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 2013  luglio 08 Lunedì calendario


I RETROSCENA DEL 25 LUGLIO: 70 ANNI FA LA CADUTA DEL DUCE

In occasione dei settant’anni dalla caduta del fascismo (25 Luglio 1943), la casa editrice Le Lettere pubblica tre importanti libri di testimonianza incentrati sulle vicende che portarono alla defenestrazione di Benito Mussolini. Tutti e tre a cura di Francesco Perfetti, lo storico che li ha portati alla luce. I primi due, Gran consiglio, ultima seduta di Alberto De Stefani e Memorie di un condannato a morte di Luigi Federzoni, sono stati scritti da personaggi che erano stati al fianco del Duce fin dall’inizio dell’avventura fascista anche se poi, nel 1943, non ebbero dubbi a provocarne la caduta.
Alberto De Stefani era stato praticamente l’unico parlamentare eletto in una lista fascista alle elezioni del 1921 (gli altri seguaci di Mussolini erano stati portati in Parlamento dai Blocchi nazionali, insieme a liberali, nazionalisti, democratici, ex combattenti). «Il deputato d’assalto», lo definì Alberto Mario Perbellini sul «Resto del Carlino» e lui fece sua questa «qualifica». Ma De Stefani fu soprattutto un economista di grande spessore. All’indomani della marcia su Roma (ottobre 1922), Mussolini lo volle con sé al governo come ministro delle Finanze e del Tesoro. De Stefani, per non deludere colui che gli aveva dato una così grande prova di fiducia, da quella postazione mirò a quello che era stato l’obiettivo delle grandi personalità della Destra storica: il pareggio del bilancio. Pareggio che ottenne nell’estate del 1925, poco prima di essere estromesso dal ministero per divergenze con il capo del fascismo, dissensi che datavano dai tempi dell’uccisione di Giacomo Matteotti. De Stefani tornò allora all’insegnamento universitario e alla collaborazione con il «Corriere della Sera», salvo essere richiamato in servizio dallo stesso Mussolini alla guida di un comitato per la riforma burocratica. Quel comitato, però, ebbe vita breve (1928-1929). Dopodiché l’economista venne incluso, non senza problemi, nel Gran consiglio del fascismo (1930). Negli anni Trenta De Stefani fu contrario alla guerra d’Etiopia e, quando l’Italia strinse un’alleanza con Tokyo in vista di un nuovo conflitto, lui — in contrasto con l’opzione giapponese — accettò di diventare consulente del governo cinese. Non c’è da stupirsi, perciò, che nel luglio 1943 sia stato tra i firmatari dell’ordine del giorno di Dino Grandi, destinato a provocare il crollo del regime mussoliniano.
Diversa la biografia di Luigi Federzoni. Era stato, nel 1910, insieme a Enrico Corradini, uno dei fondatori dell’Associazione nazionalista italiana. In ottimi rapporti con Vittorio Emanuele III, nel 1922, al momento della marcia su Roma, Federzoni aveva avuto un ruolo importantissimo nel tenere Mussolini al corrente — quasi in tempo reale — delle decisioni del sovrano. Il Duce lo compensò affidandogli il ministero delle Colonie (ma lui avrebbe voluto gli Esteri) e poi, per premiarlo della fedeltà dimostrata ai tempi dell’affaire Matteotti, nel 1924 lo spostò agli Interni, dove rimase fino al 1926. Ma anche lui, come De Stefani, negli anni Trenta non fece nulla per nascondere il suo dissenso ed ebbe cariche sostanzialmente onorifiche: presidenza del Senato prima (1929-1939), poi dell’Accademia d’Italia (1938-1943). Fu tra i pochissimi che nel 1938 si opposero apertamente alle leggi razziali e probabilmente per questo perse la presidenza del Senato.
Anche in questo caso non è perciò una sorpresa trovare il suo nome tra quelli dei congiurati del luglio 1943. Pur se, a suo dire, non si dovrebbe assolutamente parlare di congiura. «Prima di tutto», scrive in Memorie di un condannato a morte, «niente "fellonia" né tampoco "agguato", "imboscata" ecc.: parole altrettanto gonfie di fragore quanto vuote di senso, con le quali ci si vorrebbe squalificare… Grandi preavvisò Mussolini fin dalla mattina del 22 circa la nostra iniziativa, e poi gli inviò, a mezzo di Scorza, il nostro ordine del giorno». Perciò, prosegue, non si può dire che ci fu colpo di Stato; si ebbe invece l’«esercizio legittimo di una potestà statutaria del sovrano, esercizio suffragato, sebbene non ce ne fosse bisogno, dal non meno legittimo voto del Gran consiglio».
