Vittorio Lojacono, Domenica del Corriere 2/2/1964, 2 febbraio 1964
ANCHE A PIANOSA C’È UN “UOMO DI ALCATRAZ”
Anche nei penitenziari italiani c’è un « uomo di Alcatraz ». Come Robert Stroud (condannato per omicidio e dalla cui storia è stato tratto un film, appunto « L’uomo di Alcatraz » con Burt Lancaster), anche Aldo Piram, livornese trentottenne, ha studiato tra le mura del carcere sino a diventare un autentico scienziato. Ma la storia di Aldo Piram ha anche qualcosa delle vicende che resero celebre il bandito Chessman: come lui — che passava le sue giornate a studiare i testi giuridici riuscendo a trovare i cavilli che gli hanno permesso di rinviare per otto volte la sua esecuzione capitale — come lui Aldo Piram, dopo aver a lungo consultato i testi giuridici, ha suggerito ai suoi avvocati la strada per sostenere la incostituzionalità dell’articolo 116 del codice penale. L’articolo cioè per il quale egli era stato condannato nel dicembre 1951 a trent’anni di reclusione per concorso in omicidio e rapina, pena confermata in appello a Firenze nell’aprile ’52 e in Cassazione nel giugno dell’anno dopo. E’ la richiesta che i suoi legali hanno presentato ora alla Corte Costituzionale e che potrà far tornare libero il detenuto-scienziato del penitenziario di Pianosa.
Aldo Piram, condannato a trent’anni per omicidio, non ha in realtà ucciso nessuno: l’uomo che ha materialmente colpito a morte il guardiano del cinema centrale di Livorno è Luciano Belli; anche lui condannato a trent’anni e detenuto in un carcere toscano. Insieme, il Piram e il Belli, avevano concertato il furto: intendevano forzare la cassaforte del cinema e impadronirsi degli incassi serali del due locali « Centrale » e « Politeama » — dello stesso proprietario, il signor Corrado Gragnani.
Sia per il Piram sia per il Belli il furto non si presentava di estrema difficoltà: Aldo Piram, che aveva sposato la figlia del proprietario del cinema, abitava proprio sopra il « Centrale » e Luciano Belli era uno degli operatori. Il piano era estremamente semplice. Avrebbero messo del sonnifero in alcune polpette da dare al cane del guardiano, per lavorare in pace, ben sapendo che il custode Mario Manzi era quasi sempre ubriaco.
La sera del 25 novembre 1951 Aldo Piram si alzò dal letto in cui dormiva con la moglie Mirella Gragnani, scese al piano terreno e aprì la porta al Belli; poi tornò di sopra e si coricò. Subito il cane cominciò ad abbaiare e anche il custode si svegliò. Il Belli perse la testa: poichè l’altro lo avrebbe immediatamente riconosciuto, tentò di fuggire, ma il Manzi gli si parò dinanzi: fu un attimo, Luciano Belli con una sbarra lo colpì una, due, dieci volte, poi si accanì su quel corpo con altri colpi. Ventisette ferite conteranno i medici la notte stessa del ricovero del poveretto in ospedale. In quel momento, mentre il Belli massacrava il custode. Aldo Piram era nella sua stanza. Si precipitò giù udendo le grida del Manzi; vide il Belli stravolto dal terrore fuggire.
Mario Manzi, nonostante quel terribili colpi, non era però morto. Spirò qualche ora più tardi dopo aver fatto il nome dell’uomo che aveva sorpreso e che l’aveva aggredito: Luciano Belli. Questi, subito, confessò che l’ideatore del furto era stato Aldo Piram che fu arrestato poco dopo.
Il delitto e il duplice arresto fecero enorme clamore a Livorno: la famiglia Gragnani è notissima in città, i Piram anche. Si sottolineò subito l’aspetto sociale del delitto: ideato da Aldo Piram benestante, viziato, viveur, aveva avuto per esecutore un ragazzo, quel Luciano Belli il quale sognava di sposarsi, e aveva perciò bisogno di soldi; un giovane, il Belli, che era stato sino a quella sera un onesto lavoratore e che solo l’influenza nefasta del Piram — dicevano — poteva aver portato a rubare, poi ad uccidere.
