varie La Stampa, 21 maggio 2013
TUTTO IL DIBATTITO DELLA STAMPA SULLE TASSE
PARLIAMO DI TASSE SENZA IDEOLOGIE – LUCA RICOLFI, LA STAMPA 5/5/2013 –
È passata una settimana dal giuramento del governo Letta, e alcune cose stanno diventando chiare a tutti. La più importante è che, contrariamente a quanto si poteva sperare, Pd, Pdl e Scelta civica non hanno sottoscritto alcun accordo, patto o programma sulle cose da fare. In sostanza: hanno deciso di salire tutti sulla medesima barca, ognuno con la sua ciurma di viceministri e sottosegretari, ma per ora navigano a vista.
Questa assenza di un piano preciso risultava evidente fin dal discorso con cui Enrico Letta ha chiesto la fiducia, un discorso ricco di analisi sensate e di propositi condivisibili, ma del tutto carente sui due punti decisivi: esplicitazione delle priorità (cosa è urgente e cosa è rimandabile), indicazione delle coperture (dove trovare i soldi). E infatti, nel vuoto di questa duplice omissione, si sono immediatamente inseriti innumerevoli distinguo, avvertimenti, minacce, che rischiano di far naufragare il vascello governativo prima ancora che esso esca in mare aperto. Se ministri, viceministri e sottosegretari si sentono autorizzati a rilasciare quotidianamente interviste e dichiarazioni di ogni genere, è innanzitutto perché non esiste un piano d’azione chiaro ed esplicito cui richiamare le forze che sostengono il governo.
In questa situazione è inevitabile che le questioni più spinose, prima fra tutte quella dell’Imu e delle tasse, occupino il dibattito pubblico. Personalmente avrei preferito un governo che avesse chiesto la fiducia dicendo chiaramente che cosa intendeva fare in materia di tasse, quali fossero le sue priorità, e se intendeva oppure no restituire l’Imu versata nel 2012. E lo avrei preferito per una ragione semplicissima: l’incertezza danneggia l’economia, e l’eccesso di esternazioni di ministri e politici non fa che aumentare l’incertezza. Capisco benissimo che un disegno di legge in materia fiscale richieda una verifica preliminare dei conti pubblici e una messa a punto meditata delle nuove norme, capisco assai meno che cosa abbia impedito e impedisca di indicare fin da subito almeno l’indirizzo generale dei provvedimenti che si preparano, come è normale che sia da parte di un governo politico.
Ma ormai le cose sono andate così, il governo ha preferito prendere tempo non solo sul piano tecnico ma anche su quello politico, quindi prepariamoci: per settimane si discuterà di Imu, di Iva, di tasse vecchie e nuove, di sgravi e di aggravi. In questa situazione, che cosa può fare un giornale?
Probabilmente una cosa soltanto: aprire una discussione vera, il più possibile aperta e informata, mettendo in campo dati, analisi e idee. Ma soprattutto: una discussione senza pregiudizi, senza ideologie e partiti presi. Una discussione in cui ci si senta liberi di dissentire, anche da se stessi ovvero da quel che si è scritto o pensato in passato.
È quel che faremo nei giorni prossimi, invitando chi si è occupato di fisco e tasse a intervenire con la massima libertà e spregiudicatezza. E, per rompere il ghiaccio, comincio a farlo io stesso, con un paio di interrogativi provocatori.
Primo. Siamo sicuri che l’Imu sia un’imposta così innocente, sotto il profilo degli effetti sulla crescita?
Dico questo in chiave autocritica, perché è capitato anche a me di sostenere la tesi che le imposte sul patrimonio siano fra le meno dannose ai fini della crescita, un’idea peraltro molto diffusa fra gli studiosi. Però, dopo aver osservato gli effetti del primo anno di super-imposta sulla casa, sono assai meno sicuro di quel che fino a qualche tempo fa mi pareva relativamente scontato. Mi sembra che i difensori dell’Imu abbiano sottovalutato l’ampiezza di tre effetti che il passaggio dall’Ici all’Imu ha comportato: la perdita di posti di lavoro in edilizia, la riduzione della ricchezza patrimoniale degli italiani, il calo della domanda di consumi conseguente a tale riduzione (il livello dei consumi non dipende solo dal reddito, ma anche dal patrimonio). Su questo, qualche tempo fa, «La Stampa» ha ospitato una piccola polemica fra Renato Brunetta e me: dopo un anno di cura-Monti, propendo a pensare che, almeno per un paese come l’Italia, molto dipendente dall’edilizia e pieno di proprietari di casa, la sua posizione drammatizzante sugli effetti dell’Imu fosse più ragionevole della mia posizione tranquillizzante.
Secondo interrogativo. Siamo sicuri che, sempre ai fini della crescita, un’Iva bassa sia una priorità?
