frosinone, ma Landolfi non si faceva vedere. Uscirono i familiari e dissero che Tommasino non si poteva disturbare, non voleva essere disturbato. Pampaloni disse: “Io aspetto”. Lo fecero accomodare in giardino. Passa un’ora, ne passano due, passa l’intero pomeriggio e finalmente, alle sette di sera, Landolfi esce: ha un mantello nero e un cappello calato sugli occhi. Attraversa il giardino senza degnare Pampaloni di uno sguardo e s’inoltra, silenzioso, nel bosco.
«Scherzi così ne ha fatti a decine. Non però a me. A me, mi voleva bene. Passeggiavamo ore e ore e parlavamo di letteratura, di quale struttura dovessero avere i romanzi o i racconti. Sempre però così, in astratto, mai davanti a un libro concreto. Quando scrissi Conservatorio di Santa Teresa avevo qualche dubbio sul finale. La zia di Sergio, il bambino protagonista, si innamora di un uomo sposato, Edoardo, che alla fine deve sparire. Landolfi era d’accordo su questo: il personaggio di Edoardo alla fine doveva sparire. Ma sparire come? Io da bambino, una notte, uscendo da un posto dove si beveva, avevo visto uno ammazzato a coltellate. A casa mia avevano detto subito che erano stati i fascisti. Pure, il morto era un operaio e anche il suo assassino era un operaio. Come si spiegava? A casa mia non s’era parlato d’altro per giorni e giorni e, per questo, quel delitto, quel fattaccio m’era rimasto impresso nell’anima in modo incancellabile. Così in Conservatorio, per far sparire Edoardo, adoperai quell’episodio della mia infanzia e lo feci ammazzare all’uscita di una bettola. Avevo però dubbi su questo finale: non sarebbe stato più naturale farlo presentare un giorno alla zia, fargli dire – così come accade nella vita di tutti i giorni –: “Guarda che ho moglie e figli, bisogna finirla?”.
«Con Landolfi si esaminava la cosa da ogni lato, i preti diranno che il libro è ambiguo, i critici tireranno fuori Freud che non c’entra nulla, i fascisti mi romperanno i corbelli. Alla fine mi decisi per il finale per il quale ero già orientato fin dall’inizio e Tommasino fu d’accordo.
«In politica Tommasino non era niente, ma antifascista lo era di sicuro. Quel “voi” che adoperava (“che belle mani avete, Maestro”) non aveva niente a che fare col “voi” fascista, era un “voi” per pigliare in giro. Le pagine di Tommasino emanano un terribile senso di morte, ma oso dire che nella vita Landolfi era gaio; pur di sfottere Bigongiari, imparò a memoria tutte le sue poesie.
«Quando uscì Conservatorio, io ero ansioso di sentire il suo parere e il suo parere fu questo:
«“Il libro va bene, trecento pagine e non c’è neanche un errore di grammatica…”.
«Lui diceva che questa capacità di scrivere trecento pagine senza errori era dovuta al mio essere toscano. Venne casa mia e vide che avevo un Dizionario delle congiunzioni (benché possa sembrare impossibile che in italiano vi siano tante congiunzioni da formare un dizionario, garantisco che io possedevo quest’opera, due volumi scritti fitti, con copertina color rosa, pubblicati da Le Monnier). Subito disse:
«“O me lo dai o non me ne vado di qui”.
«Io resistevo, cercavo di persuaderlo. Allora disse:
«“Tu sei toscano, non sbagli mai una congiunzione. A me questa fortuna non è capitata, io le congiunzioni le sbaglio. Dammelo, dammelo se no non vo via”.
«Effettivamente non se ne andava, bisognò dargli il dizionario.
«Oreste Macrì mi scrisse una recensione dei Racconti fatta alla maniera dei critici, tutta piena di “ma” e di “se”. Quando venne al caffè, Landolfi attaccò subito “che belle mani avete, Maestro” e subito dopo “mettetevi qui, Maestro” e poi ancora, rivolto a me, “Oreste sembra dubbioso” e quindi di nuovo, a Macrì, “ma come mai, Maestro, a proposito di voi, sembrate dubbioso, eppure il libro va senz’altro bene perché dura 200 pagine e per 200 pagine non ci sono errori grammaticali, alla fine Macrì, che è piccolo, tutto nervoso, si imbestiò per davvero.
«Un altro che Landolfi non poteva soffrire era Delfini. Vi fu un incidente assolutamente insignificante e Delfini sfidò a duello Luzi. Luzi scelse come padrini me e Parronchi, Delfini si prese Timpanaro senior e Montale. Noi cercavamo di persuadere i due a non battersi, la questione su cui s’erano presi era ridicola. Allora Landolfi, una mattina alle sette, venne a casa mia: lui aveva appena finito di giocare, io m’ero messo a letto per dormire dopo una notte passata al giornale. Andai ad aprire con gli occhi gonfi per il sonno.
«“Che vuoi?”.
«“Vieni giù al caffè”.
«“Ma che caffè, Tommasino, voglio dormire”.
«“Tu non vuoi far battere a duello Delfini…”.
«Io dissi “non mi rompere i corbelli” e stavo per chiudere la porta, ma Landolfi mise il piede in mezzo e attraverso lo spiraglio ch’era rimasto aperto disse questa frase, così tipicamente landolfiana:
«“Il suolo di Firenze deve essere insanguinato da quel porco romagnolo…”.
«Sì, D’Annunzio gli piaceva, specialmente il D’Annunzio delle poesie. Con Montale invece non andava bene, Montale attraversava un periodo molto difficile e Tommasino, col suo fare beffardo, lo buttava ancora più giù. Nemmeno a Montale fu risparmiato il “che belle mani avete, Maestro”. Montale riprendeva fiato solo frequentando certi stranieri amici suoi e in particolare una ragazza tedesca, profuga antinazista, alla quale cantava per telefono Mozart.
«Dopo la guerra, quando dirigevo Il Nuovo Corriere, venne a chiedermi se gli pubblicavo qualcosa. Io gli dissi:
«“A te, qualsiasi cosa”.
«Mi diede quattro o cinque racconti tradotti, tra cui uno di Merimée. Non voleva essere pagato. Naturalmente lo compensai, col massimo consentito dalle magre casse del giornale. In quell’epoca Landolfi aveva sempre bisogno di soldi. I racconti li pubblicai a puntate, a mo’ di feuilleton.
«L’ultima volta venne a Firenze e mi telefonò. Stava dalla Pincherle, la sorella di Moravia.
«“Tommasino! Vengo a trovarti!”.
«“No, no” disse “non venire. Sono brutto e da te non mi voglio far vedere”. Parlammo ancora un po’ e alla fine disse:
«“Stasera vo a cena fuori”.
«E siccome stavo zitto aggiunse:
«“Cancro permettendo”».
Giorgio Dell’Arti