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 2013  settembre 08 Domenica calendario


APPUNTI SU MARIO BACCINI

DA UNA RICERCA SULL’ARCHIVIO STORICO DEL CORRIERE DELLA SERA 1/1/2009-30/09/2013


I numeri sono da «concorsone» pubblico vecchia maniera: 1.667 candidati divisi in 40 liste, 698 donne, appena 48 posti disponibili. Mettere le mani, e il fondoschiena, su uno scranno dell’aula Giulio Cesare come consigliere comunale, è un campionato a parte, parallelo a quello degli aspiranti sindaco. Ci vogliono tante amicizie, buoni contatti, rapporto col territorio, un po’ di soldi da spendere, qualche idea. Tenersi i voti «attaccati» addosso è un lavoro.CONTINUA A PAGINA 3SEGUE DALLA PRIMAIn entrambi gli schieramenti, così, ci sono i veri specialisti. Nel centrodestra, «mister preferenze» era Samuele Piccolo, eletto nel 2008 con diecimila voti: è finito agli arresti, travolto dall’inchiesta giudiziaria sul «sistema» di aziende collegate alla sua famiglia.Senza di lui, nel Pdl è corsa a quattro tra i «signori dei voti»: i «forzisti» Marco Pomarici e Davide Bordoni, l’aennina (e vicesindaco) Sveva Belviso, Giovanni Quarzo «portato» dall’ex capogruppo Luca Gramazio. Una guerra tra correnti, per vincere la palma del più votato. Il coordinatore romano Gianni Sammarco punta anche su Giordano Tredicine, l’ex assessore Aurigemma sulla coppia Calzetta-Spena, Andrea Augello su Guidi-Mennuni, Renata Polverini su Enrico Folgori, il sindaco su Marco Visconti e Alessandro Cochi. Ma se la giocano anche Dino Gasperini, Veronica Cappellaro (indagata per i rimborsi del consiglio regionale), Enrico Cavallari, Antonio Gazzellone. In lista, anche Alan Baccini, figlio di Mario
Menicucci Ernesto
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(26 maggio 2013) - Corriere della Sera



È presidente della Fondazione Foedus, che si occupa della promozione dell’italianità e del sostegno a cultura, impresa e solidarietà in Italia e nel mondo. E’ presidente dell’Ente Nazionale per il Microcredito. (Wikipedia)


Intanto, a distanza di quasi tre anni dall’entrata in vigore della norma mancano i decreti attuativi e l’istituzione dell’Albo dei soggetti finanziatori, previsto dal 2010. «Lo possiamo costituire noi e a costo zero, in accordo con la Banca d’Italia», propone Mario Baccini, presidente dell’Ente nazionale per il microcredito, che ha appena annunciato lo stanziamento di un fondo da 900 mila euro (la garanzia è di 4,5 milioni grazie all’effetto leva), per sostenere nuovi progetti.
Gadda Pieremilio
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(22 aprile 2013) - Corriere della Sera


Molto indietro il Pdl che al 20,3% elegge sette parlamentari, lasciando fuori tra gli altri Mario Baccini e Mauro Cutrufo.
Fiano Fulvio
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(26 febbraio 2013)

Baccini era stato messo al decimo posto

ROMA ? È un po’ come dividersi l’argenteria quando il matrimonio va in frantumi e si rispolverano le liste di nozze con i regali degli amici, dell’una o dell’altro. Così nel Pdl ? fondato in prima battuta davanti al notaio da Forza Italia (70%) e da Alleanza nazionale (30%) ? ora si fanno avanti anche i «nani» (le piccole formazioni, ndr) che furono ammessi nel partito al grande evento congressuale organizzato da Silvio Berlusconi alla nuova Fiera di Roma il 27 marzo del 2009. Dietro quella fotografia che li ritraeva tutti insieme sorridenti ? da sinistra, Stefano Caldoro del Nuovo Psi, Carlo Giovanardi dei Popolari liberali, Gianfranco Rotondi della Dc, Sergio De Gregorio di Italiani nel mondo e Mario Baccini della Federazione dei cristiano popolari ? c’era un contratto. Quel pezzo di carta, ancora custodito in copia nella cassaforte di via dell’Umiltà così come ce lo depositò il coordinatore del Pdl Denis Verdini, assegnava ai «nani» (senza contare che poi sarebbero arrivati anche Francesco Pionati, Lamberto Dini e, seppure con molti distinguo, Francesco Nucara) un 10% complessivo per la rappresentanza negli organismi di partito e, pare, anche nella composizione della parte alta delle liste elettorali in vista delle future elezioni politiche con il Porcellum. Oltre ai seggi (rosicchiati alla quota di Fi), arrivavano anche un po’ di soldi per le spese della corrente ma in cambio i «piccoli» si impegnavano a non presentare i rispettivi simboli.Ma quell’accordo è ancora valido? «Altro che "nani", io sono alto un metro e ottanta e peso 90 chili», scherza Mario Baccini che però diventa serissimo quando gli si parla del contratto: «Quel 10% era la garanzia, frutto di un accordo politico, in attesa che un vero congresso stabilisse i criteri per la rappresentanza. E un passo in questa direzione è stato compiuto quando Alfano ha preteso la modifica dello statuto facendosi eleggere e non nominare alla carica di segretario». Sul fatto che il patto del 2009 sia ancora efficace, Gianfranco Rotondi, detentore del simbolo della Democrazia cristiana, fa dire al fidato Franco De Luca: «Abbiamo acquisito pareri legali. Senza la firma di Rotondi e Giovanardi è impossibile sciogliere il Pdl perché il loro ruolo di fondatori, pur senza firma dal notaio, è stato riconosciuto da tutti con atti concludenti». E Carlo Giovanardi stima in 800 mila voti la dote portata al Pdl da quella costola di Udc che non seguì Casini: «Tuttavia ora non è che si pretende di incassare cambiali perché tutti gli accordi vengono fatti rebus sic stantibus....». E ora le condizioni sono cambiate, osserva con realismo Alessandra Mussolini: «Non sappiamo con quale legge si voterà e se il Pdl sarà un unico partito. Per cui sarebbe fuori luogo voler battere cassa». Mentre Francesco Pionati sarebbe convinto che quel «diritto di tribuna» assicurato ai «nani» vada onorato dal Pdl. È scettico, invece, il governatore Caldoro che si sta smarcando con un rassemblement riformista-socialista-lib lab con Brunetta, Sacconi, Cicchitto e Stefania Craxi: «Quell’accordo è difficile che possa essere considerato ancora valido». E Alfano? Dicono che a questo punto speri solo che si torni al più presto alle preferenze: così smetterà di avere gli incubi per la composizione delle liste. RIPRODUZIONE RISERVATA
Dino Martirano
Pagina 15
(24 ottobre 2012)