E’ chiaro che nessuno si augura più Iva, e che l’ideale sarebbe tagliare alcune spese superflue per evitare l’aumento (automatico) dell’imposta. E tuttavia colpisce l’enfasi dei media sull’Iva, e la contemporanea modesta attenzione dell’opinione pubblica al Ttr (Total tax rate), ossia all’imposizione complessiva sul profitto commerciale, che in nessuno dei 34 paesi Ocse raggiunge il livello stratosferico che ha in Italia (68,3%). Eppure, a pressione fiscale costante, un aumento dell’Iva compensato da una riduzione equivalente del Ttr avrebbe effetti positivi su crescita, occupazione e bilancia dei pagamenti (l’Iva grava sulle importazioni, ma non sulle esportazioni). Se, come è verosimile, non si riuscirà a ridurre la spesa pubblica improduttiva, e si finirà solo per spostare il peso fiscale da una tassa all’altra, forse, prima ancora di chiederci come evitare l’aumento dell’Iva, dovremmo chiederci come ottenere una diminuzione del Ttr, senza la quale è difficile immaginare una ripresa dell’occupazione.
Avrei, in materia di tasse, anche qualche altro interrogativo, ancora più politicamente scorretto degli altri due. Ma per ora mi fermo qui. L’importante è cominciare finalmente ad affrontarlo, questo nodo che pesa sul futuro dell’Italia. E farlo nel modo più libero e disincantato possibile, senza riflessi condizionati e pregiudizi. Almeno sulle tasse, sarebbe bello che la smettessimo di chiederci, alla Giorgio Gaber, «che cos’è di destra?» e «che cos’è di sinistra?», ma soltanto che cosa si può fare, di concreto, per ridare un po’ di speranza a chi non ne ha più.
L’INCERTEZZA PESA PIU’ DELL’IMPOSTA – FRANCO BRUNI, LA STAMPA 6/5/2013 –
Nell’editoriale di ieri Luca Ricolfi invita a «parlare di tasse senza ideologie». E’ un invito da cogliere. Il dibattito sulle misure del nuovo governo dovrebbe riflettere le finalità del suo largo supporto parlamentare, sradicandosi da faziosità di parte.
A dibattere senza faziosità non dobbiamo esser solo noi commentatori senza potere, ma anche i membri del governo ai quali, diversamente da noi, si addice la riservatezza, il non sottolineare in pubblico inevitabili divergenze, giungere a buoni compromessi e difenderli con coerenza e unità.
Non giova al Paese, per esempio, che il viceministro Fassina sembri dissentire, in un’intervista sulla Repubblica di ieri, dalla posizione del suo ministro e del governo circa la strategia nei confronti del coordinamento fiscale dell’Ue. Smettano di rilasciare interviste, parlino con una sola voce, diano almeno l’impressione che mirano a governare, non a mettersi in luce per le prossime elezioni.
Ma torniamo a noi, a chi ha il compito di dire, disdire, dissentire, «senza pregiudizi», come suggerisce Ricolfi. Che rompe il ghiaccio con due «interrogativi provocatori»: se l’Imu sia scevra da effetti negativi sulla crescita e se, sempre ai fini della crescita, sia prioritario tener bassa l’Iva.
Sono domande importanti, urgenti e non facili da rispondere come molti sembrano pensare.
L’Imu può avere effetti depressivi sulla domanda aggregata, sia direttamente che attraverso il suo impatto sui valori immobiliari, che sono componenti importanti della ricchezza, da cui dipendono i consumi, e sono determinanti cruciali degli investimenti e della produzione nel settore edilizio, con il suo vastissimo indotto. Questi effetti si possono però contenere, rendendo l’imposta più progressiva di quanto è già e alzando le soglie per l’esenzione completa delle proprietà piccole e dei proprietari con redditi bassi. Insistere sulla difesa della prima casa sa di ideologia e propaganda mentre è evidente che sono soprattutto le piccole proprietà e i bassi redditi a veder traumatizzati i loro piani di consumo dal pagamento dell’imposta. In compenso si può calcare di più su chi è più ricco ma, proprio per questo, avendo un patrimonio e fonti di reddito più robusti e variegati, può ridurre meno le spese per pagare le imposte sugli immobili che possiede.
L’effetto depressivo dell’Imu è dipeso anche dall’incertezza delle modalità e dei tempi del suo pagamento nonché dalla confusione circa la destinazione del suo gettito fra Stato ed enti locali, confusione legata al più generale disordine di quel brutto aborto che è stato il cosiddetto federalismo fiscale. Inoltre si tratta di un’imposta che colpisce un settore, quello edilizio-immobiliare, mal governato, spesso gonfiato dalla speculazione e distorto dalla corruzione: perciò un settore fragile anche quando prospera, facile a deprimersi per un subitaneo mutamento del trattamento fiscale. L’idea di sospendere la rata di giugno è dunque buona per poter riflettere, studiare, calcolare e deliberare bene; ma è poi opportuno far presto a decidere risolvendo l’incertezza dei contribuenti e degli enti percettori del gettito e, accanto alla riforma dell’Imu, ci vuole almeno l’impostazione di una politica industriale dell’edilizia, che sia di riferimento per i progetti degli operatori del settore e degli investimenti immobiliari ma che garantisca anche la difesa dell’integrità del territorio, senza la quale non c’è crescita decente e duratura.
