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 2013  novembre 28 Giovedì calendario

NILTON SANTOS, ULTIMO CAPITOLO DELL’ENCICLOPEDIA

Si chiude per sempre l’Enciclopedia del Calcio. Nilton Santos, 88 anni, gira l’ultima pagina e si volta dall’altra parte. Che il suo sonno sia dolce come lo è stata la carriera. «Ho amato il pallone come la vita. Non mi pento di nulla, non ho mai fatto male a nessuno e questo è un grande successo» disse qualche anno fa, prima che il morbo di Alzheimer lo costringesse dentro le mura di una clinica, lui che era stato abituato a scorrazzare, libero e felice, su e giù per la fascia e si divertiva come un matto.

Aneddoto E’ stato il più grande terzino sinistro della storia, e su questo non esistono dubbi perché sono stati gli stessi calciatori e la Fifa a metterlo in cima alla classifica. Ha inventato il ruolo, e questa è una medaglia da appuntarsi al petto: prima di lui i terzini stavano abbottonati, sempre sulla difensiva, attenti a non far segnare i loro diretti avversari. Con Nilton cambiò tutto: lui avanzava, oltrepassava la metà campo, andava sul fondo a crossare, provava persino a tirare. Siamo negli anni Cinquanta, il calcio era più lento di quello di oggi, ma la sostanza era simile. Al Mondiale di Svezia nel 1958, nella partita contro l’Austria, Nilton si stancò di stare fermo sulla linea difensiva: gli arrivò il pallone, lo stoppò e, lentamente, cominciò a correre in avanti. Dalla panchina, preoccupatissimo, si alzò il commissario tecnico del Brasile, Vicente Feola detto il «ciccione»: «Torna indietro, Nilton. Passa il pallone». Lui non si curò di quel suggerimento che assomigliava a un ordine: d’altronde lo chiamavano l’Enciclopedia proprio perché conosceva tutto del calcio, non esistevano segreti per lui. Così Nilton, con il pallone al piede, arrivò vicino all’area avversaria e poi fece partire un tiro che era una scheggia: gol meraviglioso. Esultò come un bambino, nonostante avesse già compiuto 33 anni, e pure il c.t. Feola alzò le braccia al cielo e mostrò il pollice all’insù. Come a dire: «Visto, Nilton? Te l’avevo detto...». L’Enciclopledia fece finta di nulla e si andò a prendere l’abbraccio dei compagni.

Furbizia Vinse i Mondiali del 1958 e del 1962 (75 presenze con la Seleçao e 3 gol), e partecipò pure alle brutte esperienze del 1950 e del 1954. Oltre a quella del Brasile, indossò soltanto la maglia del Botafogo (718 presenze e 11 gol). Fedele nei secoli. Disse: «Sono sempre un dilettante nello spirito, e non un professionista. Mi divertivo a giocare a pallone e al resto non pensavo. In carriera ho sempre firmato i contratti in bianco. Dei soldi poco mi importava. Ai terzini di oggi non invidio il loro stipendio, ma la libertà d’azione: possono andare all’attacco senza preoccuparsi di quello che succedeva alle loro spalle. Io, se il mio avversario faceva gol, finivo in croce». Va detto che, per evitare brutte figure, Nilton Santos mise le mani avanti con grande furbizia. Un giorno, al campo d’allenamento del Botafogo, si presentò per un provino un certo Manè Francisco dos Santos, in arte Garrincha. Giocava ala destra, Nilton doveva marcarlo: non lo vide mai. Alla fine del provino andò dai dirigenti del Botafogo e, testuale, ordinò: «Questo dobbiamo comprarlo. E’ meglio se gioca con noi, piuttosto che contro...».

Semplicità Di Garrincha diventò il miglior amico, l’unico che lo aiutò nel momento del dolore. Il giorno prima della finale di Svezia ‘58 i cronisti brasiliani gli domandarono: «Nilton, hai paura?». «E di che cosa? - rispose -. Il Brasile ha Didì, Garrincha e Pelè. Saranno gli svedesi a preoccuparsi...». Il calcio è anche questo: battute semplici che raccontano un gioco semplice (il problema è che ci sono sempre gli scienziati che vogliono complicarlo...). Nilton sapeva tutto, come diceva il suo soprannome, ma non lo faceva pesare. C’era, però, una cosa che non digeriva: quando i giocatori cambiavano squadra e, al primo gol con la nuova maglia, la baciavano davanti ai tifosi in delirio. Non sopportava il tradimento, e ancora meno l’incoerenza. Anche in questo Nilton era un uomo d’altri tempi.