Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2013  settembre 08 Domenica calendario


HAYEK, IL NOBEL CHE INFLUENZÒ I GRANDI CON LO «STATO MINIMO»

Riaprono le scuole e riapre i battenti anche il Sole Junior. In questa rimpatriata riprendiamo il filo dei premi Nobel dell’economia. Il primo fu assegnato nel 1969 e da allora abbiamo già macinato le prime cinque premiazioni. Arriviamo ora al 1974, quando il Nobel fu assegnato a due economisti: lo svedese Gunnar Myrdal e l’austriaco (poi naturalizzato inglese) Friedrich von Hayek.
Quei premi sottolinearono come l’economia non stia in piedi da sola. L’economia è una scienza dell’uomo e l’uomo - lo sapete - è un animale complicato. Se volete essere un bravo economista dovete anche sapere di politica, di sociologia, di psicologia, di filosofia, di storia... Figuratevi che von Hayek si interessò anche dell’anatomia del cervello e quando ancora studiava legge lavorò in un laboratorio sezionando cellule cerebrali...
Dato che i premiati furono due e alquanto diversi - Myrdal socialista, von Hayek apostolo del liberalismo - sdoppieremo anche la puntata. Ci occuperemo questa settimana di von Hayek e la settimana prossima di Myrdal. Cominciamo, allora, con questa tranciante affermazione di John Maynard Keynes: «Le idee degli economisti e dei filosofi della politica, sia quando son giuste che quando son sbagliate, sono più potenti di quanto si creda. In verità, son loro che governano il mondo. Gli uomini di azione, che si credono esenti da ogni influenza intellettuale, son di solito schiavi di qualche economista defunto. Pazzi al potere, che odono voci nell’aria, distillano le loro frenesie da scribacchini accademici di qualche anno fa...». Come vedete, Keynes non è uno che le mandava a dire. E oggi parliamo di Hayek (non mettiamo il "von", nel 1919 i titoli nobiliari furono aboliti in Austria) perché le sue idee si rivelarono di quelle che «governano il mondo».
La versione più conosciuta di questo sacerdote del liberalismo vuole le idee di Hayek troppo liberali, per non dire reazionarie (fu anche criticato per aver contribuito alle riforme economiche dello spietato dittatore cileno Pinochet). Ma bisogna dire che nel periodo storico in cui Hayek scriveva - dagli anni Trenta in poi - il dibattito ferveva sui limiti dell’intervento dello Stato nell’economia. Più ancora, il mondo era diviso sulla scelta fra capitalismo e collettivismo, fra economia di mercato ed economia pianificata dal centro. Oggi questo dibattito - dopo il crollo del Muro di Berlino, la dissoluzione dell’impero sovietico e l’abbraccio cinese al mercato - ci sembra obsoleto, ma allora era al centro delle scelte su come organizzare la società.
Hayek prese una posizione netta in favore della libera iniziativa e di un intervento minimo dello Stato. Una posizione che oggi chiameremmo "di destra" ma Hayek non la sposava perché voleva difendere i privilegi o perché non si curava dei poveri. Gli argomenti di Hayek erano scientifici: lui sosteneva che la maniera migliore per usare le risorse - decidere cosa, quanto e dove produrre - è quella di lasciare che siano i prezzi (quei "segnali" del libero mercato) a orientare le decisioni di produttori e consumatori.
Lo Stato, sempre secondo Hayek, deve limitarsi a fornire quei servizi per i quali esiste un generale consenso - per esempio, la difesa - ma là dove ci sono molte opinioni differenti (ricordo negli anni Sessanta un politico italiano, Ugo La Malfa, era contro l’arrivo della televisione a colori perché diceva che era meglio usare le risorse per costruire ospedali) è meglio lasciare le decisioni all’operare del mercato. Nel momento in cui - diceva Hayek - politici e burocrati si arrogano il compito di decidere cosa produrre, si entra in un piano inclinato che scivola verso il totalitarismo: così argomentò il Nostro nel suo libro seminale, "La via alla schiavitù".
Queste idee di Hayek ebbero una grande influenza dietro la Cortina di ferro. In quei Paesi i suoi libri furono clandestinamente tradotti e diffusi, e contribuirono a creare quel clima di opinione che avrebbe alfine portato al collasso dell’Urss.
Hayek, a differenza di alcuni suoi seguaci, non era contrario alle reti di sicurezza sociale. In un libro del 1973 ("Law, legislation and liberty") scrisse: «Non vi è ragione per cui in una società libera il governo non debba assicurare a tutti una protezione contro le privazioni nella forma di un reddito minimo».
La filosofia di "Stato minimo" di Hayek influenzò profondamente, in Occidente, anche il presidente americano Ronald Reagan e la Lady di ferro Margaret Thatcher. E portò legna al fuoco della deregulation, cioè della tendenza a regolare con mano leggera economia e finanza. Una tendenza che oggi non va più di moda: la Grande recessione, innescata dagli eccessi di una finanza senza briglie, ha portato a qualche diffidenza verso lo Stato minimo di Hayek. L’economia di mercato è essenzialmente una mezzadria fra pubblico e privato, e i confini di questa mezzadria sono confini mobili, che variano nel tempo e nello spazio. Hayek sarebbe stato d’accordo nel dire che molto, per quanto riguarda quei confini, dipende dalla qualità delle istituzioni e dalla robustezza del tessuto sociale che accomuna i cittadini.
fabrizio@bigpond.net.au