Sull’Iva credo di essere d’accordo con Ricolfi e persino con me stesso, anche se lui invita a non aver scrupoli a contraddire quanto scritto in passato. L’enfasi sul danno di un’Iva più alta è eccessiva e converrebbe, fino a quando non si riusciranno a tagliare più massicciamente le spese inutili, finanziare con l’Iva la riduzione di imposte che sono più importanti per rilanciare l’occupazione e aiutare l’esportazione. La riduzione del cuneo fiscale, cioè della differenza fra costo del lavoro e busta paga, e del «total tax rate» del quale Ricolfi ricorda il livello stratosferico raggiunto in Italia, sono più benefici per la crescita del contenimento dell’Iva. Lo hanno detto in molti (su La Stampa lo scrissi fin dai tempi del governo Berlusconi) e non ho mai capito perché il governo Monti non abbia aggredito la questione con tempestività ed energia. Inoltre, anche se contabilmente l’Iva finisce sui prezzi al consumo, in un periodo di bassa domanda ha meno probabilità di avere effetti inflattivi a carico della larga massa dei consumatori finali, mentre potrebbe incidere su uno o più degli anelli, a volte superflui, della catena distributiva. Ridurre i costi dei produttori con fondi provenienti dall’imposizione indiretta sui consumi, dalla quale sono esenti le esportazioni, ha un nome anche nei libri di testo: si chiama svalutazione interna e favorisce la bilancia dei pagamenti.
Credo di aver evitato ideologie. Se però andassimo oltre l’urgenza dei provvedimenti a breve, diverrebbe più difficile sfuggire valutazioni politiche, rimanere su un tono tecnico-pragmatico. Infatti nel lungo periodo decidere sul fisco, sulla qualità e il livello dell’imposizione, implica due scelte controverse: in che misura si vuole influenzare durevolmente la distribuzione del reddito e in che misura alcuni beni e servizi vadano considerati «pubblici» e perciò prodotti o sussidiati dalla pubblica amministrazione. Sono cioè in gioco le finalità e le dimensioni dello Stato nell’economia. Il finanziamento strutturale delle politiche di welfare, soprattutto, richiede prese di posizione che, pur volendo evitare faziosità ideologiche, non possono non avere qualche sapore «di parte».
Ma si possono cercare convergenze anche su questioni divisive di lungo periodo. E’ un bene che governi d’emergenza come quelli di Monti e di Letta siano spinti dalle urgenze di breve a esercizi tecnico-pragmatici che possono insegnare al Paese a raggiungere compromessi duraturi, politicamente più qualificanti.
FAR EMERGERE REDDITI E CAPITALI CHE SFUGGONO – MARIO DEAGLIO, LA STAMPA 7/5/2013 –
A chi vuole presentare proposte di carattere fiscale, specie se ricopre una carica politica, bisognerebbe regalare un manuale elementare di aritmetica e uno di contabilità.
In questi libri si insegna che i conti devono bilanciare e pertanto, se si aumenta una voce dal lato spese, occorre ridurne una, o più dallo stesso lato oppure aumentarne una o più dal lato delle entrate, in modo che si arrivi sempre al bilanciamento finale.
Chi si limita a proporre soltanto un aumento di spese (ad esempio in sussidi sociali di vario tipo) oppure soltanto una riduzione di entrate (a esempio l’abolizione dell’Imu o la riduzione delle imposte per le imprese) non presenta una proposta politica ma solleva un’istanza; non suggerisce una soluzione ma avanza una richiesta, lasciando agli altri l’onere di trovare una soluzione adatta per soddisfarla.
Se la politica è l’arte del possibile, come
sosteneva Bismarck e come praticava
Andreotti, una politica di successo
ha il suo primo requisito nel bilanciamento
dei conti, ossia nella risposta
all’interrogativo fondamentale su come
trovare le risorse per realizzare i progetti.
Se si accetta questa premessa, la prima domanda
che il governo e il Parlamento devono
onestamente porsi è se intendono rispettare
l’impegno ad azzerare il deficit pubblico
strutturale entro la fine del 2013, come a suo
tempo concordato con la Banca Centrale Europea
dal governo Berlusconi nell’agosto 2011
e accettato, nel novembre dello stesso anno,
dal governoMonti; oppure se intendonomettere
in dubbio questo limite gravoso nei prossimi
consigli europei, in una partita che non si
gioca tanto a Roma quanto in Europa.
Dall’Europa viene qualche segnale di minore
severità, soprattutto dopo che ci si è finalmente
accorti che la disciplina di bilancio
imposta da Bruxelles era eccessivamente severa
e stava precipitando l’intera zona euro
in una bruttissima caduta produttiva, creando
disoccupazione e crescente disagio sociale,
che, al limite, potrebbe mettere in forse il
regolare funzionamento dei meccanismi democratici.
Tre settimane fa, alcuni studiosi
hanno dimostrato che la base teorica delle
politiche di austerità è molto più debole del
previsto, basata su clamorosi e banali errori di
calcolo e forse non è un caso che da allora tutti i
Paesi in difficoltà sono stati trattati da Bruxelles
con un briciolo di indulgenza, che qualcuno
chiamerebbe realismo: è stato loro concesso di
far slittare di uno-due anni ilmomento del fatidico
pareggio dei conti pubblici. Tutti meno
l’Italia. Per impostare una politica fiscale dobbiamo
prima chiederci perché l’Italia è stata
messa nell’angolo.
