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 2013  ottobre 01 Martedì calendario

[PING-PONG, TENNISTAVOLO]


Una passione che unisce le due sponde dell’Atlantico. Tanto che David Cameron, in visita negli Stati Uniti, ha regalato alla famiglia Obama un tavolo da ping-pong. Un ricordo del viaggio a Londra del presidente americano, che aveva sfidato (con scarso successo) in coppia con il premier inglese due studenti londinesi. Ma fra gli appassionati vip si contano anche Nicolas Sarkozy, ex presidente francese, fotografato con racchetta in mano, e Bill Gates, in tribuna al torneo olimpico di Londra.
Attorno al tavolo da ping-pong le celebrità non mancano. Tom Hanks, dopo la performance in Forrest Gump, può permettersi qualsiasi colpo. Giocano gli scrittori Jonathan Safran Foer e Nick Hornby, c’è persino un libro sul ping-pong come filosofia di vita: Everything you Know is pong: how mighty table tennis shapes our world (Tutto ciò che conosci è pong. Come il potente tennistavolo modella il nostro mondo) di Roger Bennett e Eli Horowitz. I calciatori del Manchester United Robin Van Persie e Rio Ferdinand si divertono nei ritiri: una clip di una loro sfida «no look» (voltati per non vedere il colpo dell’avversario) ha fatto il giro del web. A New York questa estate l’Open Table Tennis Tournament in Madison Square Garden ha attirato centinaia di appassionati. Alcuni hanno potuto misurarsi con l’ospite d’onore, Serena Williams. Emozione a parte, non sarà stata una passeggiata rispondere al suo rovescio. Meglio è andata a un’altra stella dello United, Wayne Rooney. Un paio di anni fa lo si è visto schiacciare sul campo di un Roger Federer costretto a correre da una parte all’altra per parare i suoi colpi. Ma era la finzione di uno spot.
Nuova moda o vecchio amore che sia, il ping-pong ha un segreto che dura da oltre un secolo: fa sentire chiunque alla pari con il resto del mondo. Non serve un fisico bestiale, non bisogna frequentare circoli esclusivi e si può praticare a qualsiasi età. «È veloce, dinamico e divertente. Ed è anche economico» riassume Andrea Tomat, 56 anni, presidente di Lotto e Stonefly. «Ho cominciato all’oratorio da ragazzino, ho fatto qualche torneo amatoriale. Gioco anche a tennis, ma è diverso nei movimenti e ha bisogno di più forza e resistenza. Il ping-pong stimola la velocità di esecuzione e di percezione. È un ottimo allenamento per imparare a fare più azioni in automatico, quasi senza pensare. Il mio punto di forza? La battuta tagliata di rovescio, che va sul rovescio dell’avversario ed è molto efficace per chiudere velocemente il punto. Quello che devo migliorare, invece, sono le schiacciate di rovescio».
Il tennis in scala ridotta, inventato sui tavoli dei circoli inglesi a fine Ottocento, è diventato grande prima grazie alle palline di celluloide poi, dagli anni Cinquanta, per merito delle racchette con uno strato di gommapiuma che consentono effetti di rotazione sulla palla (spin). Una rivoluzione, anche se negli ultimi anni sono nate associazioni di «duri e puri» che giocano soltanto con le hardbat, racchette non imbottite (il gennaio scorso, Londra ha ospitato il campionato mondiale degli appassionati del genere).