De Stefani è di parere diverso. Il fatto che Mussolini non avesse sollevato un’eccezione di costituzionalità in merito all’ordine del giorno Grandi, «benché non potesse essergli sfuggito» che quell’iniziativa era «incostituzionale», aveva comportato che egli stesso avesse «legalizzato» in qualche modo «l’iniziativa rivoluzionaria e il colpo di Stato del Gran consiglio». Del resto Mussolini era da tempo «uscito dai propri limiti legali, avocando a se stesso con un atto rivoluzionario la rappresentanza del fascismo e il diritto di interessarsi, eccedendo i propri poteri, di questioni riguardanti i supremi interessi della patria». Questa lettura della seduta del Gran consiglio del 25 Luglio 1943, «che tende a sottolineare una dimensione rivoluzionaria e incostituzionale» e ad «avallare l’idea che in quella sede fosse stato realizzato un colpo di Stato», osserva Perfetti, «è in contrasto con le affermazioni fatte, in più sedi, da altri firmatari dell’ordine del giorno Grandi», i quali, al contrario, «hanno sempre rivendicato la correttezza giuridica dell’iniziativa e negato per essa ogni retropensiero di natura eversiva». Primo tra tutti Dino Grandi nel suo celeberrimo libro 25 Luglio, a cura di Renzo De Felice, edito dal Mulino.
D’altro canto, fa notare Perfetti, lo stesso De Stefani rigetta la categoria del «tradimento», richiamando l’attenzione sul fatto che l’ordine del giorno Grandi era un «documento tattico» che offriva a Mussolini un’opzione per il superamento della crisi. De Stefani mette poi in evidenza come le critiche alla degenerazione del fascismo fossero condivise anche da coloro che non avevano sottoscritto il documento. È significativo, prosegue Perfetti, l’accenno di De Stefani al fatto che Roberto Farinacci avesse svolto, in quella stessa seduta del Gran consiglio, una critica argomentata che «aveva investito tutta la politica del Duce assai più brutalmente dei commenti che Dino Grandi fece nel proprio ordine del giorno, dai quali esulava la critica della capacità politica del Duce, evidente invece nei discorsi di Farinacci». Altrettanto significativo è il riferimento al fatto che, a un certo punto, quasi tutti fossero preda di una sorta di «nostalgia del Capo», tanto che si ebbe la tentazione di «far confluire l’ordine del giorno Grandi in quello del segretario del partito», con una «decisione di compromesso che avrebbe lasciato le cose al punto in cui erano».
Secondo De Stefani, Mussolini aveva «già da quella notte sentito salire in se stesso la necessità storica della sua esclusione». E questo spiegherebbe perché sia stato così remissivo nel corso di quella lunghissima nottata: «L’ingresso del Duce nella sala del Gran consiglio», scrive De Stefani, «è stato silenzioso; un’accoglienza di attesa; pareva non vedesse nessuno; rifletteva e dava l’impressione di chi si appresta ad ascoltare; la sua espressione era passiva, senza sintomi di reazione come quella di chi deve accettare un avvenimento e non vuole sottrarvisi; la macchina era stata messa in moto e avrebbe continuato a muoversi; non era più in nostro potere di arrestarne la implacabilità; noi stessi ne eravamo lo strumento; della nostra libertà si era impadronita quella misteriosa macchina che gli uomini dicono fatalità; la sua logica ci dominava e noi avevamo perduto la nostra libertà». E ancora: «Il Duce è stanco: s’abbandona sul suo scranno per cercarvi un sostegno al suo abbandono; ordina al segretario del partito di fare l’appello; siamo tutti presenti, anche coloro che soggiornavano fuori di Roma e che non avevano ricevuto l’invito; anch’essi erano tornati per un misterioso richiamo interiore; molti di noi avrebbero potuto essere legittimamente assenti, ma ognuno aveva sentito qualche cosa in sé che lo aveva fatto tornare; le risposte all’appello sono monotone, impersonali, hanno un timbro unico e sono date a mezza voce… La nostra personalità sembrava scomparsa, eravamo tutti lì per adempiere lo stesso dovere; nessuno aveva qualche cosa da esprimere di suo, di particolare che non fosse comune anche agli altri, o che anche gli altri non avrebbero detto».
