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 2013  maggio 11 Sabato calendario

ORSI & TORI – Il toro di Torino è in salvo. Il toro di Wall Street ha sfondato il muro. Il toro europeo e italiano cosa fanno? Incredibile a dirsi, ma negli ultimi 12 mesi, anche se l’opinione pubblica non se n’è potuta accorgere, afflitta dalla recessione, il toro di Piazza Affari ha spinto in su l’indice della borsa di circa il 22%

ORSI & TORI – Il toro di Torino è in salvo. Il toro di Wall Street ha sfondato il muro. Il toro europeo e italiano cosa fanno? Incredibile a dirsi, ma negli ultimi 12 mesi, anche se l’opinione pubblica non se n’è potuta accorgere, afflitta dalla recessione, il toro di Piazza Affari ha spinto in su l’indice della borsa di circa il 22%. Sarà, quindi, confermata la regola che la borsa anticipa sempre la ripresa dell’economia reale, oppure quello del toro italiano è un bluff? Obiettivamente, il clima del Paese è leggermente cambiato. Merito principalmente non solo del fatto che c’è un governo, ma che c’è un governo in cui la larga maggioranza degli italiani ha fiducia (perfino secondo i sondaggi sempre molto partigiani di Ballarò). Ma la crescita non dipende dal clima leggermente migliorato, appunto perché è incominciata 12 mesi fa, con un +5% da inizio anno. A innescare il toro è stata la grande liquidità immessa nel Vecchio continente dalle operazioni di risconto dei titoli decise dal governatore Mario Draghi. Ma lo slancio maggiore è stato dato dalla svolta di politica monetaria in Giappone. Dopo anni di credo nelle politiche restrittive e quindi di yen molto forte, il nuovo governo guidato da Shinzo Abe e la Banca centrale dove è arrivato il nuovo governatore Haruhiko Kuroda hanno deciso che doveva essere rilanciata l’economia e per farlo hanno seguito le scelte della Federal Reserve americana, inondando non solo il Giappone ma tutto il mondo di yen, ottenendo certo che la moneta nipponica si svalutasse (-25% in sei mesi) con la conseguenza di una crescita di competitività dei prodotti del Sol levante, ma anche di far arrivare liquidità su tutti i mercati del mondo. Inclusa l’Italia, che offre buoni rendimenti sui titoli del debito e ha quotazioni delle azioni a livelli molto bassi. In un mercato mignon come quello italiano l’effetto è stato immediato. Per il momento quindi la regola che la crescita della borsa anticipa la ripresa economica non è confermata, nonostante la fiducia nel governo guidato da Enrico Letta e Angelino Alfano. La ripresa dell’economia reale non c’è, ma ci potrà essere se il governo farà tutto quanto sa di dover fare. In primo luogo mostrando compattezza, anche se al suo interno abbondano le forze centrifughe. Per esempio, c’era la speranza che essendo diventato viceministro dell’Economia con la delega al fisco, il giovane turco del Pd, Stefano Fassina, mostrasse buon senso e moderazione. Invece, nelle fitte comparse in tv, non ha fatto altro che sparare sul Pdl e il suo capo Silvio Berlusconi. Fassina non è il solo che dal governo continua la sua battaglia contro l’alleato-obbligato Berlusconi, ma certo è componente della compagine con il dente più avvelenato. Eppure ha davanti a sé una straordinaria opportunità avendo la delega sul fisco, che come tutti sanno è da riformare. Che si applichi con l’intelligenza che non gli manca e con i buoni fondamentali dell’economia imparati alla Bocconi. Diversa storia, anche se altrettanto non commendevole, succede in parlamento: era prevedibile la battaglia dei Pd, di Sel e di 5 Stelle per impedire la nomina a presidente della commissione Giustizia di Nitto Francesco Palma. Ma alla quarta votazione l’ex magistrato ed ex ministro del Pdl è stato eletto con i voti dei due componenti del partito fondato da Mario Monti. Divergenze rispetto alle intese ce ne saranno molte, specialmente quando si voterà in aula, ma se il Pd volesse far cadere il governo non solo commetterebbe, in nome della differenza insanabile con il partito di destra, un vero suicidio ma anche un attentato al futuro del Paese. È quindi probabile che almeno per i 18 mesi auspicati da Letta il governo regga. L’importante è che non manifesti incertezza come sta avvenendo sull’Imu. Con grande saggezza il renziano Roberto Reggi, sindaco di Piacenza, ha ricordato a Porta a Porta che è interesse assoluto del Pd ma ancor più un dovere far sì che il governo possa compiere atti concreti, e il lettiano Marco Meloni ha rinforzato il concetto secondo cui in realtà dopo l’uscita di Berlusconi in campagna elettorale sull’abolizione dell’Imu, un po’ tutti i partiti, incluso quello di Monti che aveva resa operativa una tassa pesante, si erano trovati d’accordo sulla necessità di riformare quell’imposta. Quindi, non sarà difficile trovare un’intesa