L’ ex ministro della Funzione pubblica Mario Baccini è arrivato a rivendicare con orgoglio il «titolo di professore emerito di relazioni internazionali dall’ Università Cattolica dell’ Honduras Nostra Signora Regina della Pace».
Rizzo Sergio
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(10 agosto 2012) -


ROMA - «No, mi spiace, ha sbagliato numero: qui è l’ Arcigay... però mi dica, prego: in cosa posso aiutarla?». (La voce di Mario Baccini - tonda, inconfondibile, lievissimo l’ accento romano - non tradisce nervosismo; anzi, cominciamo buttandola sullo scherzo, alle sette del pomeriggio, anche se lui aveva tentato di chiuderla lì, questa storia, con quelle due righe dettate alle agenzie di stampa). Battute a parte, è una storia seccante. «No, guardi: se lei si mette con un tono serio, la faccenda diventa seria. E invece è una sciocchezza, resta una sciocchezza e io non sono gay: e lo dico con tutto il rammarico possibile ma davvero, purtroppo, ahimè, si tratta di un dono che il Padreterno mi ha voluto negare». Cattolico devoto, praticante, la domenica a messa, amicizie importanti in Santa Sede, le campagne elettorali che iniziano e finiscono sempre dentro le parrocchie - il suo vanto: «Due, tre volte alla settimana i miei elettori mi invitano regolarmente a qualche battesimo - Mario Baccini, ex ministro, ex democristiano, ex Udc, adesso deputato nel Pdl, a 54 anni si sveglia una mattina e trova un sms nel telefonino, tre parole di un amico che gli comunica la notizia della lista pubblicata da un blog, lista di politici presunti gay e persino omofobi. «A quel punto ho avvertito mia moglie Diana, e le ho detto: guarda, c’ è questa cosa... ora arriveranno sicuramente centinaia di messaggi di mie elettrici che vorranno certo scagionarmi, pronte a testimoniare. Tu fai finta di niente, è solo affetto elettorale». Diana è una donna di spirito. «Mi ha risposto: tranquillo. Anzi, sai che faccio? Me le presenti e tutte insieme costituiamo un comitato femminile e raccogliamo firme affinché l’ Unesco ti riconosca come maschio patrimonio dell’ umanità». Mario e Diana hanno tre figli: Alan di 26 anni, Roberta di 19 e Zoe di 10. Vivono a Roma, zona Balduina. Vita riservata, niente feste, niente Roma godona; di lui, note due sole debolezze: la Roma e i sigari (ha una magnifica collezione di cubani, che regala solo ad amici fidati). Poi, dopo aver parlato con sua moglie Diana? «Ho chiamato Emma, la mia segretaria. E le ho chiesto di farmi una ricerca in archivio, per capire dove potesse essere nata la voce, la chiacchiera che sono gay». Risultato? «Zero. Mai nemmeno un’ allusione. Quindi è probabile che sia una mezza vendetta...». Una vendetta? «Probabilmente qualcuno c’ è rimasto male per non aver visto la mia firma su un documento contro l’ omofobia». Perché non lo firmò? «Perché io i documenti li faccio, li penso, li scrivo, e non perdo tempo a firmare quelli degli altri. Del resto, se dovessi mettermi a firmare tutti gli appelli che mi arrivano sulla scrivania...». Qual è la sua posizione sull’ omofobia? «Penso che a casa sua ciascuno può fare ciò che preferisce. E sono convinto che la libertà di tutti vada rispettata. Detto questo, per regolamentare con una legge certe libertà occorrono misura e buon senso... non fosse altro perché è facile cadere in facili strumentalizzazioni. Altre domande? No perché qui all’ Arcigay, se permette, abbiamo da fare...». Fabrizio Roncone RIPRODUZIONE RISERVATA
Roncone Fabrizio
Pagina 27
(24 settembre 2011)