Il processo fu celebrato due settimane dopo il delitto, per direttissima. Dire che la brevità del tempo lasciato al difensori abbia influito sul verdetto sarebbe improprio, certo il dibattimento non si svolse nella serenità dovuta; e questo perché ancora la città discuteva dell’omicidio e delle responsabilità morali dell’uno e dell’altro. La sentenza accomunò entrambi con un identico verdetto: trent’anni.
I giudici ritennero infatti che l’omicidio volontario era stato commesso dal Belli ma che anche il Piram ne dovesse rispondere – pur non avendovi materialmente partecipato – per aver concorso moralmente al crimine. E questo in base all’articolo 116 del Codice Penale. In sostanza anche se l’uccisione del guardiano Mario Manzi era stata un evento diverso da quello concordato col Belli, il Piram era ugualmente colpevole di omicidio.
Aldo Piram nella gabbia della Corte d’assise chinò la testa e pianse; Luciano Belli sembrava impietrito. Due giorni dopo Aldo Piram, manette ai polsi, spettinato, distrutto, con gli occhi rossi, lo sguardo allucinato, camminando come un automa e quasi sorretto dai carabinieri salì sul vaporetto che l’avrebbe portato al penitenziario dell’isola di Procida. Era il Natale 1951.
Tredici anni sono passati e Aldo Piram è ancora nell’isola, ma non è più un numero e basta come il giorno in cui mise piede per la prima volta nel penitenziario: è un uomo che la segregazione ha reso maturo e che in questi anni ha trovato finalmente uno scopo di vita: il suo lavoro di ornitologo, i suoi studi prediletti sui volatili.
Sul torrione dello stabilimento penale il direttore ha tatto apporre una scritta: « Il penitenziario riceve l’uomo, il delitto resta alla porta ». E’ il suo motto, la regola che il dottor Luigi Dotto ha dato alla sua missione. Quando Aldo Piram venne a chiedergli di essere assegnato agli allevamenti di galline che il ministero della Giustizia ha da anni nell’isola per l’approvvigionamento dei settecento reclusi e del personale carcerario, il funzionario volle accontentarlo. Lasciare Aldo Piram ai lavori agricoli, zappa in mano tra le zolle, avrebbe significato uccidere quell’uomo che mostrava chiari segni di redenzione e che la condanna aveva inchiodato a una responsabilità che obiettivamente non era la sua. Piram infatti si confessava ladro, complice di ladro ma si ribellava ad essere considerato un assassino « Non ho ucciso nessuno, io », ripeteva. La sua vita era stata disordinata, rovinata dalle cattive compagnie, ma la realtà era e rimane ancora oggi una: Aldo Piram sconta un delitto che non ha commesso, ma di cui il codice lo considera corresponsabile.
I primi esperimenti
Il pollaio modello era allora affidato ad un detenuto che, dopo anni ed anni, era diventato un esperto ornitologo e che tutti chiamavano « maestro ». Costui, che era ormai alla fine della pena (oggi, libero, dirige un complesso industriale nel nord) accolse il nuovo aiutante con entusiasmo, gli trasmise i segreti degli esperimenti che stava compiendo, lo trattò come un figlio. Quando il « maestro » fu liberato, era logico che l’intero allevamento fosse affidato al Piram.
Da quel giorno il detenuto cominciò a chiedere aiuti, contributi, coppie di volatili al direttore; e questi girava le richieste al ministero. Dava parere favorevole perché conosceva ormai il Piram sia come uomo sia come studioso. Arrivarono così le prime coppie di quaglie, di fagiani, di galline « New Hampshire », di coturnici, arrivarono reti per i recinti, autorizzazioni alla costruzione di impianti incubatrici. Piram si gettò nel suo lavoro con un entusiasmo immenso: come una vocazione.
I primi esperimenti fallirono, ma non per questo Aldo Piram si perse d’animo. Morirono i primi fagiani che dimostrarono di non acclimatarsi in quell’isola calda e al tempo stesso battuta da una brezza marina. Piram allora esaminò le caratteristiche delle varie razze e concluse che solo il fagiano mongolo avrebbe resistito. Il ministero lo accontentò: dalle prime otto coppie di fagiani derivano i mille e più fagiani neri che oggi popolano gli allevamenti.
