Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2013  aprile 30 Martedì calendario


ASSASSINO SCONOSCIUTO


Sono trascorsi dieci anni da quando fui accusato ingiustamente di aver provocato la morte di una ragazza da me mai conosciuta, secondo modalità assolutamente inverosimili: sparando senza alcun motivo un colpo, con un’arma magicamente sorta dal nulla e poi scomparsa, attraverso una finestra coperta in parte da un condizionatore e molto distante dal punto in cui e stata colpita la vittima. Secondo la ricostruzione dei giudici che mi hanno condannato (a cinque anni e quattro mesi, per omicidio colposo) avrei sparato inoltre davanti a varie persone che mi conoscevano e che, non si capisce per quale motivo, non avrebbero reagito in alcun modo, tacendo sia nell’immediatezza, sia nelle settimane successive.
Per dieci anni una simile ricostruzione è stata presa molto sul serio e ha provocato a me e ad altri gravi sofferenze. Voglio qui cercare di ricostruire come in realtà sono andate le cose. La mattina del 9 maggio 1997 una studentessa di Giurisprudenza, Marta Russo, fu colpita mortalmente da un proiettile mentre percorreva con l’amica Iolanda Ricci un vialetto dell’Università La Sapienza. All’epoca stavo concludendo un dottorato di ricerca in quella università (dove collaboravo anche come assistente) e quel giorno passai nella città universitaria, come tante altre volte, per sbrigare alcune pratiche amministrative: la sola anomalia di cui mi accorsi mentre tornavo a casa fu una consistente presenza di poliziotti, che pensai però dovuta a uno scontro tra manifestanti, un evento piuttosto frequente all’interno dell’università. Si trattava di tutt’altro. Le numerose persone presenti al ferimento della ragazza sentirono un colpo attutito (tipico, è stato detto, di un’arma con il silenziatore), ma nessuno vide chi aveva sparato né capì da dove era partito il proiettile. Sul vialetto affacciano decine di finestre di vari edifici. Le prime indagini si concentrarono sui bagni, in particolare sulla finestra del bagno della Facoltà di Statistica, al piano rialzato. Questa finestra, che è la più vicina al punto in cui è stata colpita la vittima, fu indicata con precisione da un testimone (Andrea Ditta) come il luogo di provenienza dello sparo, ed è la stessa che i periti, nominati proprio dalla Corte che mi doveva giudicare, hanno considerato balisticamente la più probabile.
Da essa inoltre, diversamente che da tutte le altre finestre prospicienti il luogo del delitto, è possibile (chiusi nel bagno) sparare senza essere visti dall’esterno. Infine, all’interno del proiettile mortale i periti hanno trovato in seguito dei filamenti di fibra di vetro esattamente identici a quelli che compongono il controsoffitto del bagno di Statistica. Nonostante tutto ciò, ben tre Corti d’Assise hanno dichiarato che il colpo non era partito da lì.

Sul motivo per cui Marta Russo fu colpita vennero formulate nei giorni successivi al ferimento svariate ipotesi: dall’atto terroristico al colpo partito accidentalmente, al gesto di un folle. Nell’opinione pubblica e nei mass media il fatto che una ragazza fosse stata uccisa da un colpo d’arma da fuoco nel mezzo dell’università, senza una spiegazione, creò un’ondata di panico e di isteria collettiva: ne conseguirono forti pressioni istituzionali sugli inquirenti – gli stessi che non erano riusciti a risolvere vari casi di omicidi avvenuti a Roma negli anni precedenti — perché chiudessero rapidamente e brillantemente il caso (va ricordato che in quel periodo, per la presenza tra i docenti di alcuni parlamentari, in quella zona dell’università erano spesso presenti scorte e guardie del corpo, ndr). Dal 9 al 20 maggio, dando per scontato che il colpo provenisse dal bagno di Statistica, gli inquirenti svolsero una serie di indagini infruttuose: la difficoltà di individuare chi avesse sparato derivava proprio dal fatto che quel bagno era accessibile a qualsiasi persona, interna o esterna all’università. Nessuna traccia dell’arma o del bossolo, nessun indizio.