ROMA - Per ora i nomi sono dieci. Dieci politici italiani che sarebbero gay ma che, in pubblico, prendono posizioni anti-gay (omofobe). Tre di loro sono al governo. Otto appartengono alla maggioranza e due all’ opposizione di ispirazione cattolica. La lista è stata diffusa da un blog anonimo chiamato «Listaouting», pubblicato su un sito estero. Il blog spiega che questo è «un modo di riportare un po’ di giustizia in un Paese dove ci sono persone che non hanno difesa rispetto a insulti e attacchi da parte di una classe politica ipocrita e cattiva». Dicono, quelli di «Listaouting», di avere i nominativi di una decina di alti prelati, di personalità del mondo dello spettacolo e di molti altri politici, di tutti i partiti: «Per ora ci limitiamo a pubblicare un estratto di quelli appartenenti ai partiti che hanno votato contro la legge sull’ omofobia». La lista ha fonte anonima e non porta alcuna prova della scelta gay delle persone citate. Eppure, su Facebook già decine di migliaia di persone l’ hanno «rilanciata». Quattro dei politici citati hanno replicato. Le associazioni gay hanno criticato l’ iniziativa. Quando (fine luglio) le norme che aumentavano le pene sull’ omofobia furono bocciate, Aurelio Mancuso, uno dei leader del movimento gay, scrisse che ci sarebbe voluto un’ outing per rivelare l’ ipocrisia di certi politici italiani. Ora Mancuso assicura che lui non c’ entra: «L’ operazione è estrema, ma dà voce a un sentimento d’ indignazione diffuso nella comunità gay». Ed ecco i politici finiti in lista che hanno risposto. Il capogruppo Pdl al Senato, Maurizio Gasparri: «Pur con rispetto verso tutti devo ammettere di essere un banale e convinto eterosessuale». Il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni: «Fantasie malate di personaggi inqualificabili. Sciocchezze estreme». Il vicecapogruppo Pdl alla Camera, Massimo Corsaro: «Ho temuto di essere inserito nell’ elenco degli interisti occulti. Tutto sommato, meglio così...». Il deputato Pdl, Mario Baccini: «Un comitato di donne raccoglierà le firme affinché l’ Unesco mi riconosca come maschio patrimonio dell’ umanità». Dal resto del mondo politico, il ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna, parla di «diffamazione gratuita». E il deputato pd Ginefra la riprende: «Considerare una persona gay non vuol dire diffamarla». Franco Grillini, Idv, presidente onorario Arcigay, sostiene che la pubblicazione della lista viola la privacy, non è corredata da prove ed è eticamente sbagliata. Paola Concia, deputata Pd, da poco sposata con la sua compagna in Germania, chiede un dibattito subito su tre temi: coerenza in politica, privacy e percezione dell’ omosessualità in Italia. Il capogruppo Pdl alla Camera, Cicchitto, raccoglie con interesse l’ invito. Quasi unanime la condanna delle associazioni gay. Patané di Arcigay definisce l’ operazione «spregevole». «Boomerang contro la nostra lotta», per Oliari di GayLib. Stessi toni dal Circolo Mario Mieli, Gay Center, Gay.it, Gay Project. Il Garante per la Privacy, Pizzetti, ricorda che «i dati sulle tendenze sessuali delle persone non possono mai essere diffusi senza il consenso degli interessati». A. Gar. RIPRODUZIONE RISERVATA **** Hanno detto Massimo Corsaro Temevo di essere inserito in una lista di interisti occulti. Meglio così Maurizio Gasparri Pur con rispetto, ammetto di essere un banale e convinto eterosessuale Roberto Formigoni Fantasie malate di personaggi inqualificabili Sciocchezze estreme **** L’ elenco Il blog Ieri mattina alle 10 il blog pirata «Listaouting» ha pubblicato un elenco con dieci nomi di presunti politici gay omofobi L’ annuncio Il blog ha annunciato che a questi nomi potrebbero seguirne altri di ecclesiastici, personaggi dell’ informazione e, ancora, politici. Molti considerano Aurelio Mancuso (foto Ansa sopra) , uno dei leader storici del movimento gay italiano, l’ ispiratore della trovata. Lui però tiene a ribadire di essere rimasto «escluso» dal progetto, in pratica che «c’ entra nulla» Le reazioni Per il ministro delle Pari opportunità Mara Carfagna si tratta di «una bufala, cinica e violenta: diffamazione gratuita che non aiuta la causa della lotta contro l’ omofobia». Certi Diritti, dei Radicali, dice: «Colpisce l’ assoluta mancanza di responsabilità da parte di chi accusa»
Garibaldi Andrea
Pagina 27
(24 settembre 2011)


L’ «Ente per il microcredito» Sul Corriere del 22 giugno è apparso un articolo a firma di Sergio Rizzo sull’ Ente nazionale per il microcredito riportante informazioni errate o parziali e, comunque, lesive dell’ immagine, della missione e dell’ operato dell’ Ente. Per dovere di correttezza mi sento in obbligo di puntualizzare alcuni aspetti. Innanzitutto con il DL Sviluppo non è nato un nuovo Ente. Il «Comitato nazionale italiano per il 2005 anno internazionale del microcredito», è la risposta all’ appello dell’ Assemblea generale Onu del 2005 e come Ente di diritto pubblico nasce da un’ iniziativa unanime del Parlamento durante il governo Prodi (legge 24 dicembre 2007 n. 244, art. 2, commi 185-186-187), mentre il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, gli conferisce l’ Alto patronato permanente. Quindi il DL Sviluppo ne ha solo definito alcune fattispecie regolamentari (come la definizione di una pianta organica, dopo anni di collaborazioni precarie), su richiesta espressa della Ragioneria dello Stato e senza nessun onere aggiuntivo per la finanza pubblica, tanto che la maggiore fonte di finanziamento proviene da progetti Ue. Forse il Rizzo è stato tratto in inganno dalla semplice variazione del nome: da «Comitato nazionale italiano permanente per il microcredito» in «Ente per il microcredito». In quanto alle maliziose affermazioni che attribuiscono «ieri» la presidenza dell’ Ente a Mario Baccini, ribadisco che Baccini è al timone della presidenza dal 2005. «I maligni» resteranno delusi nel sapere che i dati Istat sulle politiche del lavoro nel II bimestre 2010 dimostrano che grazie al sostegno delle politiche di microfinanza e microcredito c’ è stato un recupero dei livelli occupazionali del settore agricoltura (+57mila unità da lavoro dipendente) soprattutto al Sud; e del lavoro autonomo (+55mila unità). Per quel che riguarda, infine, il «gettone» per il presidente faccio rilevare che Baccini, a causa delle ritenute fiscali, ne percepisce meno della metà e a seconda della disponibilità finanziaria delle casse dell’ Ente. Emma Evangelista Ufficio stampa Ente per il microcredito Mario Baccini mi perdoni: ma continuo a non capire. Non capisco perché un’ attività meritoria, ripeto, come il microcredito debba dare luogo in Italia a un Ente pubblico. Con tanto di segretario generale, vice segretario generale (pure un vice!) e perfino, apprendo ora, un ufficio stampa (speriamo micro). Non capisco perché per legge i vertici di un Ente pubblico (segretario e vice compresi) debbano essere confermati per quattro anni, con il risultato che l’ on. Baccini sarà rimasto su quella poltrona per 10 (dieci) anni. Non capisco nemmeno a che cosa serva una rivista mensile ufficiale (quanto costa quella?) piena di interviste ai politici. È un mio limite, lo ammetto. Ma non capisco proprio perché non si trovi un modo migliore per spendere un milione 800 mila euro l’ anno. Sergio Rizzo

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(25 giugno 2011)