Il libro di De Stefani prova poi a spiegare perché Mussolini non fece in quell’occasione alcun «intervento apprezzabile», limitandosi a «qualche spunto difensivo, qualche punto di vista frammentario sull’origine confessionale dello Statuto, sull’esercizio effettivo del comando supremo, sull’impopolarità delle guerre». Con quell’«inerzia», secondo De Stefani, Mussolini avrebbe «dimostrato» la sua «lealtà monarchica», sacrificando ad essa «se stesso e il regime». Perfetti obietta essere molto più probabile che Mussolini ritenesse che il re non gli avrebbe tolto il sostegno. Proprio per le circostanze in cui vennero scritte (cioè a ridosso degli eventi), sostiene Perfetti, «queste pagine finiscono per assumere, ben più di quanto sarebbe potuto accadere con un testo elaborato a posteriori, un valore documentario e di testimonianza intima e individuale, che travalica la rivelazione di particolari inediti sullo svolgimento della seduta, i quali, pure, non mancano».
All’epoca in cui mise su carta queste notazioni, De Stefani era rifugiato in un monastero, dove sarebbe rimasto dall’ottobre del 1943 fino al luglio del 1947, per sottrarsi ai tempi di Salò alla condanna a morte in contumacia inflittagli nel processo di Verona per essere stato tra i firmatari dell’ordine del giorno Grandi. E per sfuggire, nel dopoguerra, alla detenzione nel corso dei mesi del processo intentato contro di lui presso la sezione speciale della Corte di Assise di Roma, con l’accusa di aver «concorso ad annullare le libertà costituzionali, distruggere le libertà popolari e di aver commesso altri reati connessi con l’instaurazione e il mantenimento del regime fascista». Procedimento che si concluse il 17 settembre del 1947 con un’assoluzione piena dell’illustre imputato. Il dispositivo con cui gli si rendeva la libertà conteneva addirittura un elogio: «Giova ripetere che l’opera sua fu oltremodo proficua alla patria e che meritò la stima e la considerazione dei suoi avversari politici, i quali tuttora lo tengono in gran conto, e pertanto non resta che proclamare l’innocenza di lui, assolvendolo con la formula più completa e restituendolo alla tranquillità della sua famiglia, di cui seppe conservare la nobile tradizione, e all’Italia che di uomini della sua statura morale e intellettuale ha assolutamente bisogno nel periodo della sua ricostruzione». Con il che De Stefani fu riammesso nella vita pubblica (anche se mai ne approfittò per tornare all’attività politica), in quella universitaria e alla scrittura, a cui si dedicò fino all’anno della sua morte, il 1969.
Il libro di Federzoni è più aggressivo. «Dettate, spesso, dall’indignazione e percorse da una vena di profonda amarezza», scrive Perfetti, le Memorie di un condannato a morte, «al di là del valore documentario su alcuni episodi e particolari della storia del ventennio, sono anche una sorta di esame di coscienza di una personalità rappresentativa, prima ancora che del movimento nazionalista del quale fu uno degli esponenti più significativi e autorevoli, di tutto un mondo cresciuto nel culto del Risorgimento e della tradizione incarnata dalla Destra storica».
Nelle Memorie l’autore accentua il «tema della contrapposizione tra il fascismo estremista, rivoluzionario, repubblicano e la Corona», rivelando che, quando era ministro dell’Interno, raccolse voci di un progettato tentativo di rapimento di Vittorio Emanuele III, presentato come «strumento del ventennale ricatto» di Mussolini nei confronti del sovrano. Quello del 1922, dopo la marcia su Roma, era stato un «falso compromesso» con il re, non si era trattato «di un atto di adesione sentita», bensì di «una transazione suggerita dall’opportunità per conquistare il potere». Federzoni sostiene che l’intervento dell’Italia nella Seconda guerra mondiale era stato frutto di un’«iniziativa personale di Mussolini». «Nelle stesse sfere direttive della politica del regime, soltanto qualcuno dei consueti fanatici di mestiere, privi di qualsiasi autorità morale, aveva auspicato con l’incoscienza bruta quell’avventura ancor più rischiosa delle precedenti».