La risposta sta nella debolezza politica internazionale,
nel calo di credibilità che l’Italia
ha posto in luce dalle elezioni fino alla recentissima
fiducia al governo Letta: da un sistema
elettorale sciagurato sono derivati una combattutissima
elezione del Presidente della Repubblica,
un Parlamento che impiega tempi
lunghissimi per compiere operazioni elementari,
come la nomina delle commissioni parlamentari,
e un’interminabile crisi di governo.
Non è un caso che, appena ottenuta la fiducia,
il presidente del Consiglio si sia precipitato
nelle capitali europee che veramente contano
per la politica economica e per quella fiscale. A
Bruxelles (e a Berlino) l’Italia deve ristabilire
la propria credibilità, cancellare il forte effetto
negativo di due mesi di crisi politica prima di
poter eventualmente richiedere, al vertice europeo
di giugno, un trattamento più mite. Per
questo occorre distinguere tra un tempo breve,
in cui vanno effettuate operazioni economiche
e fiscali di emergenza (rifinanziamento
della cassa integrazione, qualche segnale sull’Imu,
pagamento effettivo dei creditori degli
enti pubblici e simili) e un tempomedio, nell’ordine
di almeno un paio d’anni, durante il quale
occorre semplicemente riprogettare tutto il sistema
fiscale.
Ieri il governatore della Banca Centrale Europea,
Mario Draghi, non certo un focoso rivoluzionario,
ha dichiarato che da quasi vent’anni
è in atto una tendenza alla concentrazione dei
redditi delle famiglie e che per il «successo economico
» del Paese occorre «una più equa partecipazione
ai frutti della ricchezza nazionale».
Se si accetta questa impostazione bisogna riconoscere
che l’Imu è un falso problema: il vero
problema è il recupero a tassazione di redditi e
di capitali che oggi vi sfuggono. Occorre impostare
un sistema fiscale che stimoli la crescita
invece di penalizzarla. Parallelamente al sistema
fiscale va riprogettata l’intera struttura
dell’amministrazione pubblica, dalla quale è legittimo
richiedere prestazioni più efficienti.
Se non si predispone un sistema in grado riportare
alla luce redditi e capitali, i possibili
miglioramenti fiscali non potranno mai considerarsi
risolutivi e non contribuiranno molto
alla crescita del Paese. Su come riprogettare il
sistema fiscale, però, dalle forze politiche, dal
Parlamento e dalla stessa società civile non sono
giunti finora contributi significativi, frutto
di un sonno intellettuale che dura da vent’anni.
Ci si affanna sulle piccole misure, pur necessarie,
ma ci si dà pochissimo pensiero ai grandi
disegni e ai grandi provvedimenti, come all’inizio
di una legislatura si dovrebbe fare.
IMPOSSIBILE NON PARTIRE DAL LAVORO – STEFANO LEPRI, LA STAMPA 8/5/2013 -
Se l’Italia ha un urgente bisogno di meno tasse, e purtroppo scarsi spazi per ridurle, meglio ragionare a fondo sulle priorità. Ma a intralciare l’azione del nuovo governo non sono le ideologie sono le demagogie (caccia al consenso degli elettori senza preoccuparsi delle conseguenze future). Nella questione fiscale, l’ascesa del Movimento 5 stelle ha posto la competizione politica su un terreno nuovo. Quando Beppe Grillo parla di tasse, dice cose di destra o di sinistra? Boh. L’unica certezza è che le sue richieste non potrebbero essere soddisfatte tutte insieme. In passato, gli errori di natura ideologica non erano mancati. Nel 2006, il governo Prodi 2 per andare incontro a Rifondazione comunista che voleva far «piangere i ricchi» aumentò l’Irpef sopra i 40.000 euro annui; il centro-sinistra si alienò molti lavoratori dipendenti a reddito medio alto. Nel 2003, Silvio Berlusconi, sull’onda della destra americana,ai ricchi le tasse voleva abbassarle; Gianfranco Fini lo frenò, temendo che l’elettorato popolare del centro-destra reagisse male. Invece oggi non è in nome di qualche ideologia che istituzioni come l’Ocse, il Fmi, la Banca d’Italia, ci esortano a ridurre con priorità le tasse sul lavoro.Tutti i tributi in un modo o nell’altro distorcono il funzionamento dell’economia,ma alcuni di più, altri meno; l’Imu, appunto,meno.L’imposizione sugli immobili in Italia resta ancora inferiore a tutti gli altri grandi Paesi, salvo la Germania. Una abolizione totale dell’Imu sulla prima casa concentrerebbe il 40% del vantaggio sul 30% più ricco dei contribuenti. Un terzo del gettito Imu sulla prima casa proviene da sole quattro grandi città:Roma,Genova,Torino e Napoli.D’altra parte circa mille Comuni sono riusciti ad azzerarla. Perché non lasciare ai sindaci la scelta? I sondaggi di opinione mostrano che gli stessi cittadini percepiscono urgenze diverse. Cerchiamo invece di intervenire dove lo svantaggio rispetto agli altri Paesi è più marcato: i redditi da lavoro dipendente più bassi, le imprese. Qui si viene al problema ben posto da Mario Deaglio: occorre riportare alla luce i redditi evasi. Basterebbe attingere al rapporto del Gruppo di lavoro presieduto nel 2011 da Enrico Giovannini, ora entrato a far parte del governo. Ma è possibile? Pensiamo a quale pandemonio politico susciterebbe, ad esempio, riferire gli studi di settore al valore aggiunto piuttosto che ai ricavi. Il rischio maggiore, per il governo attuale, non sta nell’inconciliabilità delle ideologie, sta nella carenza di progettualità dei due grandi partiti accerchiati dalla demagogia grillina. Così ci avviteremmo in una serie di circoli viziosi, che aggraverebbero tutte le cause dell’incapacità di crescere della nostra economia: amministrazione pubblica inetta, lavoro troppo tassato, imprese troppo piccole, banche sottocapitalizzate, giovani senza prospettive oltre il precariato.
