Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2013  settembre 08 Domenica calendario


LA PENNA ACUTA DI GUTTUSO


La penna stilografica, una Sheaffer d’oro di foggia antica e dal piccolo pennino, era l’unico strumento di scrittura usato da Renato Guttuso. La penna, gravida d’inchiostro, rigorosamente Pelikan nero/blu, era sempre pronta a percorrere i fogli protocollo a piccoli quadretti, il formato prediletto dall’artista. La scrittura, a differenza della pittura e del disegno che ammettevano la presenza di pochi, selezionati amici, era una fatica solitaria, da compiere nella biblioteca, sulla grande scrivania di mogano, ricoperta di pelle. Ricordo bene quell’atmosfera: l’aria era piena del forte aroma di caffè, che ci portava Rocco, mentre dai posacenere si levavano ampie volute di fumo dalle sigarette lasciate consumare. Spesso le sigarette, appena accese, non riuscivano a trovare la strada del posacenere e restavano a consumarsi sul bordo del tavolo, lasciando lunghe strisce grigie. Il fumo, quell’aura grigia che pervadeva il suo studio, era progressivamente divenuto per Guttuso una metafora per rivendicare l’autonomia del suo cammino artistico, dei suoi pensieri sull’arte, compiuti spesso in contrasto con amici e compagni di strada: «Si ha il dovere morale a volte di dispiacere ai propri amici e di farli tossire, così come noi stessi tossiamo del nostro stesso fumo». I fogli dopo essere stati battuti a macchina – a spazi molto larghi si raccomandava l’artista – erano riempiti di annotazioni e, solo allora, si potevano battere nuovamente per la definitiva consegna.
Talvolta la scrittura nasceva da un suo interno bisogno, dalla passione provata per un artista, dalla necessità di esprimere, anche con la scrittura, le sue posizioni artistiche, di spiegare a se stesso e agli altri in che senso andasse adoperato l’insegnamento degli antichi e recenti maestri ai quali si ispirava: da Caravaggio a Courbet a Cézanne a Picasso. Altre volte scaturiva dalla lettura dei giornali, ogni volta che un articolo stimolava una risposta immediata. In questi casi, mentre l’artista scriveva, bisognava cercare velocemente il numero telefonico del direttore del giornale per annunciargli l’arrivo dell’articolo guttusiano, sempre graditissimo, per le polemiche che avrebbe inevitabilmente innescato. Polemiche che, pur accese e sostenute dalla forte vis polemica dell’artista, nascevano sempre da una convinzione remota e profonda, ragionata, andando sempre al di là di una motivazione personale.
Tra il 1961 e il 1963 la passione per la scrittura e l’antica consuetudine con importanti riviste, «Primato», «Paragone», di cui era stato redattore, «Il Contemporaneo», spingono l’artista a progettare, insieme con gli amici Arturo Carlo Quintavalle, Franco Russoli, Michele Ranchetti, Vittorio Olcese e Luciano Caramel, una rivista che avrebbe dovuto avere come titolo «La Medusa», in riferimento alla Zattera della Medusa, il famoso quadro che narra del naufragio della nave omonima e delle tragedie dei sopravvissuti e di cui Guttuso scrive: «Gericault parlerà della Francia alla deriva fondendo un fatto di cronaca con l’allegoria». Della rivista, il cui titolo era nel tempo divenuto «Documenti d’arte contemporanea», furono redatti da Caramel e Quintavalle due numeri completi, fino ai menabò definitivi, ma né Feltrinelli né Einaudi, cui era stata proposta, se la sentirono di pubblicarla. I manoscritti e le copie dattiloscritte sono stati, dopo la morte di Guttuso, conservati, studiati e trascritti, perché se la memoria di un artista è affidata alla sua opera, quindi ai quadri, ai disegni, la morte recide però quei rapporti, quelle complicità, quelle relazioni che formano il tessuto connettivo nel quale le opere d’arte sono state concepite e che rischiano di dissolversi dopo la sua scomparsa. Per riannodare quel filo ho fondato gli Archivi Guttuso, con sede a Palazzo del Grillo, suo ultimo studio romano – dove s’incontravano gli amici, Natalino Sapegno, Giorgio Napolitano, Paolo Bufalini, Giulio Andreotti, Antonello Trombadori, il cardinale Fiorenzo Angelini –, che costituiscono il centro propulsore della sua memoria.
Guttuso ha scritto molto e rintracciare i suoi articoli è stata operazione spesso ardua, visto il disordine che regnava nel suo studio e la difficoltà di reperire articoli destinati a testate pubblicate per pochi mesi, prefazioni scritte su cataloghi di gallerie scomparse e così via.
Per la verità piccole antologie dei suoi scritti erano già state pubblicate sia dalla rivista «Galleria», in un apposito fascicolo, a cura di Natale Tedesco, nel 1971, sia nel volume Mestiere di pittore, pubblicato dall’editore De Donato. Entrambe le raccolte non solo non possono essere considerate esaustive, ma sono ben lontane dal comprendere la maggior parte degli interventi di Guttuso. La necessità di integrarle, oltre che di fornire un criterio sistematico, indispensabile al lettore per orientarsi nel grande mare della scrittura guttusiana, è stata un’operazione lunga e complessa che si conclude, nel centenario della nascita dell’artista, grazie alla sensibilità di Elisabetta Sgarbi, con la pubblicazione di questo volume.