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 2013  settembre 08 Domenica calendario


Biografia di Michail Saltykov-Scedrin

Michail Saltykov-Šcedrin, l’autore di Fatti d’altri tempi nel distretto di Pošechon’je, fu più o meno coevo di Dostoevskij. Nacque da una famiglia di media nobiltà nel 1826. Quando a ventidue anni, influenzato dagli eventi rivoluzionari di Parigi, pubblicò Un affare imbrogliato, Nicola I lo spedì in provincia, a Vjatka, dove ricominciò la carriera amministrativa. L’esilio durò otto anni, lo revocò Alessandro II e nel 1857 Saltykov pubblicò Cronache (o Schizzi o Bozzetti) provinciali, il libro che lo impose all’attenzione e che suscitò l’interesse di Nikolaj Cernyševskij. La collaborazione tra i due scrittori alla rivista «Sovremmenik» costituisce uno sviluppo del pensiero liberale, com’era interpretato dal duo Belinskij-Turgenev: per lo stesso Lenin siamo a un passo dall’idea democratica. Non così per Kropotkin, per il quale la satira di Saltykov accostandosi all’uomo medio «rimane nascosta dietro una massa di episodi comici e di espressioni esotiche».
Ma Kropotkin sbagliava. Saltykov comincia da Aksakov, dalla sua Cronaca di famiglia; ha punti di contatto con Turgenev (ma i loro mondi sono diversi, l’attenzione di Saltykov è quasi per intero concentrata su quello che si sarebbe chiamato proletariato, e che per lui era o era stata servitù della gleba), e anche con Gogol’ (nelle sue punte satiriche). Ma specie nelle opere maggiori, I signori Golovliòv e Pošechon’je, è un caso a sé per obiettività dello sguardo; per durezza (tutta implicita) del giudizio; per nichilismo (pari a quello dei grandi del secolo successivo, secondo Anthony Burgess la sua opera prelude a Belyj e al Nabokov di Ada); per il sottotesto di «pietas» che il suo nichilismo mai nasconde fino in fondo.
L’analisi che ne fece Cernyševskij è esemplare. Saltykov in quanto funzionario statale non è un democratico. Se l’idea dominante è che la concussione è una transazione, condannare è difficile; né Amleto è Amleto solo per il suo carattere, lo è per il mondo in cui vive. Ma a questa altezza, contraddicendo l’uomo, entra in scena lo scrittore che assunse il nome di Šcedrin, un vero scrittore democratico.
Saltykov è il più nero degli umoristi, diceva Cernyševskij nel 1857; ma per lui i russi non sono mostri, bensì uomini come gli altri, quegli uomini «comuni» che Kropotkin pensava l’autore di Golovljòv e di Pošechon’je non sapesse vedere. Quello che a me più preme è capire cosa fa di Saltykov, al di là delle idee, uno scrittore non grande, ma grandissimo e anche, aggiungo, molto bello da leggere, trascinante, sempre toccante. I suoi registri sono tre. Comico-umoristico, d’un umorismo che procede raso terra. Satirico, d’una satira che può essere circoscritta al mero ritratto di un personaggio: in Pošechon’je così è descritto il maresciallo Strúnnikov: egli «mangia una cotoletta dietro l’altra. Strappa la carne coi denti, e masticando guarda lontano, come sperduto nei pensieri. Dal piacere il suo viso prende un’espressione quasi sofferente». Il terzo registro è elegiaco: i ritratti più lancinanti sono quelli dei servi, della loro quasi sempre breve e stremante vita, e della loro morte. Annuška in punto di morte dirà: «Sono nata serva (...). E adesso se l’Altissimo mi giudica degna di morire, resterò per i secoli dei secoli... serva del Signore!». Mavruša, che diventa serva sposandosi, non ce la fa e s’impicca; l’impenetrabile Konòn che, agonizzante, alla domanda «E allora, soffre?» risponde solo: «Si sa... è la morte»; il sarto Serëžka che diventa sarto per «smorzare ogni sensibilità, e farci il callo» (alla normalità delle angherie); Matrënka che rimasta incinta fuori del matrimonio si lascia morire assiderata; Van’ka-Caino che al narratore riappare anni dopo, più scheletrico che mai per dirgli, semplicemente, senza dirlo, «è ora di morire».
Non mi soffermerò sui due ritratti maggiori, che si suppongono autobiografici, quello della tirannica eppure «buona» padrona e di tutti «mamma» Anna Pàvlovna, e quella del padre «bigotto e pusillanime» (Gigliola Venturi) Vasilij Porfiryc. Né sui ritratti un po’ comici, le «ziette-sorelline» e, stupendo, quello della «zia golosetta». Voglio ricordare invece il matrimonio tra il nobile d’antico stampo (proprio come in Gogol’) Burmakin e la viziatissima Mílocka, che appena arriva a Mosca mostra di che pasta è fatta, così ricordando, si può supporre, lo sciagurato matrimonio di Saltykov, che aveva trent’anni, con Elizaveta Apollònovna, di quindici anni più giovane (una donna che, annoterà il marito, «in quanto a ideali non è esigente» mentre «i maldicenti cercano di azzeccare a chi somiglino i miei figlioli»).
Per concludere, vorrei dire due cose su come è fatto (scritto) Pošechon’je. Le variazioni di ritmo sono tanto sottili, quasi inavvertibili, quanto incessanti. Passaggio da passato prossimo a passato remoto, e da passato a presente («ecco che...»); passaggio dal personale all’impersonale, e quindi dalla forma romanzo alla forma saggio (antropologico, o sociologico, o morale); passaggio dalla seconda alla terza persona «impersonale», una specie di monologo interiore; più raramente alla prima persona (le apparizioni in scena del narratore sono rarissime, eppure ci sono) o al commento («può darsi che questa conversazione sia stata un po’ abbellita da qualche vicino spiritoso» — una notazione che la dice lunga su cose narrate e che non possono aver avuto il narratore come testimone).
Una parola infine sulla struttura. Prima ho citato tre diverse traduzioni di un titolo: Cronache, Bozzetti, Schizzi. Tutti vedono anche nei Signori Golovljòv una organizzazione frammentaria, quasi fosse un limite. Ma in questo romanzo e in Pošechon’je è la stessa, identica (solo più ampia), di quella del nostro Gattopardo. Lo «schizzo», o il ritratto, di personaggi che poi ritornano, sempre si inscrive in una specie di polittico, vale a dire la campitura che meglio si addice all’evocazione di un mondo inconsapevole, che di sé non ha alcuna idea, altro non ha che abitudini, ripetizioni, vizi, aperte o soffocate crudeltà.
Franco Cordelli