MENO SPESA PUBBLICA PER TAGLIARE LE TASSE – ALBERTO MINGARDI, LA STAMPA 9/5/2013 -
Nessuno ha mai visto una casa pagare le tasse. A saldare i conti col fisco sono sempre persone in carne ed ossa, le quali di norma lo fanno attingendo ai propri redditi.
Forse per avere un dibattito più onesto su temi fiscali, come auspica Luca Ricolfi, sarebbe bene ricominciare da qui: dalle cose ovvie e dimenticate.
Fra le cose ovvie e dimenticate, l’impressione è che ci sia anche la ragione per cui vanno tagliate le tasse. Le imposte non servono allo Stato soltanto per sostenersi: ma pure per orientare in una direzione o nell’altra le decisioni economiche dei contribuenti. Siccome i pianificatori saggi e illuminati esistono forse nei libri, ma non nel Parlamento italiano, abbassare le tasse significa creare quantomeno le precondizioni per scelte economiche meno scellerate. Meglio che il reddito stia quanto più possibile nelle mani di chi se non altro ha dimostrato di saperlo produrre.
E’ inutile illudersi. Dal momento che lo Stato ne trae assieme risorse, e il potere d’indirizzare gli attori economici, il dibattito fiscale è per forza ad altissima intensità politica.
Oggi serve a poco chiedersi quali tributi valga la pena ridurre. Alla domanda hanno risposto l’esito delle elezioni e la formazione del governo Letta. I diversi partiti che lo compongono hanno tutti promesso una qualche raschiatura delle imposte «sulla casa» (ovvero delle imposte pagate dai contribuenti col loro reddito, in quanto possessori di casa). La sospensione della rata di giugno prelude a un ripensamento dell’Imu: se fosse semplicemente posticipata, i nostri governanti farebbero meglio a prepararsi a un’insurrezione.
Le tasse non vengono messe o tolte sulla base delle riflessioni dei commentatori - ma perché una forza politica s’intesta una iniziativa in quel senso. Se l’esperienza c’insegna qualcosa, è più facile metterle che togliere, ritoccare le aliquote verso l’alto che verso il basso: proprio per questa sorta di legge di gravità al contrario della politica fiscale (quello che va su tende a non tornare giù), sarebbe importante scongiurare l’aumento dell’Iva. «In Italia nessuno crede, nemmanco a scuoiarlo vivo, che le imposte possano in futuro diminuire. Aumentare si, diminuire mai»: è una triste profezia di Luigi Einaudi, mai smentita.
Si dovrebbe parlare piuttosto di come sarà finanziato il taglio dell’Imu. Ad oggi, i partiti sembrano determinati a pareggiare la perdita di gettito alzando le tasse sul gioco d’azzardo (senza contemplare l’ipotesi che i giocatori reagiscano giocando di meno, o giocando di frodo). E’ un corollario della profezia einaudiana: se proprio le imposte scendono, in Italia, la loro riduzione viene finanziata aumentandone altre. Alcuni hanno sostenuto invece che i soldi dovrebbero arrivarci «dall’Europa» (come, non è chiaro). Nessuno ricorda che, al di là dei vincoli europei, dal gennaio 2014 entra in vigore il nuovo articolo 81 della Costituzione, che dovrebbe indurci all’equilibrio fra entrate ed uscite.
E’ davvero possibile che il mancato gettito della prima rata Imu non possa venir compensato da minori spese? Perché non pretendiamo che i nostri rappresentanti usino la loro straordinaria creatività, almeno una volta, non per inventare nuovi tributi ma per individuare voci di spesa eliminabili o riducibili? La sforbiciata all’Imu porterebbe allora con sé un beneficio ancora più rilevante del risparmio per le famiglie. Costringerebbe la classe politica a ridefinire, per quanto di poco, il perimetro dello Stato. Per riportare, nel lungo periodo, la tassazione a livelli più umani, non c’è altra via.
