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 2013  settembre 08 Domenica calendario


LE GRANDI CATASTROFI E LA VOLONTÀ DI DIO

Quando accadono fatti di cronaca come incidenti, disastri e catastrofi naturali ma con esito positivo, tutti (i media, la gente comune) parlano di «miracolo»: bambino che cade dal quarto piano e resta incolume, scuola travolta da una frana ma era vuota, aereo precipita ma all’ultimo momento il pilota riesce miracolosamente ad atterrare, ecc.
La sciagura ferroviaria delle scorse settimane in Galizia ha avuto 78 morti; tutti gli altri passeggeri hanno riportato ferite, anche molto gravi; l’incidente è avvenuto a pochi chilometri da un luogo che appartiene alla devozione cattolica, il Santuario di Santiago de Compostela; parecchi passeggeri erano pellegrini che si stavano recando al Santuario; la sciagura è accaduta proprio alla vigilia della Festa di San Giacomo. In questo caso si attribuisce (legittimamente, pare) la colpa al macchinista, si parla di fatalità, ma nessuno osa (giustamente) mettere in relazione le impressionanti circostanze della sciagura. Non sarebbe opportuno, a commento di queste sciagure e tragedie, e a prescindere dal loro esito fortunato o sfortunato, parlare di fatalità, caso, destino, responsabilità umane e lasciar perdere i miracoli, che meritano riflessioni e approfondimenti di ben altro genere?
Maurizio Davolio
mdavo@tin.it
Caro Davolio, le sue riflessioni sono quelle che occuparono la scena intellettuale europea dopo il grande terremoto di Lisbona del 1° novembre 1755: una sciagura che distrusse la città, uccise quasi un terzo della sua popolazione, investì tutte le coste del Mediterraneo occidentale, provocò grandi danni ad Algeri e diecimila vittime in Marocco. Voltaire scrisse un poema in cui polemizzò con i filosofi e i poeti (Leibniz, Alexander Pope) per i quali questo nostro mondo è il migliore dei mondi possibili. Sostenne che la terra è abitata dal male, che la nostra esistenza non ha altro significato se non la sofferenza e la morte. Jean-Jacques Rousseau gli rispose con una pubblica lettera in cui scrisse che «i nostri mali sono per la maggior parte opera nostra e li avremmo evitati quasi tutti mantenendo la maniera di vivere semplice, uniforme e solitaria che ci era prescritta dalla natura». Oggi Rousseau direbbe probabilmente che il disastro galiziano non sarebbe mai accaduto se l’uomo non avesse inventato l’alta velocità; e un Voltaire dei nostri tempi potrebbe rispondergli che su uno dei piatti della bilancia usata per pesare il disastro galiziano occorre mettere i meriti della modernità e i grandi servizi che ha reso alle condizioni terrene degli essere umani.
Questo, caro Davolio, è un dialogo tra filosofi laici. Un fedele dei grandi monoteismi direbbe invece che la volontà di Dio è imperscrutabile. Un grande scrittore austriaco, Stefan Zweig, ha descritto in un lungo racconto (Il candelabro sepolto, ora pubblicato da Skira con una postfazione di Fabio Isman) il grande dolore degli ebrei romani quando i barbari saccheggiarono Roma e portarono con sé la Menorah, il grande candelabro che ardeva davanti all’Arca dell’Alleanza prima della distruzione romana del tempio nel 70 d.C. Un bambino, Benjamin, chiese al rabbino Elieser: «E Dio? Perché permette questa rapina? Perché non ci aiuta? Perché tiene la parte dei ladri e non quella dei giusti?». Elieser gli disse con franchezza: «Non lo so. Poiché noi non conosciamo i disegni di Dio e non immaginiamo i suoi pensieri». Parlò ancora per qualche minuto e infine disse: «Ora non chiedere di più perché il tuo domandare eccede il mio sapere». Il racconto fu scritto nel 1937. Qualche anno dopo altri bambini faranno le stesse domande, altri rabbini e sacerdoti daranno le stesse risposte.
Sergio Romano