Nel frattempo io mi trovavo a Napoli, dove frequentavo un corso di perfezionamento in filosofia politica, e mai avrei immaginato quello che mi sarebbe accaduto pochi giorni dopo. Il 20 maggio la polizia scientifica informò gli inquirenti che una particella di ferro, bario e antimonio era stata rinvenuta sulla finestra dell’aula assistenti di Filosofia del diritto. Molto tempo dopo le perizie stabiliranno con assoluta certezza che quella non era una particella di sparo riconducibile al colpo che uccise Marta Russo: che vi sia stato un errore a questo proposito è esplicitamente affermato persino nella sentenza della Corte di Cassazione del 6-12-2001. Ma nel maggio 1997 non si conosceva ancora il tipo di cartuccia utilizzata nel delitto e gli inquirenti, fuorviati dal ritrovamento di un presunto residuo di sparo, si precipitarono nell’istituto di Filosofia del diritto per controllare gli alibi di tutti i docenti che vi lavoravano, nell’ipotesi che a qualcuno potesse essere accidentalmente partito un colpo.
Già in quei giorni un funzionario della polizia affermò: «Secondo noi sono stati due assistenti che cazzeggiavano con una pistola». Se si tiene conto che il 9 maggio soltanto Salvatore Ferraro e io, fra tutti gli assistenti, ci trovavamo nei paraggi della città universitaria, è facile immaginare gli sviluppi successivi dell’inchiesta. Mentre era molto difficile individuare chi avesse sparato da un bagno — accessibile a chiunque — l’ipotesi che il colpo provenisse dall’aula assistenti rendeva tutto più facile: sia perché quell’aula era normalmente frequentata solo da un ristretto numero di studiosi e impiegati dell’Istituto; sia, soprattutto, perché in quell’aula c’era un telefono, dal quale la dottoranda Maria Chiara Lipari aveva chiamato casa del padre (l’ex senatore Nicolò Lipari) alle 11.44 e 30 secondi del 9 maggio 2007, cioè due minuti e mezzo dopo l’ora (presunta) dello sparo.
La Lipari fu interrogata dal pomeriggio del 21 maggio 1997 fino all’alba del giorno dopo (in tutto 12 ore); le venne detto che il colpo mortale era partito dalla sala assistenti poco prima che vi entrasse lei, e che quindi la sua posizione era molto delicata: potenziale testimone oppure potenziale sospettata. Risulta da un’intercettazione telefonica fra la Lipari e il suo amico Jacopo che il lunghissimo interrogatorio notturno venne impostato in questi termini: «O ci dici qualche nome di persone presenti in quella stanza quando sei entrata, oppure sei anche tu coinvolta nell’omicidio» («mors tua, vita mea», le dice un inquirente). Così, dopo aver inizialmente dichiarato (verbale del 21 maggio, ore 16.30) di aver trovato la sala assistenti vuota, la Lipari cominciò miracolosamente a "ricordare" delle presenze, fra cui l’usciere Francesco Liparota e la segretaria Gabriella Alletto, scaricando spregiudicatamente su di loro la pressione investigativa.
Quanto all’eventuale terza persona, il presumibile sparatore, gli inquirenti pensavano che si trattasse di un frequentatore abituale della sala assistenti; la Lipari dichiarò allora di aver forse individuato nella sala anche Massimo Mancini, un assistente dell’Istituto appassionato di armi. Mancini però, per sua fortuna, aveva un alibi inattaccabile per la mattina del 9 maggio e nessuna delle sue armi era compatibile con quella usata nell’omicidio: la Lipari, in seguito, ammetterà di aver fatto il nome di Mancini solo perché "suggeritole" da un inquirente.

Dalle intercettazioni emerge che la Lipari si trovava, in quel periodo, in uno stato di autentico disordine mentale. Diceva al suo confidente spirituale Chino (intercettazione dell’11 giugno 1997): «Il capo della Digos mi sta sulle palle... Sto proprio uscendo di capoccia... Sono proprio depressa... Mi sembra tutto brutto, tutto negativo, sono veramente confusa ... Ho guidato come una pazza a rischio veramente di schiantarmi, per i nervi che ho addosso.... A me mi sembra che mi crolli il mondo addosso... Non so a che filo appendermi per riprendere un equilibrio... Ma devo essere furba, devo tentare di uscirne vincitrice... Tento di controllare anche i comportamenti degli altri, non mi fido di nessuno, manco dei miei... cioè ci ho questo veramente delirio». È incredibile (ma vero) che tre Corti d’Assise abbiano ritenuto attendibili dichiarazioni rese da chi si trovava in simili condizioni psicologiche.
La segretaria dell’Istituto Gabriella Alletto, collocata dalla Lipari nella sala assistenti, venne a trovarsi così in una situazione gravissima e di fronte a un’alternativa angosciosa: o essere ritenuta corresponsabile del delitto — come le fu prospettato l’11 giugno dal pubblico ministero Italo Ormanni e come sosteneva l’informativa della Squadra mobile del 12 giugno, che la denunciava per concorso in omicidio — oppure diventare la principale "testimone" dell’accusa. Lo diverrà il 14 giugno, dopo un interrogatorio in questura durato nove ore, non verbalizzato e in cui non era assistita da alcun avvocato (con una procedura, insomma, del tutto irregolare).