#COLPIAMO IL SISTEMA DELLE RENDITE PER POTER ABBASSARE LE TASSE – LUCA ANTONINI*, LA STAMPA 13/5/2013
In Italia, nell’ultimo periodo le diseguaglianze sociali sono fortemente aumentate: per l’Ocse siamo agli ultimi posti in Europa (molto dopo Francia e Germania) e secondo la Banca d’Italia il 10% dei più ricchi possiede oltre il 40% dell’intero ammontare di ricchezza netta. In questo processo di «americanizzazione» della nostra società sta venendo meno in Italia quel mix tra sviluppo economico e solidarietà sociale che era stato il vanto del nostro modello. Peraltro, dal punto di vista economico, i Paesi caratterizzati da forti disuguaglianze presentano tassi di crescita minori. Giustamente Draghi ha espresso questa preoccupazione, che è stata ribadita in diversi interventi nel dibattito aperto da questo quotidiano. Ma c’è anche un’altra, decisiva, considerazione da fare: in Italia molta diseguaglianza non ha origine nel merito, ma nella rendita. La diseguaglianza fondata sul merito (tipica di alcuni Paesi) è certo più accettabile della diseguaglianza fondata sulla rendita, che non condivide nulla dei valori liberali ma dipende solo da un cattivo funzionamento del sistema, istituzionale e politico. Le rendite in Italia sono troppe e di vario tipo: da quelle derivanti da scelte poco avvedute (si pensi agli enormi utili che stanno facendo i gestori delle autostrade, mentre mancano le risorse per le strade statali, provinciali e comunali) alle rendite derivanti dalle riforme mancate (l’odiosità delPlmu dipende anche dal fatto che si sono applicati moltiplicatori a valori catastali non aggiornati da più di vent’anni, per cui un appartamento nel centro di Roma può pagare meno di una casa in periferia); dalle rendite di chi è hi grado di effettuare sofisticate pianificazioni fiscali per sottrarsi alla giusta imposta a quelle di chi vive di investimenti immobiliari e dividendi (la cedolare secca sugli affitti ha insensatamente tolto la progressività e ridotto al 20% la tassazione sui redditi di chi magari non lavora e vive affittando decine di appartamenti). Da questo punto di vista, se si vuole revisionare l’Ünu, oltre a correggere alcune evidenti distorsioni - come ad esempio il maggiore aggravio di pressione fiscale che ha colpito gli immobili strumentali delle imprese, il mancato coordinamento con la Tares e il peso eccessivo che viene a cadere sulla prima casa, ecc. -, bisogna considerare anche un altro dato. Secondo l’Agenzia del territorio (Rapporto immobiliare 2011), infatti, a fronte di un patrimonio residenziale degli italiani stimato pari a 6335 miliardi di euro, un quarto di questo valore (1588 mld) è detenuto dal solo 5% dei proprietari, mentre il restante 95% possiede 4747 miliardi. L’articolo 1 della Costituzione italiana recita che la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro. Eppure chi è colpito maggiormente è proprio chi dipende dal posto di lavoro per la propria sussistenza e che, anche se ha un reddito davvero molto basso, paga imposte in base ad una ritenuta alla fonte. Un contesto come questo, dove gran parte dell’eccesso di diseguaglianza dipende solo dalla rendita, dovrebbe essere attentamente considerato nell’ottica di una revisione del sistema fiscale, per spostare quanto più possibile la tassazione dal lavoro e dalle imprese alla rendita. Nel mio volume Federalismo all’italiana ho evidenziato alcune possibili soluzioni funzionali a permettere forme di fiscal devaluation e ho insieme fermamente sostenuto la necessità di una rapida riorganizzazione del nostro assetto costituzionale: l’attuale incompiuta alimenta, infatti, inaccettabili situazioni di rendita dove si divorano enormi quantità di risorse che potrebbero essere Invece destinate alla riduzione della pressione fiscale.
*Docente di Diritto costituzionale e presidente Copaff (Commissione tecnica sul federalismo fiscale)
SERVE UNA POLITICA FISCALE CHE ACCELERI LA CRESCITA – ANDREA BOLLA*, LA STAMPA 14/5/2013
Imu e aumento dell’aliquota ordinaria Iva sono al centro del dibattito di questi giorni. Ma sono, sia l’una che l’altra, solo questioni contingenti rispetto a ciò che serve davvero. E’ come guardare ai singoli alberi quando il problema invece riguarda la foresta nel suo insieme.
L’Italia è in condizioni difficili, all’interno di un contesto europeo ancora debole. Abbiamo davanti l’obiettivo dell’equilibrio dei conti pubblici, a cui dobbiamo affiatncare - senza discussione - quello di accelerare la crescita, per tornare a creare lavoro e benessere, e per restituire una prospettiva ai nostri giovani.
Accelerare la crescita significa alimentare offerta di lavoro, occupazione, capitale e, soprattutto, nel caso dell’Italia, la produttività. Tutto questo richiede un grande sforzo di politica economica per rimuovere gli ostacoli che opprimono il Paese e le attività produttive.
Coree si può fare? Confindustria ha elaborato sue proposte nel «Progetto per l’Italia». Un documento che contiene un piano d’azione chiaro ed esplicito cui richiamare le forze che sostengono il governo. Non è vero che non ci sono visioni alternative o un piano credibile e praticabile, come lamentavano alcuni commentatori nell’aprire domenica scorsa il dibattito sul fisco sulle pagine di questo giornale.