ROMA - Il «Microcredito» ha cambiato la vita di milioni di persone che prima della sua invenzione, nei Paesi che una volta si definivano «in via di sviluppo», non potevano avere accesso ai canali tradizionali di finanziamento. Basterebbe questo per descrivere l’ importanza sociale indiscutibile di questa parola. Più difficile, invece, è spiegare perché in Italia, proprio mentre si sta raschiando il fondo del barile dei conti pubblici e si cerca di ridurre e accorpare le strutture statali, il governo abbia sentito il bisogno di creare con la scusa di quel meritorio vocabolo l’ ennesimo Ente pubblico. Non vi sembra possibile? Allora date un’ occhiata al maxiemendamento del decreto pomposamente battezzato «Sviluppo». L’ Ente nazionale per il Microcredito nascerà dalle ceneri di un Comitato che era stato già istituito presso la presidenza del Consiglio nell’ ormai lontano marzo del 2006, durante le ultime settimane di vita del precedente esecutivo presieduto da Silvio Berlusconi. I maligni avrebbero potuto argomentare che si trattava soltanto di una poltrona in più da distribuire. La occupò, e la occupa ancora oggi, un signore che non è esattamente uno sconosciuto. Il suo nome è Mario Baccini: già fra i leader dell’ Udc di Pier Ferdinando Casini, ex ministro della Funzione pubblica proprio nell’ ultimo governo Berlusconi. Ma avrebbe mai potuto sperare di trovarsi un giorno, con questi chiari di luna delle nostre finanze, non più alla guida di un semplice e magari effimero «Comitato» ma addirittura di un vero e proprio Ente pubblico? Mai mettere limiti alla provvidenza. Così, nelle pieghe del decreto «Sviluppo» si è trovato lo spazio anche per questo piccolo miracolo. Briciole, naturalmente: le stesse, un milione 800 mila euro, che erano previste per la struttura già esistente. Si dirà che cambia poco, visto che i soldi sono gli stessi di prima. La differenza, però, è lo status. Volete mettere un semplice «Comitato» con un Ente pubblico in piena regola, pianta organica e tutto il resto? I dipendenti saranno 20, di cui 15 comandati da altre amministrazioni e 5 assunti per concorso. Poi ci sarà, naturalmente, un segretario generale e perfino un vice segretario generale. I quali, a scanso di equivoci, continueranno a percepire (è previsto nero su bianco, nella relazione tecnica al maxiemendamento), gli emolumenti attuali. Infine il consiglio di amministrazione, i cui componenti intascheranno davvero una miseria: 5.400 euro. Tutti, tranne il presidente, che avrà diritto alla meno simbolica cifra di 108 mila euro l’ anno. Bontà loro, si prevede che le retribuzioni non possano essere aumentate per almeno due anni. Poi si vedrà. A chi toccherà, infine, il gravoso incarico? Leggiamo la relazione tecnica al maxiemendamento: «Al fine di assicurare l’ assolvimento dei compiti istituzionali, viene prevista la permanenza in carica, per un periodo di quattro anni, dei componenti degli organi dell’ ente, del segretario generale e del vice segretario generale, che possono essere confermati». E ti pareva... Sergio Rizzo


Rizzo Sergio
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(22 giugno 2011)




ROMA - Dopo lunga attesa e lunghissime trattative, arriva il rimpastino. Il governo si allarga e arrivano nove nuovi sottosegretari e un consigliere personale del presidente del Consiglio per l’ export (Massimo Calearo). Nomine decise in un Consiglio dei ministri, su proposta del premier Silvio Berlusconi. Nomine che provocano l’ indignazione dell’ opposizione e non placano i malumori dentro la stessa maggioranza. I nuovi ingressi sono Aurelio Misiti alle Infrastrutture, Roberto Rosso all’ Agricoltura, Luca Bellotti al Welfare, Catia Polidori e Daniela Melchiorre allo Sviluppo Economico, Bruno Cesario e Antonio Gentile all’ Economia, Gianpiero Catone all’ Ambiente e Riccardo Villari ai Beni culturali. Tra i nuovi ci sono quattro ex finiani, ma anche ex Pd, Idv e Api. Cospicua la pattuglia degli esclusi. Il più noto è Francesco Pionati, al quale Denis Verdini aveva promesso la delega per la Comunicazione. Oltre a lui ci sono Bernini, Saltamartini, Pelino, Siliquini. E i Cristiano Popolari, rappresentati da Giuseppe Galati e Mario Baccini. Che mandano un comunicato: «Il premier non ha mantenuto gli impegni presi». Baccini chiarisce: «Non mi iscrivo nel girone degli scontenti. Però, certo, noi come cristiano popolari siamo cofondatori del Pdl e siamo gli unici che non hanno avuto responsabilità di governo. Non faccio polemiche, ma mi chiedo cosa dire a quelle migliaia di persone che al nostro congresso hanno ascoltato le promesse del premier». Le nomine sono state sottoposte a una trattativa serrata. Il cosiddetto «valzer delle poltrone» è stato frenetico. Gli stessi interessati ne sanno ben poco, sopraffatti da una trattativa che è andata oltre la loro sorte personale. Roberto Rosso, finiano rientrato nel Pdl, ammette: «Qualche giorno fa Verdini e Lupi mi avevano accennato alla possibilità di un sottosegretariato. Avevo chiesto per curiosità dove. Mi dissero al Lavoro e aveva un senso perché lo sono già stato. Stamattina ho saputo che ero all’ Agricoltura e va benissimo. Mi ha voluto il ministro, Saverio Romano, con il quale siamo molto amici. Del resto sono vicepresidente della commissione agricoltura. E sono del vercellese, dove c’ è il grave problema dell’ irrigamento». Catia Polidori, nel pomeriggio, ancora non vuole parlare, «per scaramanzia»: «Non mi ha chiamato nessuno, non so nulla. Ho letto che mi hanno messo all’ Economia. Poi invece allo Sviluppo Economico. Vedremo. Del resto sono miei settori di riferimento. Ho il mandato delle 60 mila imprese della Confapi: ero presidente dei giovani imprenditori». Nella maggioranza c’ è soddisfazione per le nomine. Le reazioni dell’ opposizione sono invece tra l’ indignazione e l’ ironia. Per Pier Ferdinando Casini (Udc), il rimpasto «è una buffonata»: per Dario Franceschini (Pd) «una schifezza»; per Antonio Di Pietro (Idv) «il frutto di un ricatto». Per Italo Bocchino (Fli) «una cosa squallida». Massimo D’ Alema ironizza: «Le nomine sono le prime misure concrete del governo contro la disoccupazione». Pier Luigi Bersani è più amaro: «Si sviluppano i sottosegretari ma non il Paese». Al. T. RIPRODUZIONE RISERVATA Le nomine sono le prime misure concrete del governo contro la disoccupazione Massimo D’ Alema, Pd I parlamentari fanno un lavoro alienante, costretti a stare in Parlamento senza fare niente Silvio Berlusconi Politica **** I nuovi ingressi nella squadra di governo I protagonisti **** **** **** **** **** **** **** La scheda I nuovi arrivi Il governo si allarga e arrivano 9 sottosegretari e un consigliere personale del premier (Massimo Calearo). Tra i nuovi ci sono 4 ex finiani, ma anche ex Pd, Idv e Api. Folta la pattuglia degli esclusi. Il più noto è Francesco Pionati, al quale Verdini aveva promesso la delega per la Comunicazione. Oltre a lui ci sono Bernini, Saltamartini, Pelino, Siliquini. E i Cristiano Popolari, rappresentati da Giuseppe Galati e Mario Baccini Il futuro Il presidente del Consiglio ieri ha mandato un messaggio rassicurante agli esclusi e agli scontenti: «Altre nomine arriveranno presto. Un ddl, infatti, allargherà ancora il governo»
Trocino Alessandro
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(6 maggio 2011)




