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 2013  settembre 08 Domenica calendario


L’AUSTRALIA A DESTRA. IL NEOPREMIER ABBOTT: «BARICENTRO IN ASIA» —

Alla fine è andata come tutti si aspettavano: dopo 6 anni di governo laburista, l’Australia è nuovamente tornata in mano ai liberali, questa volta guidati da Tony Abbott. Con il novanta per cento dei voti scrutinati, la Commissione elettorale australiana dava un risultato favorevole ai conservatori: 53% contro il 47% della sinistra, e una proiezione di 91 seggi su 150.
Una vittoria facile, consegnata su un piatto d’argento dai laburisti che si sono distrutti da soli con le loro lotte interne, iniziate nel 2010. Fu allora che il primo ministro Kevin Rudd venne cacciato dal suo stesso partito per essere sostituito da Julia Gillard, meno dispotica, ma anche meno capace di ottenere il consenso degli australiani. Quando, dopo tre anni di tentativi e di sabotaggio interno, Rudd è riuscito nuovamente a tornare al potere a giugno, Abbott ha tremato, ma i risultati di ieri hanno confermato la solidità della sua vittoria, nonostante un’accesa campagna elettorale. «Non sono stati i liberali a vincere, ma i laburisti a perdere», hanno sottolineato i commentatori, alla fine degli exit poll.
Monarchico, conservatore, sportivo accanito, il nuovo leader è famoso per le sue gaffe. Come quando, in campagna elettorale, ha elogiato il «sex appeal» di una delle sue candidate o come quando sostenne di non sentirsi a suo agio con gli omosessuali. Nel tempo si è guadagnato soprannomi poco lusinghieri, come quello di «monaco pazzo», per la sua fede cattolica e il suo periodo da seminarista, o quello di «lanciatore di bombe» per l’aggressività mostrata nei suoi primi anni in Parlamento. Eppure ha un curriculum di tutto rispetto, con una laurea in legge e economia a Sydney, seguita da studi di politica e filosofia a Oxford. Entrato in politica nel 1994 con i liberali, è diventato quattro anni fa il leader dell’opposizione. Ora, a capo del nuovo governo, promette di concentrarsi specialmente sull’economia. «In tre anni il nostro bilancio sarà sulla strada di un surplus ragionevole», ha detto ieri sera nel suo primo discorso dopo la vittoria. Non è un momento facile per il Paese, nonostante l’Australia sia nel suo 22esimo anno senza recessione e sia considerata una delle nazioni al mondo in cui si vive meglio.
Dopo un lungo periodo di boom minerario, la situazione economica sta peggiorando e i cittadini sono preoccupati. La crescita è rallentata, la disoccupazione è salita al 5,7% e le entrate fiscali sono in calo. Nelle maggiori città australiane si parla ormai da mesi di ristrutturazioni e licenziamenti, dovute anche a un dollaro troppo alto che ha pesato negli ultimi anni sul turismo interno e sul settore manifatturiero. Tony Abbott ha anticipato risparmi per ben 40 miliardi di dollari, che interesseranno anche la gestione dei richiedenti asilo, uno dei punti più sensibili della campagna elettorale. «Ferma le barche» è da anni lo slogan dei liberali che promettono di creare una taskforce per rimandare indietro gli immigrati arrivati illegalmente sui barconi e non permettere a nessuno di loro di restare permanentemente in Australia. Ma non c’è solo l’economia. Nel secolo asiatico, il Paese ha infatti iniziato a capire l’importanza della sua posizione che gli ha permesso di prosperare nel mezzo della crisi finanziaria grazie alle esportazioni di materie prime in Asia, Cina in testa.
Anche per questo, in politica estera, Abbott continuerà probabilmente a seguire la strategia australiana degli ultimi anni, tra dichiarazioni di fedeltà all’alleato americano e toni sempre più accomodanti con la Cina, ormai primo partner commerciale. Il leader ha già detto che i suoi primi viaggi saranno in Indonesia, Cina, Giappone e Corea del Sud e non negli Stati Uniti o nel Regno Unito. «Le decisioni che avranno un impatto sui nostri interessi nazionali saranno prese a Jakarta, Pechino, Tokyo e Seul tanto quanto a Washington», ha spiegato.
Roberta Giaconi