Il nostro progetto è un’opzione realistica, una vera e propria tabella di marcia di qui al 2018. Le proposte sono chiare e quantificate, sia nella loro copertura finanziaria che nei loro effetti sull’economa (il Pil torna a salire al 3% nel 2017, l’occupazione aumenta complessivaniente nel 2018 di 1.8 milioni di unità).
Certamente il fronte più avanzato e prioritario è quello fiscale. Cosa si può fare? Le imprese chiedono, anche in campo fiscale, urta politica che promuova e non ostacoli i fattori di crescita, secondo le analisi economiche degli istituti nazionali e internazionali. Serve urta terapia d’urto centrata stilla riduzione delle tasse sul lavoro, che agisca su due direttrici.
1. Una riduzione Irap, aumentando le deduzioni che spettano per ogni dipendente assunto, fino a eliminare completamente il costo del lavoro dalla base imponibile Irap. Questo consentirebbe di dare una spinta competitiva alle imprese italiane, e al tempo stesso di sostenere l’occupazione - con particolare attenzione all’occupazione giovanile, femminile e nel Mezzogiorno.
2. Una riduzione Irpef, rafforzando la detassazione del salario di produttività e rendendola strutturale, e ridisegnando il prelievo Irpef sui redditi più bassi da lavoro dipendente (rimodulando aliquote, detrazioni e trasferimenti agli incapienti), così da favorire occupazione e produttività, aumentando il reddito disponibile dei lavoratori con effetti positivi su domanda e consumi.
Il fisco italiano soffoca la crescita. Chi mi ha preceduto nel dibattito su questo giornale ha ricordato un’evidenza inconfutabile: in nessun altro Paese il total tax rate sui profitti arriva al livello stratosferico che ha in Italia, 68,3%. Abbiamo un cuneo fiscale in percentuale del costo del lavoro che, includendo anche l’Irap, era pari nel 2011 a 53,3%: il secondo più alto in assoluto tra i Paesi Ocse.
Oltre alla riduzione del prelievo, per proseguire stilla strada delle misure funzionali alla crescita, occorre anche una riforma che restituisca certezza, semplificazione ed equità al sistema fiscale. Qui non si tratta di ritoccare verso il basso alcune imposizioni per aumentarne altre ugualmente pesanti, ma magari meno visibili. Occorre prima di tutto essere credibili.
La riforma fiscale deve costruire un sistema che non sia ostile all’iniziativa imprenditoriale, la sostenga e non la mortifichi. Questo per le imprese e i contribuenti vale quanto la riduzione delle aliquote, e in questo ambito non ci si può nascondere dietro l’alibi dei vincoli di bilancio. Anche in questa direzione la politica fiscale - anzi la Politica - deve dare un segnale forte e rapido di attenzione.
*presidente del Comitato tecnico per il fisco di Confindustria
PER IL FISCO SERVONO SCELTE DA STATISTI – LUCA RICOLFI LA STAMPA 17/5/2013
Come era facile prevedere, gran parte del dibattito sulle tasse si sta concentrando sull’Imu. Per mettere un po’ d’ordine, credo sia bene tenere ben distinte due questioni: che cosa è successo dopo il passaggio dall’Ici all’Imu, che cosa conviene fare ora.
Sul «che cosa è successo» mi pare che i dati elaborati dalla Fondazione David Hume e pubblicati nei giorni scorsi su La Stampa lascino pochi dubbi. Nel passaggio dal 2011 al 2012 il settore edilizio ha ricevuto il classico colpo di grazia: crollo della produzione, crollo delle compravendite, distruzione di posti di lavoro e – soprattutto – perdita di valore del patrimonio immobiliare. E’ importante sottolineare che non si è trattato della mera continuazione di un trend negativo in atto da alcuni anni, ma di un vero e proprio «scalino» che ha trascinato improvvisamente verso il basso tutti gli indicatori del mercato edilizio. In soli 12 mesi, fra la fine del 2011 (insediamento del governo Monti) e la fine del 2012 il prezzo medio delle abitazioni esistenti è calato di circa l’8%: in concreto vuol dire che, per raccogliere 15 miliardi di tasse per sé stessa, la Pubblica amministrazione ha bruciato almeno 400 miliardi di ricchezza dei cittadini.
Si potrebbe pensare che questo sacrificio richiesto agli italiani sia stato distribuito in modo relativamente equo, e che a pagare di più siano stati i «ricchi», spesso possessori di più di una casa. Ma non è affatto così. Il conto dell’Imu è stato pagato innanzitutto dalle fasce più deboli della popolazione: operai edili (spesso immigrati), che hanno perso circa 100 mila posti di lavoro, e possessori di abitazioni periferiche o di scarso pregio, il cui valore si è ridotto ben più dell’8% (come noto quando i prezzi medi scendono, quelli delle abitazioni di pregio subiscono piccole limature, mentre quelli delle abitazioni popolari crollano). Di qui uno stato di incertezza e preoccupazione per il futuro, particolarmente grave per le famiglie che avevano acquistato la casa con un mutuo, che si sono trovate a pagare una super-tassa su un bene non ancora pienamente posseduto. Di qui un effetto negativo sui consumi, che non dipendono solo dal reddito ma anche dalla ricchezza. Di qui, soprattutto, un cambiamento epocale della percezione del «bene casa»: oggi chi possiede una casa non solo non può più pensare di aver messo i soldi al sicuro (perché i prezzi scenderanno ancora), ma deve pensare che il mero possesso di un immobile ha un costo fisso, una sorta di «affitto», di cui non è più in alcun modo possibile ignorare l’incidenza.