...chiama Matteo Brigandì, il leghista decaduto dal Csm, che Bossi vorrebbe sottosegretario. Altri problemi arrivano dal Pdl. mario baccini ha «suggerito» al Cavaliere di prendere Giuseppe Galati in quota cristiano-popolari. Al Senato scalpita il cosentino...
5 maggio 2011 - Corriere della Sera



Le cerimonie degli addii, specie se si tratta di personaggi cui anche i nemici riconoscono peso e autorevolezza, dovrebbero avere cerimonieri consoni al rango. Ha fatto perciò specie che all’ indomani della defenestrazione di Cesare Geronzi le sole voci levatesi pubblicamente ad esprimergli solidarietà siano state quelle dei pidiellini Mario Baccini e Michaela Biancofiore. Apocalittico e un po’ strapaesano il primo: «Penso che con le dimissioni di Geronzi si sia chiusa definitivamente la possibilità per la città di Roma di avere una politica bancaria»
Madron Paolo
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(9 aprile 2011) - Corriere della Sera


Amico di Scajola:
ROMA - Torna Claudio Scajola e fa tremare il Pdl. L’ ex ministro, che si dimise per la storia della casa con vista sul Colosseo, ha chiamato a raccolta i «suoi» parlamentari e si prepara a scalare il partito. L’ obiettivo è un ruolo di vertice nel Pdl o un ministero di peso. La macchina di reclutamento si è messa in moto, a Montecitorio girano clandestinamente i moduli di adesione e il gruppo autonomo degli scajoliani sarebbe a un passo dal debutto. Se ne è parlato mercoledì a Palazzo Grazioli e chi ha partecipato al vertice ha visto un Berlusconi «furioso», deciso a stoppare l’ operazione. Ma Scajola non sembra disposto a fermarsi. Risponde al cellulare e si concede una battuta: «Temono che voglia fare un’ estorsione?». Ride, spiega di aver «recepito il malessere e l’ insofferenza che si respirano nel partito», dice di avvertire «la necessità di una organizzazione più efficace» e giura che non intende drammatizzare: «Non farò nulla contro Berlusconi, né contro i coordinatori o i capigruppo. Voglio solo vedere se si trova, insieme, il modo di garantire maggiore presenza alla componente di Forza Italia». Scajola avrebbe già in tasca alla Camera un pacchetto di sedici firme, ne bastano altre quattro e il gruppo è fatto. Ci sta lavorando di gran lena Gregorio Fontana, segretario di presidenza del gruppo pdl, legato a Scajola e vicino al tempo stesso a Verdini. Per rendersi autonomo anche a Palazzo Madama, lo storico ex coordinatore degli azzurri avrebbe contattato già 13 senatori. «Sono nati i Responsabili, Micciché lavora al suo gruppo e anche noi - conferma Scajola - possiamo dare una mano per garantire i numeri nelle commissioni, con un quarto gruppo che si rifaccia alla storia del moderatismo». La nuova compagine prenderebbe il nome di «Azzurri per la libertà» e avrebbe pronto anche il logo. «Scajola non è indagato, perché dovrebbe restare fuori? - avverte Mario Baccini, che gli è amico ma non ha aderito al gruppo -. Se Berlusconi sottovaluta il problema si possono innescare dinamiche difficili da governare». La strategia della vecchia guardia azzurra per arginare «lo strapotere degli ex an» è stata messa a punto in riunioni segrete, alle quali hanno partecipato i parlamentari della fondazione Cristoforo Colombo, che conta 56 iscritti. Chi era a questi incontri spiega il progetto come la necessità di «riequilibrare le forze» nel Pdl dopo l’ uscita di Fini. Ma c’ è anche chi descrive uno Scajola «molto scalpitante», le cui pressioni in vista del rimpasto potrebbero mettere a rischio la maggioranza. Ma il senatore Franco Orsi frena: «Se Berlusconi non condivide, l’ operazione non si farà». Italo Bocchino non crede «che Scajola possa dar vita a un partito in questo momento» e derubrica il caso a «beghe interne». Una guerra tra bande? Giorgia Meloni butta acqua sul fuoco: «Non penso che qualcuno possa considerare gli ex an un problema». Ma i capigruppo Cicchitto e Gasparri sono in allarme, per non dire di Dell’ Utri e Verdini, che su Scajola hanno messo il veto. «È una risorsa - concede Ignazio La Russa -. Ma i gruppi sarebbero un errore». Monica Guerzoni RIPRODUZIONE RISERVATA
Guerzoni Monica
Pagina 21
(12 marzo 2011)