Fra i vecchi componenti dell’organo supremo del regime «non pochi l’avevano francamente avversata (la guerra), e Mussolini, proprio perché sapeva come essi la pensavano, si era ben guardato dal riunire il Gran consiglio medesimo prima di prendere la fatale decisione». Per conoscere «tempestivamente, ad esempio, il mio sentimento in proposito», scrive Federzoni, «gli erano bastate l’insistenza certo stucchevole con cui gli avevo espresso, ufficialmente e privatamente, il mio plauso per la dichiarazione di non belligeranza, e le motivazioni da me addotte per deprecare l’intervento; come non aveva ignorato che ero stato uno di coloro che avevano maggiormente sostenuto Galeazzo Ciano nell’ultimo tentativo di stornare quel folle divisamento, e — fra gli uomini investiti di uffici pubblici importanti — uno dei pochissimi che avevano sistematicamente declinato, avanti e durante la guerra, i ripetuti inviti a recarsi in Germania per conferenze, congressi culturali e altre manifestazioni filonaziste».
Impietosi sono i giudizi sui suoi compagni d’avventura. Achille Starace è presentato come un «arcipotente e inconcludente fanciullone, con i suoi divieti capricciosi, con le sue futili imposizioni». Farinacci è «un can da pagliaio». Roberto Forges Davanzati, «un puro in ogni senso di questa parola». Alfredo Rocco, un «estremista del fascismo», «il più zelante e impaziente propugnatore» della fusione tra nazionalisti e fascisti (alla quale lui, Federzoni, dice di non essere stato favorevole… anche se ci sono prove del contrario). E che avrebbe ceduto «per il suo temperamento dialettico all’ambizione di conferire una sistemazione teoretica al caos empirico del pragmatismo mussoliniano e alle molteplici e contrastanti esigenze "storiche" del regime».
Tutto vero, ma anche Federzoni era poi rimasto al fianco di Mussolini… Certo, spiega l’autore di Memorie di un condannato a morte, «dopo che era stato incautamente impegnato l’onore dell’Italia nel malaugurato cimento, mi ero sentito vincolato anch’io al dovere della disciplina patriottica e avevo sperato sinceramente che al mio Paese potessero essere risparmiate l’onta e la sventura della disfatta». Ma Mussolini «non si era mai potuto ingannare circa il mio stato d’animo in quel tempo, sicché mi faceva spedire di quando in quando dal suo ministro della Cultura Popolare copie fotografiche di articoli e informazioni di giornali britannici, che mi indicavano come uno degli italiani profondamente contrari all’alleanza tedesca e alla guerra». Gli articoli della stampa inglese erano regolarmente accompagnati con una formula burocratica: «D’ordine superiore, si trasmette per notizia». Questa, scrive Federzoni, «era una cortesia che aveva sapore di monito». Perciò «se fra noi dissenzienti e lui ci fu tradimento, fu il suo; fu quello con cui egli premeditò di imbottigliare anche noi, a nostra insaputa e nostro malgrado, nella responsabilità della guerra».
E venne la seduta del Gran consiglio. «Quella notte non finiva mai», racconta sua figlia, Elena Federzoni Argentieri, «alle quattro di mattina si sentì il rumore delle chiavi ed era papà che tornava esausto. Raccontò alla mamma i fatti principali, le disse che Grandi era andato direttamente a riferire al ministro della Real Casa Acquarone, perché informasse il re, poi si addormentò tranquillamente, mentre la mamma poverina non riuscì a trovare sonno. Il giorno dopo, 25 Luglio, quasi tutti i firmatari dell’ordine del giorno Grandi vennero a casa nostra a Roma per stendere il verbale della seduta. Papà raccomandò la massima prudenza perché la vendetta di Hitler non si sarebbe fatta attendere; consigliò soprattutto coloro che avevano partecipato al Gran consiglio per la prima volta di non fidarsi di nessuno e di sparire. Quelli che gli dettero retta ebbero la vita salva, gli altri purtroppo no». Tra questi ultimi, Galeazzo Ciano, genero di Mussolini.