di onorevole compromesso. Fatto sta che per ragioni tecniche il consiglio dei ministri di giovedì 9 non ha approvato il decreto di sospensione del pagamento a giugno, dando così spazio perfino al Corriere della Sera per sottolineare che il governo sul provvedimento prende tempo, come se fra i ministri non ci fosse accordo. Invece si tratta solo, e lo si capisce leggendo l’articolo, di mettere a punto tecnicamente il decreto, essendo il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, impegnato nelle riunioni dell’Ecofin e dell’Eurogruppo. Inevitabilmente vengono sottolineati più i lati negativi che quelli positivi. Per questo, questo giornale aveva segnalato che il governo adotti decisioni chiare e nette con la massima rapidità e se qualche provvedimento non è a punto che i ministri, viceministri e sottosegretari si astengano dal parlarne. I provvedimenti prima si decidono e si rendono atti concreti, e poi se ne parla. Nel caso specifico, l’effetto psicologico della eliminazione dell’Imu per le prime case poteva essere importantissimo. L’aver scelto prima l’annuncio della sospensione dei pagamenti e poi aver rinviato anche questo decreto ha più che dimezzato il beneficio sul sentimento degli italiani. Quindi, trasparenza, riservatezza e rapidità sono obiettivi che il governo Letta deve perseguire se vuole sovvertire il pessimismo e la sfiducia che ancora dominano gli italiani. Se rendesse positivo, invece che negativo come è oggi, lo stato d’animo degli italiani che pesa almeno per il 30% sull’andamento dell’economia, Letta potrebbe partire con il turbo. Ispirandosi alle dinamiche del calcio ma anche del management delle società, dove il concetto di fare squadra viene perseguito con ritiri e convention, il presidente del Consiglio ha fatto bene a riunire in Toscana, in un luogo di serenità, l’intero governo. Speriamo che sappia essere più bravo di José Mourinho, di Pep Guardiola o anche di Vincenzo Montella che in poche settimane ha costruito una squadra con oltre tre giocatori che prima non si conoscevano neppure. Anche perché le insidie per il governo non vengono solo dall’inconciliabilità delle posizioni fra Pdl e Pd e dalla rabbia che hanno in corpo i militanti della sinistra democratica per non aver vinto le elezioni quando erano sicuri di avere la vittoria già in tasca. Negli ultimi giorni, anche dopo un editoriale del Corriere della Sera, è stato rimesso a fuoco uno dei problemi fondamentali che hanno finora impedito all’Italia di avere una macchina dello Stato e dell’area pubblica efficiente quanto basta per attuare provvedimenti fondamentali nel taglio della spesa pubblica, che supera del 30% (in relazione al prodotto interno lordo) quella dei Paesi europei più avanzati con un debito pubblico e uno sviluppo migliori. Rimesso a fuoco, perché in realtà il problema è noto da molto tempo: la burocrazia italiana è la più inefficiente d’Europa. I burocrati, pensando al loro interesse, impediscono che sia possibile effettuare tagli che in tutta evidenza si riferiscono a spesa improduttiva e a sprechi enormi. La lentezza dei procedimenti, con in primo piano la giustizia, rende molto più onerose del necessario le pratiche di qualsiasi genere. Quando 12 anni fa la casa editrice di questo giornale stava concludendo la joint venture per Class Cnbc con Nbc, controllata da General electric, i manager americani posero come condizione che la giurisdizione della nuova società fosse di qualsiasi Paese europeo meno che dell’Italia. Anche i tentativi feroci dell’allora ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta, con la sua campagna contro i bighelloni, con le ispezioni a sorpresa per certificare le assenze immotivate sia durante la giornata che durante la settimana, si sono scontrati contro la forza di questo corpo dello Stato dove entrare nell’amministrazione pubblica è sempre stato considerato da molti la via migliore per lavorare poco e comandare molto. I lacci e i lacciuoli di cui parlava Guido Carli, quando fu presidente della Confindustria, invece di ridursi sono aumentati. Ma, soprattutto, non è cambiato niente nella logica perversa di conservare enti inutili, autorizzazioni superflue, privilegi da gestire, procedure da rallentare, che appunto provocano una spesa improduttiva, quindi inutile e quindi da tagliare. All’inefficienza e spesso all’arroganza si somma non di rado la corruzione, che genera altra spesa. A giudizio di chi ha lavorato per qualche anno nel ministero del Tesoro, come il team di professori che aveva messo insieme l’allora ministro Carlo Azeglio Ciampi, la forza dei burocrati e ancor più dei super burocrati è nell’essere gli unici padroni delle informazioni sulle bizantine procedure che regolano l’attività pubblica. Quindi hanno la possibilità