MILANO - L’ ultimo smottamento nel Pdl si chiama «Fondazione Cristoforo Colombo». È nata ufficialmente ieri, nello studio di un notaio romano. A crearla 56 parlamentari pdl, ma soprattutto Claudio Scajola e Antonio Martino, rispettivamente presidente e presidente onorario dell’ iniziativa ispirata al navigatore genovese. Un ritorno sulla scena attiva dei due ex ministri, ora deputati, ma soprattutto tra gli ideatori di Forza Italia. È per questo che in tanti, ieri, nel Pdl, si interrogavano su cosa hanno davvero in mente i due. Infatti la Fondazione Cristoforo Colombo sembra avere soprattutto un obiettivo: recuperare lo spirito del ’ 94, quello della nascita di Forza Italia. Lo spiega lo stesso Scajola: «È venuta l’ ora di riaprire il dibattito sui temi che interessano davvero la gente. Stiamo vivendo una fase particolare, è inutile negarlo. Di grande caos. Per questo servono strumenti per uscire dalla provvisorietà e diventare operativi». Ma si va oltre il Pdl? «Si aiuta a far crescere il Pdl, ad andare avanti. Tenendo presente la gloriosa presenza che ha significato la nascita di Forza Italia. La nostra però non è una corrente: tanto che per tre mesi raccoglierà le adesioni di tutti quelli che vorranno. Senza limitazioni». Guai, però, a parlare di rivincite all’ ex ministro dello Sviluppo, dimessosi per la vicenda della casa pagata in parte da un imprenditore coinvolto nella vicenda del G8: «Non ho bisogno di rivincite, ho ricevuto molto da Silvio Berlusconi. Ma sì, ho avuto anche amarezze, come tutti. Però credo che in momenti difficili come questo ci debba essere buon senso: superare le difficoltà e andare avanti. Certo, anche la presenza di Martino, che è stata la tessera numero due di Forza Italia, e portatore di una grande cultura centrista, dà il senso della nostra iniziativa. Se ne ho parlato con Berlusconi? Sì, ma non è una cosa concordata». Tra i nomi degli iscritti, al momento, molti scajoliani dello zoccolo duro di Forza Italia: Paolo Russo, Massimo Nicolucci, Ignazio Abrignani, Salvatore Cicu, Gregorio Fontana, Sabrina De Camillis, Giustina Destro e Marcello Di Caterina; il martiniano Giuseppe Moles; Guido Viceconte e Mario Baccini. E anche Antonio Martino ricorda «lo spirito del ’ 94: il nostro obiettivo non è solo immediato. È la prosecuzione della battaglia per la rivoluzione liberale iniziata da Berlusconi e non ancora conclusa. Nell’ immediato invece vogliamo ricordare a tutto il centrodestra che senza Berlusconi e l’ ispirazione del ’ 94 non esisterebbe». Conferma Moles: «Nasciamo in un momento di difficoltà di Berlusconi. Martino e Scajola? Nei momenti di difficoltà gli amici veri ritornano sempre sul campo. Le idee sono quelle di sempre, liberali e cattoliche. Noi non cambiamo». Angela Frenda RIPRODUZIONE RISERVATA
Frenda Angela
Pagina 8
(12 novembre 2010)




Lettera al Corriere della Sera
Sud, partiti e problemi del territorio Le riforme istituzionali sono una questione da affrontare al di là delle contingenze del momento, magari legate alle campagne elettorali. L’ Italia aspetta da 15 anni che il cantiere delle riforme si chiuda con la creazione di un sistema di rappresentanza che sappia garantire stabilità. Dall’ incapacità di produrre riforme scaturiscono una continua emorragia di fiducia, la crisi della rappresentanza politica e dei partiti. Questa disorganizzazione rischia di generare confusione tra diritti e desideri. In questo contesto le esigenze del territorio emergono prepotenti, soprattutto in funzione di una riforma del sistema fiscale in senso federale. A quasi 150 anni dall’ Unità d’ Italia, le necessità locali sembrano voler prevalere sulle ragioni nazionali, se non in senso politico, per lo meno in senso economico. Sicuramente la soluzione non è abbandonare il Meridione ma provvedere a un’ oculata politica fiscale anche attraverso la microimprenditoria e sistemi di microfinanza e microcredito. La politica deve tornare a governare il mercato con senso etico, e i partiti devono tornare a svolgere quel ruolo di mediazione per le esigenze dei cittadini e del territorio trovando soluzioni nelle sedi istituzionali. Oggi, per supplire alle carenze dei partiti, i cittadini si organizzano sul territorio dettando la nuova agenda politica. Di fatto, a livello politico, assistiamo ad una traslitterazione del bipolarismo in territorialismo, dove il pericolo risiede in una contrapposizione forte degli interesse tra Nord e Sud. L’ accentuazione di questo contrasto rischia di rompere i delicati equilibri del sistema Paese, sui quali il governo si sta impegnando per rilanciare l’ economia e superare la crisi. Due sono le urgenze: non soffocare i legittimi interessi del territorio, e creare una «cerniera» politica e sociale solida tra gli estremi. Questo trait d’ union può essere realizzato dalle regioni del centro Italia dove, comunque, non mancano esempi di movimenti spontanei, nati per tutelare le esigenze locali. In particolare nel Lazio, ormai da più di un anno, ossia da dopo le elezioni comunali di Roma, ha preso vita una iniziativa politica che si chiama progetto Lazio 2010. Esso è costituito da gruppi di cittadini, professionisti ed intelligenze, riunitisi nelle «comunità future» per costruire il nuovo programma di governo regionale, che potrà essere applicabile a tutte le regioni che lo vorranno adottare. L’ interattività tra le comunità ed i cittadini, attraverso il web, costituisce il baluardo e la forza di questa rete di gruppi intelligente e consapevole, che da soli i partiti non possono rappresentare la complessità e gli interessi dei cittadini e quindi il bene comune. Guardo, perciò, con simpatia l’ iniziativa di autogoverno regionale degli amici siciliani consapevole della differenza che c’ è tra elezioni regionali ed elezioni politiche. Anche perché finora sembrerebbe che il neonato PdL, anziché includere tutte le spinte venute dal territorio, le ha escluse per una superficiale valutazione del problema. On. Mario Baccini presidente Cristiano popolari-PdL