Lui, Federzoni — aiutato dall’allora sostituto alla segreteria di Stato vaticana (nonché futuro papa Paolo VI) monsignor Montini —, trovò ospitalità nell’ambasciata del Portogallo. Successivamente si trasferì in Brasile, dove, sotto falso nome, rimase fino alle elezioni del 18 aprile 1948, che segnarono la definitiva vittoria del democristiano Alcide De Gasperi sui socialcomunisti guidati da Palmiro Togliatti e Pietro Nenni.
Il terzo personaggio — autore di La congiura del Quirinale — è Enzo Storoni, figlio di un importante deputato liberale ed esponente anch’egli del mondo che faceva riferimento a Luigi Einaudi e a Benedetto Croce. Fu legale di fiducia del duca Pietro d’Acquarone e tale rimase anche dopo che questi assunse l’incarico di ministro della Real Casa. Fu proprio dal duca d’Acquarone, ricostruisce Perfetti, che Storoni nella primavera del 1943 ricevette l’incarico di predisporre «un promemoria da far pervenire al re sulla situazione politica e sulle possibilità di uscire dal conflitto». A fine maggio, Storoni aveva assistito ad un colloquio tra Vittorio Emanuele e l’ex presidente del Consiglio d’epoca prefascista, Ivanoe Bonomi, cui «era stato sottoposto il promemoria e che sostenne la necessità dell’intervento della Corona, dell’arresto di Mussolini e di avviare segretamente trattative con gli anglo-americani per uscire dalla guerra». E fu sempre lui, Storoni, a consegnare il 20 luglio al duca d’Acquarone un secondo promemoria «destinato pur esso al re, ma elaborato insieme al conte Alessandro Casati sulla base di conversazioni con altri personaggi di rilievo del mondo liberale, dal giornalista e senatore Alberto Bergamini al marchese Pietro Tommasi Della Torretta, allo stesso Bonomi: un promemoria, questo, che illustrava le riserve dei liberali su una soluzione della crisi affidata, come sembrava propendesse il sovrano, a un "gabinetto d’affari" o apolitico». Una sorta di governo tecnico che, a parere di Storoni, dai fascisti sarebbe stato considerato «un intruso e un nemico» e, nello stesso tempo, «non avrebbe avuto una sicura capacità di udienza presso le potenze alleate».
Interessanti sono i giudizi di Storoni — un liberale intransigente al pari di Leone Cattani, Niccolò Carandini, Franco Libonati — sull’opera degli antifascisti, «coraggiosa ma forzatamente modesta». Fino a tutto il 1942, riferisce, non c’era stato «nemmeno il più esile collegamento tra monarchia e antifascismo». I nemici di Mussolini, tutti antipatizzanti nei confronti del re, sottovalutarono (anzi, non presero neanche in considerazione) l’avversione al regime che andava maturando in casa Savoia. Soprattutto dopo la caduta della Tunisia e lo sbarco alleato in Sicilia.
Questo spiega perché il sovrano e il suo entourage tenevano in scarsissimo conto l’opinione dei liberali con i quali avevano mantenuto un qualche contatto. Non furono dunque questi ultimi a spingere Vittorio Emanuele III all’azione. Anzi, si può affermare «senza tema di smentita» che «artefice unica del colpo di Stato sia stata la monarchia». Fu poi «la forza degli eventi, più che la capacità d’azione degli uomini» ad accelerare il processo che portò al 25 Luglio, e la riprova è nel fatto che in merito alla destituzione di Mussolini «il progetto e i modi dell’attuazione di esso furono frutto di affrettata improvvisazione».
Interessanti sono le pagine del Memoriale di Storoni dedicate alla formazione del governo Badoglio. I ministeri più importanti in quel momento erano tre: Esteri, Interni e Cultura popolare. Ma per quel che riguarda gli uomini ai quali questi dicasteri furono affidati, Raffaele Guariglia era lontano da Roma e, per arrivare da Ankara, «tardò cinque giorni, cinque giorni fatali»; Bruno Fornaciari, ex prefetto fascista, legato al regime da relazioni e amicizie, «aveva le mani legate, tanto che dopo poco si dovette sostituirlo»; Guido Rocco «dichiarava candidamente di non conoscere nulla della stampa italiana e sembrava persino ignorare l’esistenza della radio che ai nostri giorni è uno strumento essenziale per il governo», talché, «circondato da funzionari che lo avevano seguito dal ministero degli Esteri, si limitò a istituire la censura preventiva e a sopprimere praticamente ogni propaganda radiofonica». Non male per il primo governo postfascista.