di opporsi, senza fatica, alle iniziative su cui non concordano e che potrebbero eliminare i loro privilegi. Si assiste quindi al paradosso che mentre la battaglia per il ricambio dei politici ha dato alcuni frutti e il governo Letta mostra moltissimi volti nuovi oltre che una bassa età media, la macchina dello Stato è sempre in mano a chi è in carica da decenni senza sentire il bisogno di esperienze diverse, come succede a qualsiasi manager di aziende private. Per i capi di gabinetto, i capi degli uffici legislativi dei ministeri e anche per i direttori generali vige una norma che consenta il cosiddetto spoils system, cioè il cambiamento dei funzionari più alti. Il governo Letta ha tempo per fare i cambiamenti fino al 31 maggio. A giudizio di chi ha lavorato al ministero dell’Economia, solo se saranno cambiate le alte cariche del ministero sarà possibile avviare il programma fondamentale del taglio della spesa pubblica. Anche per la cosiddetta legge Bassanini, fatta approvare dall’attuale presidente della Cassa depositi e prestiti quando era ministro della Funzione pubblica. Per far fronte alla precarietà dei governi, che duravano anche pochi mesi, Franco Bassanini, che prima di fare il politico era professore di diritto costituzionale, ritenne razionale assegnare la larga parte dei poteri ai direttori generali dei ministeri, che così avrebbero garantito la continuità contro il continuo cambiamento dei ministri. Quella norma aveva una razionalità per far fronte all’instabilità del sistema di governo. Oggi, quella legge, avendo aumentato il potere dei super burocrati, si dimostra inattuale perché gli ultimi governi, con il sistema maggioritario, sono stati assai più stabili di quelli della Prima repubblica. Tuttavia era stato proprio Bassanini a dare la possibilità dello spoils system nel caso il nuovo governo volesse attuare il ricambio. Non è facile prevedere se il presidente Letta vorrà effettuare il ricambio di alcuni posti chiave. Anzi proprio al momento del suo insediamento è girata la notizia, non ufficiale, che il governo avesse riconfermato il ragioniere generale Mario Canzio, alla cui responsabilità è affidato il Bilancio dello Stato. Canzio gode di una valutazione positiva, ma è nel ministero da oltre 41 anni e all’inizio ha lavorato all’ispettorato generale del bilancio, che controlla la spesa pubblica. Alcuni pensano che Canzio sia stato il maggior ostacolo al tentativo di Corrado Passera di fare realmente il ministro dello Sviluppo economico. Si racconta che anche con la copertura politica del suo predecessore, il ministro dell’Economia Vittorio Grilli, il ragioniere dello Stato abbia opposto continui rifiuti a Passera proprio sul piano dell’informazione. Sta di fatto che la vita dell’ex amministratore delegato di Intesa Sanpaolo è stata molto faticosa nel governo Monti, il quale, proprio perché composto principalmente da persone che non avevano mai avuto esperienza di gestione della cosa pubblica, è stato bloccato sulla strada della spending review. Un segno di determinazione e vitalità del governo Letta, subito dopo il ritiro per fare squadra in Toscana, sarà quello di rimescolare le carte della pubblica amministrazione, senza timore che il nuovo possa essergli di danno, vista la complessità della macchina dello Stato dove spesso i ministri contano assai meno, nei fatti, dei loro collaboratori funzionari dello Stato. Sull’azione di ricambio dei superburocrati non dovrebbero nascere contrasti fra i due partiti della maggioranza, visto che sia il Pd che il Pdl quando sono stati al governo hanno provato in più di un caso quanto pesi negativamente la struttura arcaica dell’amministrazione pubblica. P.S. Alcuni hanno giudicato la relazione del presidente della Consob, Giuseppe Vegas, di tono leggero e non profondo. Sono critiche infondate, perché non può essere confuso il tono piano e chiaro dell’esposizione con la mancanza di peso delle idee. Che invece ci sono in abbondanza, con indicazione concreta su cosa occorra fare per rilanciare il mercato delle azioni come centro di raccolta dei capitali per lo sviluppo dell’azienda. Il presidente Letta era in prima fila ad ascoltare ed è auspicabile che voglia accogliere con provvedimenti di governo molti dei suggerimenti di Vegas. Che fra l’altro non ha esitato a muovere una critica fondatissima alla scelta del governo Monti di introdurre quasi in solitario e in anticipo sugli altri Paesi, escluso la Francia, la cosiddetta Tobin tax. Con la sua pacatezza, Vegas ha ricordato che i mercati sono globali e che quindi se una tassa come la Tobin non è globale e addirittura neppure continentale, il risultato di averla introdotta sarà quello, come si sta verificando, di assottigliare ancor più il già asfittico mercato italiano.