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(1 agosto 2009)

Diana Battaggia Baccini, veneziana doc


Diana Sfida il dragone per scalare l’Onu. Paesi in via di sviluppo, l’Italia ci prova
Chi è Diana Battaggia, la romana d’adozione candidata alla direzione generale dell’Unido, l’organizzazione per lo sviluppo industriale e tecnologico che assiste le nazioni svantaggiate. Mamma da undici anni, ex deputato, ha lasciato la politica per dedicarsi all’avventura internazionale, anche se in famiglia la passione per la politica non si è mai sopita. Ora è in campagna elettorale e lancia il guanto ai candidati di Afghanistan, Cambogia, Cina e Polonia

Nell’ufficio a due passi da corso Vittorio lavora con ragazzi giovanissimi: “Arrivano da ogni parte del mondo... ho messo nella stessa stanza un’argentina e un’inglese. Arrivano dal Messico, dall’America... ma anche da Ladispoli. Più della metà delle persone che hanno lavorato con noi è riuscita a trovare occupazione nell’arco dei tre mesi successivi”. E c’è ancora chi la chiama “lady Baccini”. LA GALLERY
Giovedì, 4 aprile 2013 - 13:57:00
di Valentina Renzopaoli

Arriva nel suo ufficio salutando in inglese, un piccolo angolo di mondo a pochi metri dal Tevere, dove lavorano giovani selezionati e ultramotivati. Tailleur nero, camicia e ballerine bordeaux, un filo di perle al collo, potrebbe essere lei il prossimo Direttore Generale dell’UNIDO. Da qualche settimana gira in lungo e in largo il pianeta per promuovere la propria visone per il futuro dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. Quarantasette anni, moglie e mamma, da nove anni Diana Battaggia guida il braccio operativo italiano per la promozione tecnologica e degli investimenti dell’Organizzazione che ha il suo quartier generale a Vienna.
Cos’è e di cosa si occupa l’Unido?
“E’ l’organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale che assiste i Paesi in via di sviluppo, al fine di favorirne una crescita industriale sostenibile e la cooperazione internazionale tra le imprese. Attraverso i suoi 46 uffici in altrettante nazioni e in collaborazione con i 172 Paesi membri, UNIDO persegue tale scopo mediante la mobilitazione di risorse umane, conoscitive e tecnologiche, grazie alle quali favorisce l’occupazione e lo sviluppo industriale sostenibile”.
Il 28 giugno a Vienna si svolgeranno le elezioni per il nuovo Direttore Generale della sede centrale: lei è stata scelta dal governo italiano per rappresentare l’Italia e concorrere a questo ruolo. Una grande soddisfazione?
“Sono particolarmente onorata che l’Italia mi abbia designato per questa candidatura, a riconoscimento del lavoro svolto e dei risultati ottenuti negli ultimi anni. L’Italia ha ritenuto che un candidato interno all’Organizzazione possa interpretare al meglio le sfide che dovrà fronteggiare in futuro”.
Con quanti concorrenti dovrà confrontarsi?
“Al momento siamo in cinque: gli altri candidati provengono da Afghanistan, Cambogia, Cina e Polonia. Sa che io sono l’unica donna? Pensi che in Uruguay un ministro mi ha detto “lei passerà alla storia come la donna che ha sfidato il dragone”.
Dove sta facendo la sua campagna per concorrere alla posizione di Direttore Generale di UNIDO?
“Ho incontrato a Roma gli ambasciatori di tutti i 53 Paesi voteranno. Sono già stata in molti Paesi dell’America Latina, tra cui Ecuador, Perù, Brasile, Uruguay e Argentina. Tredici voli aerei in una settimana, un vero tour de force. Adesso mi appresto a visitare i sedici Paesi europei votanti. Successivamente, mi recherò in Africa e in Medio Oriente”.
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Quali caratteristiche deve avere un candidato?
“Secondo me dovrebbe conoscere la materia dell’industrializzazione e i modelli da proporre ai Paesi meno favoriti per iniziare un percorso di sviluppo imprenditoriale. Dovrebbe possedere uno spiccato spirito di negoziazione perché ogni territorio ha le sue esigenze: ad esempio quello che va bene all’Africa non può essere imposto al Sud America o all’Asia”.
Qual è il suo obiettivo?
“Quello che vorrei proporre è il modello italiano delle piccole e medie imprese, già richiesto Paesi come il Vietnam, giusto per citare un esempio tra tanti. Un modello che è stato vincente per l’Italia e potrebbe esserlo per moltissimi altri. La cosa importante è proporre delle idee innovative. Faccio un esempio: uno dei progetti innovativi che abbiamo promosso come Ufficio italiano è la prima Fiera del Packaging che si svolgerà a Nairobi nel 2014, organizzata insieme a Ipack-Ima, l’associazione che raggruppa le aziende italiane che si occupano del settore. Un’idea nata dalla constatazione che il 75% di quello che viene prodotto in Africa viene perduto per mancanza di una catena del freddo e per l’utilizzo di sistemi di imballaggio dei prodotti poco adeguati”.
Cosa ama in particolare di questo lavoro?
“Il fatto che mi consenta di aiutare concretamente le persone e di utilizzare il mio tempo per perseguire valori e obiettivi in cui credo profondamente. Senza contare il fatto che mi offre la possibilità di conoscere e confrontarmi quotidianamente con culture differenti dalla nostra”.
C’è un Paese del mondo dove ha lasciato il cuore?
“Non ho una particolare preferenza: ogni Paese presenta una serie di peculiarità che lo contraddistingue dagli altri. Va detto che esistono luoghi meno noti caratterizzati da una grande voglia di vivere e da un’apertura umana incredibile”.
Nel suo ufficio lavorano molti giovani e molti stranieri...
“Sì, sono tutti giovanissimi e arrivano da ogni parte del mondo: pensi che ho messo nella stessa stanza un’argentina e un’inglese. Arrivano dal Messico, dall’America... ma anche da Ladispoli. Hanno fatto tutti uno stage gratuito, i più bravi li ho tenuti. Sono competitivi, conoscono tante lingue e mostrano grande professionalità. Solo per citare un dato, più della metà delle persone che hanno lavorato con noi è riuscita a trovare occupazione nell’arco dei tre mesi successivi”.