Gabriella Alletto era stata già sentita varie volte dalla polizia nei giorni precedenti: il 27 maggio 1997 era stata prelevata a casa nel cuore della notte e interrogata a più riprese, dalle 2.30 fino alle 14.10 del giorno successivo, senza potersi mai allontanare dalla questura. Nel primo di questi interrogatori le erano state rivolte anche domande sulle modalità della sua assunzione all’università come invalida, con ovvio riferimento a una sua possibile incriminazione per truffa e alla conseguente perdita del posto di lavoro. Mentre per questi interrogatori notturni non si dispone di documenti filmati, quello dell’11 giugno 1997 è diventato famoso da quando, nel settembre 1998, le sue immagini – fortunosamente riemerse dagli uffici della questura — furono trasmesse da numerose reti televisive, suscitando unanimi reazioni di sdegno (anche da parte dell’allora presidente del Consiglio, Romano Prodi) per i metodi psicologicamente violenti, inaccettabili in uno Stato di diritto, utilizzati dai pubblici ministeri.
In effetti il filmato — che a lungo i giudici non hanno voluto inserire come documento fra gli atti del processo, quasi che le modalità con cui si svolgono gli interrogatori non incidano sulla credibilità di un’accusa – documenta l’esercizio di gravi pressioni psicologiche sulla Alletto. Nel corso del video, il pubblico ministero Ormanni avvisa la teste che se insiste nella sua versione – cioè che lei non ha assistito all’omicidio – rischia di finire in carcere e di non uscirne mai più; da parte sua l’altro pubblico ministero, Carlo Lasperanza, le chiede di aiutarlo a «trovare una verità alternativa» che incastri coloro che potevano essere nell’aula, presunto luogo di partenza dello sparo mortale, promettendole di aiutarla e tutelarla in tutti i modi.

Nel frattempo gli altri inquirenti, erroneamente convinti che il colpo fosse partito dall’aula assistenti e che responsabili fossero, come accennato, "due assistenti che cazzeggiavano con una pistola", controllavano gli alibi di tutti i docenti di quel tipo di Filosofia del diritto, constatando che Salvatore Ferraro ed io eravamo i soli a trovarci quella mattina nei pressi dell’università: Ferraro perché era a casa sua, molto vicina alla Sapienza, e io perché mi ero recato nella segreteria di Lettere per ritirare un certificato (che fra l’altro è agli atti del processo e reca la data del 9 maggio). A questo punto è a me che viene attribuito il ruolo di sparatore: infatti non si addiceva a Ferraro che, non avendo fatto il servizio militare, non sapeva sparare e oltretutto, essendo mancino, non avrebbe potuto far partire un colpo verso la sua sinistra, come necessario per via della particolare collocazione della finestra. Con lunghissimi e pressanti interrogatori, condotti senza difensore e verbalizzati solo formalmente (11 giugno) o non verbalizzati affatto (14 giugno), gli inquirenti condussero così la Alletto – minacciandola fra l’altro di arrestarla per concorso in omicidio – a cambiare versione e a fare le confuse dichiarazioni accusatorie che portarono al mio arresto immediato: infatti il giudice per le indagini preliminari Guglielmo Muntoni emise la sua ordinanza di custodia cautelare con incredibile rapidità, mentre ancora era in corso l’interrogatorio della Alletto.
Che poi quest’ultima abbia da quel momento in poi tenuto ferme le accuse è ovvio, se non altro per evitare la grave incriminazione per calunnia (che prevede, addirittura, fino a 20 anni di carcere). Va poi ricordato che quando finalmente la Alletto ottenne degli avvocati "di fiducia", non fu lei a sceglierli, bensì la polizia, come risulta da un’intercettazione del 15 giugno 1997 fra lei e il cognato poliziotto. Fu in questo modo che, la sera del 14 giugno 1997, mi ritrovai improvvisamente con un’accusa di omicidio, del tutto imprevedibile e incomprensibile: mancanza di movente, mancanza di arma del delitto. Quando una pattuglia della polizia mi venne a prelevare, stavo tranquillamente cenando in un ristorante con un paio di amici: e ancora oggi mi chiedo come feci a resistere a uno shock simile senza uscire di senno. Il resto è storia nota: una detenzione preventiva di un paio danni, una serie di processi e appelli conclusasi con una condanna per omicidio colposo, il ritorno in libertà e finalmente l’estinzione della pena. Va ricordato peraltro che nel dicembre 2001 la Corte di Cassazione aveva annullato la condanna su richiesta dello stesso procuratore generale (il rappresentante dell’accusa), il quale aveva affermato che non vi erano elementi concreti per una incriminazione e che l’intera vicenda giudiziaria presentava aspetti inquietanti, indegni di un Paese civile.