«Io l’ho sempre considerato un piccolo tennis» dice Giovanni Lato, 55 anni, a.d. di Culti. «In entrambi i casi c’è un rettangolo e una rete...». Ritrova i propri pregi e difetti («forte in battuta e di rovescio, scarso nel dritto. Come nel tennis») e spiega che, come nel tennistavolo, anche nel lavoro a volte «si decide la partita in pochi secondi». Da ragazzo ha giocato molto: «Mai fatto tornei agonistici, ma con gli amici ne organizzavamo di bellissimi, con tabellone anche da 16 partecipanti. Non ero l’unico ad avere il tavolo in casa, per cui cambiavamo anche “stadio”». Claudio Marchisio, 27 anni, centrocampista della Juventus, negli stadi veri c’è arrivato con il calcio. A casa un tavolo da ping-pong mancava. «Ma per fortuna» ricorda, «alcuni amici avevano il tavolo, nei weekend ci ospitavano per una pizza e passavamo le serate a sfidarci». In Nazionale gli fanno concorrenza i milanisti Stephan El Shaarawy e Mario Balotelli, attaccanti puri. Marchisio si riconosce in altre qualità: «Ottimi riflessi e battuta veloce. Non sono uno che usa la schiacciata come colpo importante».
A livello amatoriale il tennistavolo ha conquistato 300 milioni di persone. I suoi fan sostengono sia lo sport più diffuso del pianeta. Se il calcio reclama il primato, se lo tenga pure, perché loro sono invece fieri di mostrare che attorno al tavolo da ping-pong le donne non sono minoranza. Sveva Alviti, 29 anni, modella, attrice (in uscita a novembre il film Call Giri) e fondatrice del marchio di abiti vintage Sis New York con la sorella Sara, conferma. E ricorda la sua prima partita: «Avrò avuto nove anni. Già da due giocavo a tennis. A un campus estivo mi invitarono a partecipare a un torneo e non me lo feci ripetere due volte. Ci sono volute un po’ di sconfitte per imparare e mi sono pesate perché sono competitiva: quando inizia la partita non riesco più a scherzare. Sono forte sul dritto, mi piace infierire sul rovescio dell’avversario. Invece dovrei migliorare nella battuta, soprattutto a effetto. È importante».
Proprio un’attrice, che si definisce ora «propagandista del ping-pong», ha contribuito a rilanciare la popolarità del tennistavolo. Susan Sarandon nel 2009 a New York ha aperto lo SPiN Galactic, un «ping-pong social club» nel cuore di Manhattan. La formula ha funzionato: ne ha inaugurati altri a Los Angeles, Toronto, Milwaukee e Dubai. La primogenitura spetta però a Londra: il Bounce (17 tavoli, c’è anche quello su cui è stata disputata la finale olimpica 2012) sorge «nel luogo stesso in cui il ping-pong è stato registrato nel 1901 da John Jaques III». Parigi risponde con un locale (da otto tavoli) non lontano dal cimitero Père-Lachaise, che sull’insegna ha la prima definizione del gioco, Gossima.
La faccenda del nome è più seria di quanto appaia. Nel mondo ci sono 50 milioni di agonisti (in Italia i tesserati sono circa 15 mila), per i quali definire ping-pong il tennistavolo, sport olimpico dal 1988, è quasi un sacrilegio. «Si chiama tennistavolo» dice con puntiglio il cantautore romano Antonello Venditti, 64 anni, che sognava l’Olimpiade prima ancora del successo come musicista e autore: «Pingpong è un termine da spiaggia o da sacrestia. Io ero una giovane promessa, tanto che nella mia autobiografia (L’importante è che tu sia infelice, Mondadori, ndr) confesso che aspiravo a diventare un campione del mondo di questo sport che per molti anni ha fatto parte della mia vita». Il suo idolo? Il giocatore svedese Jan-Ove Waldner, campione olimpico a Barcellona 1992, capace di conquistare un Mondiale nel 1997 senza perdere nemmeno un singolo set. Venditti non ha potuto provare a imitarlo perché ha dovuto scegliere: racchetta o pianoforte. «I movimenti del braccio del tennistavolo non vanno d’accordo con quelli che si usano al piano. Ora le mie racchette, fra cui una puntinata, sono custodite alla Federazione. Se decidessi di riprendere sono lì che mi aspettano».
(ha collaborato Mario Luzzatto Fegiz)