Sembra Marte...
“In effetti questa è un’isola felice: quando arrivano per lo stage gli dico chiaramente “Io voglio il massimo” e loro ce la mettono tutta. E l’unica cosa che posso fare per loro: trasferire la mia esperienza e le mie conoscenze. Per gioco, li chiamo i Batt-Boys”.
Parliamo dell’Italia: il modello delle piccole e medie imprese oggi è ancora valido?
“Vale ancora moltissimo e dobbiamo riprenderlo per i capelli. Le piccole e medie imprese rappresentano il tessuto economico che tiene in piedi l’Italia. Il genio italiano, il sistema familiare, i piccoli distretti sono quello che ha reso grande il nostro Paese e non dovremmo gettare tutto alle ortiche. E’ la priorità delle priorità”.
Crede ci sia coscienza del fatto che si tratta della priorità delle priorità?
“La consapevolezza esiste ma deve essere concretizzata. Il Governo, le banche e le istituzioni devono capire che il sistema delle PMI va fortemente sostenuto”.
Nel 1994 lei è stata eletta deputato, oggi si definisce un tecnico o un politico?
“Io sono un tecnico con una sensibilità politica, non faccio e non posso fare politica”.
Dal suo punto di vista privilegiato di “osservatrice esterna” come vede oggi l’Italia?
“Lo considero un Paese dalle enormi potenzialità e dagli ampi margini di crescita. Il genio italiano non si è mai spento, ma è necessario il giusto incoraggiamento”.
E se le chiedessi cosa pensa della città di Roma?
“Anche Roma ha grandi potenzialità ma la vedo molto trascurata. Dico questo in virtù dei tanti viaggi realizzati, grazie ai quali sono entrata in contatto con realtà cittadine caratterizzate da un minor potenziale, ma da una maggiore organizzazione ed efficienza. Credo che Roma necessiterebbe di una gestione un po’ più "svizzera”.
Lei non è romana, da quanti anni vive a Roma?
“Da ben undici, sono nata a Venezia ed ho vissuto per molto tempo a Ginevra, una città con una alta qualità delle vita. Ecco, credo che uno dei punti sui quali occorra insistere maggiormente sia proprio il miglioramento della qualità della vita. Sembra la scoperta dell’acqua calda, eppure non è una banalità quando questo concetto viene introdotto nelle politiche sociali e tradotto in azioni concrete. E’ quello che stanno facendo in Brasile, da Lula in poi: lasciare che i numeri vengano in secondo piano. Insomma Il Pil non è tutto, la qualità della vita delle persone viene prima. Non è un caso che la mia visione per il futuro di UNIDO sia fortemente incentrata sul "People Centered Development".
Lei è la moglie di un noto politico italiano, Mario Baccini, come vi siete conosciuti?
“Mario l’ho conosciuto in Parlamento, ci conosciamo da sedici anni e da undici siamo sposati”.
Capita più spesso che la gente dica che lei è la moglie di Baccini o che lui è il marito della Battaggia?
“A dire il vero io sono più conosciuta all’estero che in Italia, il mio è un lavoro di nicchia. Diciamo che sono la signora Baccini in società, Diana Battaggia quando lavoro”.
Cosa pensa suo marito del suo lavoro?
“Io non sono mai entrata nel suo mondo e lui non si occupa del mio lavoro. Eppure, per certi versi, abbiamo obiettivi e uno spirito comuni: io nel mio lavoro, lui come presidente del Microcredito cerchiamo di prodigarci per migliorare le condizioni di chi fa impresa e di chi intende farla”.
Lei è senza dubbio una donna che ha fatto una grande carriera: come è riuscita a crescere tre figli?
“Alan e Roberta, i più grandi di 28 e 20 anni sono i figli di mio marito, ma posso dire di averli cresciuti. Poi c’è la più piccola Zoe, ha appena compiuto 11 anni. Penso che il segreto per conciliare tutto stia nella capacità organizzativa che solo le donne hanno. I nostri figli sono ragazzi responsabili e viviamo ancora tutti insieme, fin da piccoli li abbiamo sempre coinvolti nelle nostre attività sociali”.
E’ vero che il più grande seguirà le orme paterne impegnandosi in politica?
“Mi pare sia propenso a seguire quella direzione”
Gli ha dato qualche consiglio?
“No, il suo stile è molto simile a quello del padre”.
A questo punto, visto che siamo alla vigilia di una importante competizione che la riguarda, mi sembra scontato chiedere qual è il suo sogno nel cassetto.
“Ovviamente punto a vincere. Adoro sognare ma mi ritengo anche una persona pragmatica. Ho sempre colto le occasioni, non amo fare programmi a lungo termine. Non ho mai dimenticato le mie origini e non mi sono mai montata la testa. La mia è una famiglia normalissima, i miei genitori hanno sempre fatto sacrifici per far sì che io e i miei fratelli potessimo studiare. L’importante è stare con i piedi per terra”.
http://www.affaritaliani.it/roma/diana-sfida-il-dragone-per-scalare-l-onu-paesi-in-via-di-sviluppo-l-italia-ci-prova-04042013.html



Il 28 giugno la riunione speciale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Industriale (UNIDO) ha ratificato la nomina del nuovo direttore generale, Li Yong, che è così diventato il primo massimo funzionario di un’organizzazione internazionale proveniente dall’entroterra cinese. Lo stesso giorno, in un’intervista congiunta ai giornalisti cinesi a Vienna, Li Yong ha affermato nel suo mandato quadriennale guiderà l’organizzazione a lavorare per soddisfare le esigenze di sviluppo dei paesi membri.
Li Yong ha aggiunto che la sua elezione non è soltanto un segno di fiducia e sostegno dei paesi membri verso la sua persona, ma anche e soprattutto una piena conferma della collaborazione di ben 40 anni fra Cina e UNIDO, e un segno di fiducia e sostegno alla posizione e al ruolo della Cina in ambito internazionale. Egli ritiene che, cosa ancora più importante, le molte esperienze di sviluppo industriale della Cina possano essere condivise ancora meglio con i paesi membri dell’organizzazione.