Solo Leopoldo Piccardi, l’unico dei ministri ad aver avuto in tempi precedenti rapporti con gli uomini dell’opposizione, «cercava in tutti i modi, nonostante le tremende difficoltà del momento, di imprimere un indirizzo politico al suo ministero, mantenendo rapporti continui con i politici». Gli altri «oscillavano tra la preoccupazione di non mettersi in vista e lo zelo di farsi perdonare un passato troppo recente». Del resto quei nomi furono scelti a corte, su indicazioni estemporanee, da parte di persone che si sentivano domandare dal re: «Lei conosce il tale?» oppure «Qual è, secondo lei, il migliore funzionario del ministero talaltro?».
Dopo il 25 Luglio del 1943, Storoni fu commissario all’Alimentazione nel gabinetto Badoglio. Di quell’esperienza ricorda il grande caos. Ex ministri, piccoli e grandi personaggi del fascismo ancora in circolazione, anche se «gli inconvenienti che ne derivarono furono gravi ma non fatali». «Se molti prefetti fascisti tardarono a essere rimossi, se molte nomine furono sbagliate, se troppi fascisti furono lasciati in libertà, se la stampa fu soffocata e la radio totalmente ignorata, se molti altri inconvenienti si verificarono, tutto ciò non ebbe un’influenza decisiva sul corso degli eventi… Bisogna tener presente che non si trattava di un cambiamento di governo, ma della caduta di un regime che per vent’anni aveva intessuto una rete fittissima di interessi e di complicità, ed era ben difficile spezzarla d’un colpo». In seguito all’armistizio, Storoni si diede alla clandestinità, braccato dai nazisti. Per poi tornare al governo da sottosegretario all’Industria con delega al Commercio estero, nel gabinetto guidato da Ferruccio Parri (giugno-dicembre 1945) e sottosegretario al Commercio estero nel primo governo presieduto da Alcide De Gasperi (dicembre 1945-luglio 1946). Fu una personalità di spicco del Partito liberale, scrisse su «Risorgimento Liberale» e sul «Mondo» di Mario Pannunzio.
L’interesse del memoriale di Storoni, osserva Perfetti, non riguarda soltanto la genesi e lo svolgimento del colpo di Stato e il ruolo della monarchia in questa contingenza; esso ricostruisce bene «il clima di incertezza che travolse, all’indomani del 25 Luglio, "le nascenti classi politiche", preoccupate della volontà di far uscire il Paese dalla guerra, confuse dalle voci contraddittorie su trattative in corso con gli Alleati e spinte, quasi inconsapevolmente, ad attribuire a Badoglio le più varie responsabilità». Tutte negative, ovviamente. E ingiuste, come quella di voler «ingigantire di proposito l’inesistente pericolo dei tedeschi», così da poter «svolgere una politica reazionaria».
Il giudizio di Storoni su Badoglio è invece assai meno ostile perché, scrive Perfetti, l’autore fu ben consapevole delle difficoltà del compito affidato al maresciallo e del fatto che la principale preoccupazione del capo del governo, peraltro condivisa totalmente con il sovrano, riguardava, appunto, la reazione tedesca non solo al cospetto della liquidazione del fascismo, ma soprattutto di fronte all’armistizio. A proposito del quale nel libro vengono poste in evidenza «le difficoltà e le ambiguità» del contesto in cui si svolsero le trattative con gli Alleati. Pochi si resero conto del fatto che — come sostenevano Badoglio e Vittorio Emanuele III — «il pericolo di una reazione tedesca particolarmente efferata era reale». E che l’apprensione per quel pericolo accompagnò «lo svolgimento di trattative nel corso delle quali le due parti in causa, italiani e alleati, parlavano un linguaggio diverso». In altre parole, gli anglo-americani (e i partiti antifascisti) non valutarono che quel tipo di reazione da loro provocata avrebbe allungato anziché accorciare la guerra. Guerra che sarebbe durata per altri venti, terribili mesi.
Paolo Mieli