La scelta delle galline « New Hampshire » si rivelò anche essa esatta: rosse e « semipesanti » queste galline — sono ormai cinquemila — hanno raggiunto a Pianosa una produzione pro capite di circa ventinove uova al mese: un risultato davvero eccezionale. Ognuna delle galline del pollaio di Pianosa ha una targhetta alla zampa, ognuna è studiata, catalogata.
Contemporaneamente Aldo Piram continuò i suoi studi sugli incroci. Pochi mesi fa ha raggiunto un risultato sbalorditivo: un ibrido nato da un fagiano mongolo e da una gallina. E’ il « fagiano bianco », una autentica rarità.
La sera Aldo Piram chiude i libri scientifici e apre quelli giuridici. Del suo caso conosce ogni sfumatura. Si fa inoltre mandare da anni i resoconti di tutti i convegni di giuristi che si svolgono in Italia. E’ stato lui a suggerire ai suoi avvocati il ricorso da presentare alla Corte Costituzionale, l’organo competente a stabilire la legittimità costituzionale delle leggi. Per Aldo Piram infatti l’articolo 116 del Codice penale è in contrasto con l’articolo 27 della Costituzione che stabilisce che la responsabilità penale è personale.
L’articolo 116
Non è questo, della responsabilità oggettiva, un problema nuovo, nè è un problema soltanto italiano. In Inghilterra avvenne, nel 1953, addirittura un caso limite di cui fu protagonista un giovane di diciannove anni, Derek Bentley. Con un ragazzo di sedici anni aveva tentato una rapina ed era stato colto sul fatto. Disgraziatamente, quindici minuti dopo il suo arresto, il complice che era ancora libero, sparò e uccise un poliziotto. Furono di conseguenza ambedue accusati di omicidio; e siccome il ragazzo era ancora minorenne, solo Derek Bentley, che era invece già maggiorenne, finì con la corda al collo. Inutili furono le dimostrazioni della folla dinanzi alla prigione di Wandsworth.
Proprio a Livorno altri due giovani rischiano una grave pena, sempre in base all’articolo 116, perché un terzo complice ha minacciato un finanziere che l’aveva inseguito e fermato. I tre avevano rubato grano alla Federconsorzi, avevano caricato la refurtiva su un camion e mentre uno si era posto al volante dell’automezzo, gli altri due si erano allontanati ritornando alle rispettive case. Il camion venne però fermato a un paio di chilometri di distanza da una guardia di Finanza che intendeva compiere una normale visita di controllo del carico. Il ladro, impaurito, abbandonò il camion e fuggì per i campi, la guardia lo inseguì e quello, vistosi perso, estrasse un coltello e minacciò di uccidere il finanziere. Con quel gesto il reato mutò denominazione e gravità: era non più semplice furto ma rapina a mano armata; e di questa debbono rispondere tra poche settimane tutti e tre i complici, anche i due che, compiuto il furto, erano rientrati a casa.
E’ giusto l’articolo 116 del nostro Codice penale? E’ indubbiamente uno del più discussi. Il convegno giuridico tenutosi a Bellagio il 24 aprile 1959 sotto la presidenza di Enrico De Nicola si concluse con un parere unanime che ne suggeriva la soppressione. Aldo Piram, confortato da questi pareri, trovò che l’articolo 27 della Costituzione poteva consentirgli di ricorrere alla Corte Costituzionale. E’ quello che ha incaricato di fare ai suoi avvocati, Lorenzo D’Urso e Mario Chiesa. L’eccezione presentata alla prima sezione penale del Tribunale livornese è stata discussa in camera di consiglio il 21 dicembre scorso e lo stesso pubblico ministero Scarfi nella sua requisitoria scritta ha dato parere favorevole a che la richiesta di Aldo Piram fosse trasmessa alla Corte Costituzionale. E’ quel che è avvenuto: se ne attende ora la sentenza.
Aldo Piram potrebbe tornare libero in pochi mesi: porterebbe con sé i suoi libri, i suoi appunti, e, in una gabbia, i fagiani bianchi nati dai suoi esperimenti. E non è escluso che torni poi a Pianosa, da libero, con autorizzazione ministeriale, ormai come studioso, non più come un assassino.
Vittorio Lojacono