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 2013  settembre 08 Domenica calendario


BERLUSCONI RICORRE ALLA CORTE EUROPEA


Il fax è partito ieri mattina alle 9,25 per la Corte europea dei diritti dell’uomo, a Strasburgo. Ventinove pagine nelle quali il senatore Silvio Berlusconi spiega perché l’applicazione della legge Severino, in tema di incandidabilità e di decadenza dal mandato parlamentare, «comporti la violazione dell’articolo 7» della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Una copia del ricorso è stata inviata via fax anche alla Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato. La prima reazione di Mario Giarrusso, Capogruppo M5S in Giunta, è lapidaria: «Irricevibile, contesta l’applicazione della Severino prima ancora che il Senato si pronunci». Da Genova, il segretario Pd, Guglielmo Epifani, non ha nessun tentennamento, riconfermando la linea presa: «Difenderemo lo Stato di diritto e il principio per cui tutti sono uguali di fronte alla legge».

Il ricorso. Silvio Berlusconi ritiene che l’applicazione della incandidabilità viola l’articolo 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che recita: «Nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale».

Dice Berlusconi: «L’incandidabilità e la conseguente decadenza dal mandato parlamentare a seguito di condanna per fatti commessi anteriormente alla sua entrata in vigore è contraria al divieto di retroattività delle sanzioni penali».

Tra gli allegati inviati a Strasburgo, i legali del senatore Berlusconi hanno inserito anche l’inchiesta del nostro giornale sulla Giunta delle elezioni. Uno dei suoi componenti, Benedetto della Vedova, Scelta civica, commenta: «Non voglio giudicare il ricorso, mi spiace che il ricorrente, che è anche un editore, citi un articolo del quotidiano “La Stampa” in cui noi componenti della Giunta esprimevamo opinioni generali senza rivelare come avremmo votato».

Il ricorso: «Il principio di legalità impone che all’accusato non sia comminata una pena più grave rispetto a quella prevista al tempo in cui il reato è stato commesso». Scrivono i legali: «Sul criterio di gravità della sanzione, è sufficiente considerare l’ampiezza degli effetti temporali dell’incandidabilità, che si protrae per un periodo pari al doppio della pena accessoria dell’interdizione temporanea e, comunque, per un periodo minimo di sei anni indipendentemente dalla durata di quest’ultima, potendo così incidere sul diritto di elettorato passivo per ben due legislature consecutive».

Insistono i legali del senatore, sulla «natura penalistica» delle disposizioni della Severino: «E’ evidente la similiarità tra l’incandidabilità e la pena accessoria della interdizione dai pubblici uffici». Ma c’è, sarebbe stato violato anche l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: «L’incandidabilità della legge Severino costituisce una restrizione del diritto di elettorato passivo del ricorrente, che non soddisfa requisiti di legalità e di proporzionalità rispetto allo scopo perseguito e viola il divieto di discriminazione».

Annota poi il ricorso che la legge Severino lede in «maniera irreversibile» il diritto di continuare a rivestire la carica di parlamentare e la «legittima aspettativa del corpo elettorale alla permanenza in carica dello stesso per tutta la durata della legislatura per cui è stato democraticamente eletto».