Ne valeva la pena? Se il problema era non cadere nel baratro del collasso finanziario, non era meglio (meno peggio) un prelievo straordinario, tipo quello che fece Giuliano Amato nel 1992?
In una recente trasmissione televisiva, a Lilli Gruber che gli domandava se c’era almeno qualcosa che pensava di aver sbagliato, un errore che oggi non ripeterebbe, Mario Monti ebbe a rispondere che no, per quanto si sforzasse proprio non gli veniva in mente nulla che non rifarebbe. Nulla sugli esodati, nulla sulla riforma del mercato del lavoro, nulla sui pagamenti della Pubblica Amministrazione, nulla sull’Imu. Nessun dubbio retrospettivo, insomma. Mi chiedo se, di fronte all’agonia del settore edilizio e ai dati che la documentano, oggi sarebbe ancora così certo della bontà del lavoro svolto.
Resterebbe il «che cosa fare», ora che i buoi sono scappati. Difficile dirlo, se non altro perché ormai è troppo tardi, e una crisi come quella in cui è precipitato il settore delle costruzioni non si ferma facilmente, neppure con l’abolizione per tutti dell’Imu sulla prima casa. L’unica cosa che mi sentirei di dire ai politici è di provare, per una volta, a essere chiari e coerenti.
Arrivati a questo punto, come ha osservato Alberto Mingardi nel suo intervento di qualche giorno fa, l’unico argomento solido per abolire I’Imu sulla prima casa è che tutti i maggiori partiti l’hanno promesso in campagna elettorale, sia pure in misura e con modalità diverse. Se si prescinde da questo argomento (tutt’altro che peregrino, comunque) il quadro cambia sensibilmente.
A regime, il problema delle tasse sulla casa non è l’ammontare dell’imposta più odiata (i 4 miliardi del’Imu sulla prima casa) ma è il loro ammontare complessivo, che ormai supera i 50 miliardi di euro l’anno, pari all’1% del valore del patrimonio edilizio (circa 5000 miliardi): con un rendimento lordo degli immobili che oggi si attesta sul 2-3%, il fatto che quasi la metà del reddito se ne vada in tasse più o meno direttamente connesse all’abitazione non può che avere effetti negativi sul valore del patrimonio edilizio, ossia sulla principale fonte di sicurezza degli italiani. Rendere più progressive le imposte sulla casa non risolve il problema, perché il crollo del mercato immobiliare non risparmia nessuno, e anzi colpisce più severamente i possessori di abitazioni di scarso pregio.
Se invece il problema è quello di far ripartire la crescita, allora dovremmo avere il coraggio – in materia di Imu – di dare priorità assoluta all’alleggerimento delle aliquote sui fabbricati connessi alla produzione: stabilimenti, capannoni, terreni agricoli. Dimezzare l’imposizione su questo genere di beni costerebbe più o meno come abolire l’Imu sulla prima casa ma, verosimilmente, avrebbe un effetto sulla crescita più significativo.
Se infine, come si sente spesso affermare, il problema numero uno è l’occupazione, è possibile che le tasse su cui agire prioritariamente siano altre ancora. Alcune, come l’Ires, non si possono nemmeno nominare, perché sanno di aiuto ai «padroni», ancor oggi da molti percepiti più come sfruttatori che come creatori di posti di lavoro. Altre, come il complesso di prelievi che costituisce il «cuneo fiscale» (Irap sul costo del lavoro, contributi sociali), sono politicamente più abbordabili, perché permettono di dare un contentino sia alle organizzazioni del lavoratori sia a quelle dei datori di lavoro. Il dubbio, tuttavia, è che per rendere il lavoro davvero meno caro e le buste paga dei lavoratori davvero più pesanti, ci vogliano risorse così ingenti che nessun governo (italiano) troverà mai il coraggio di reperirle. Perché reperirle significherebbe, inevitabilmente, scatenare le proteste di associazioni, corporazioni, sindacati, forze sociali. Provate a toccare pensioni d’oro e costi della politica (si potrebbero risparmiare 3-4 miliardi di euro). Provate a combattere davvero le false pensioni di invalidità (8-10 miliardi di euro). Provate a portare l’Iva al 25% (come i lodatissimi Paesi scandinavi). Provate a cancellare sussidi e agevolazioni a imprese e settori. E vi accorgerete che la forza dell’esistente è enorme, mentre quella del cambiamento è molto modesta.
Insomma, comunque la si rigiri, si torna sempre al nodo di partenza: per cambiare qualcosa bisogna scontentare qualcuno, e un simile lusso possono permetterselo solo gli statisti, non certo i politici dei nostri giorni.