L’accusa si basa in definitiva sulle sole dichiarazioni di Gabriella Alletto (la quale, a suo dire, mi avrebbe visto con una pistola in mano): le sue affermazioni sono però pesantemente contraddette da numerose intercettazioni e testimonianze. Nel lungo colloquio (intercettazione ambientale dell’11 giugno 1997) fra lei e il cognato Di Mauro (un poliziotto che la accompagnava sempre agli interrogatori), la Alletto dice: «Io nun ce stavo là dentro, te lo giuro sulla testa dei miei figli... Non ci sono proprio entrata, ma come te lo devo di’? Fino allo sfinimento... ». Dopo di che Di Mauro, valendosi anche di un disegno preparato per lui dal pubblico ministero Lasperanza, suggerisce alla Alletto le persone che secondo gli inquirenti sarebbero state presenti allo sparo, indicandone le rispettive posizioni nell’aula 6: si tratterebbe della stessa Gabriella Alletto, di Francesco Liparota, di Salvatore Ferraro e di un altro, lo sparatore, di cui — dice Di Mauro — «non si sa il nome». E a questo punto la Alletto gli dice: «Bisognerebbe sapere chi è quell’ altro oltre a Ferraro... », fornendo così la prova certa di non aver assistito all’omicidio, e della sua disponibilità a cambiare versione.
Inoltre una testimone, la dottoressa Laura Cappelli, ha riferito in aula che il 12 giugno 1997, due giorni prima di accusare me, Ferraro e Liparota, la Alletto le aveva confidato: «Mi hanno messa in mezzo... io in quella stanza non c’ero, però non mi conviene dire che non c’ero». «A quel punto», racconta la Cappelli, «ricordo di averle chiesto: "Scusa, ma se tu dici che stavi in quella stanza devi anche dire chi c’era in quella stanza, devi inventarti altre cose... " e la Alletto replicò che "loro" (cioè quelli che la interrogavano) si immaginavano la scena, ma avevano bisogno di un testimone attendibile, di una persona affidabile». Questa conversazione, che aveva lasciato molto perplessa la Cappelli, fu ripresa dalle due donne nel corso della stessa giornata: «E allora», continua la testimone Cappelli, «le ho chiesto: "Gabriella, ma allora ti sei convinta veramente che hanno sparato da quella stanza?", e lei mi ha risposto: "Eh, mi stanno convincendo". Al che io le ho chiesto: "Scusa, ma ti stanno convincendo anche che tu eri là dentro?", e lei mi ha detto: "Sì, mi stanno convincendo anche di questo"». In effetti, nella corrispondente trascrizione delle intercettazioni, la Alletto afferma (12 giugno 1997, ore 8.25): «Mi hanno infilato dentro come una stronza... non mi conviene dire che non c’ero... vogliono un teste, una persona affidabile... a me mi fanno veramente vacilla’ la testa». Nell’udienza del 20 novembre 1998 anche la professoressa Simona Sagnotti ha raccontato di aver ricevuto, nei giorni precedenti al mio arresto, delle confidenze dalla Alletto: in particolare si era lamentata con lei delle pressioni e delle minacce che aveva subito dagli inquirenti affinché cambiasse versione e dichiarasse di aver assistito al delitto.
Infine, la professoressa Serena Armellini ha riferito nell’udienza del 4 dicembre 1998 che la Alletto, poche ore prima di accusare me, Ferraro e Liparota, le aveva detto disperata: «Qui bisogna fare come dicono loro», intendendo con "loro" gli inquirenti. La Corte d’Assise ha disposto un confronto fra la Alletto e queste tre donne che la smentivano: Cappelli, Sagnotti e Armellini. Ma questo confronto la Alletto lo ha assolutamente rifiutato, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Del resto non si vede cosa avrebbe potuto replicare alle sue amiche, che così evidentemente la contraddicevano.

Tutte queste testimonianze che smentiscono la Alletto, oltre a informarci che fino al 14 giugno aveva detto a tutti di non aver assistito al delitto, contribuiscono anche a spiegare le ragioni del suo successivo cambiamento di versione. Ma un cenno va fatto anche a Salvatore Ferraro: condannato a quattro anni e due mesi per favoreggiamento personale, e cioè per aver sempre affermato la mia innocenza, ha trascorso in carcere oltre un anno. Accusandomi non sarebbe stato né arrestato né condannato. Se veramente fossi io il responsabile e Salvatore mi avesse visto sparare, il suo atteggiamento apparirebbe del tutto assurdo: solo un masochista o un pazzo si farebbe volontariamente e inutilmente incarcerare e condannare! Ecco dunque la ricostruzione di come sono andate le cose e di come un qualsiasi cittadino italiano innocente può capitare per errore negli ingranaggi della giustizia: restandoci per dieci anni, con enorme dispendio di energie, tempo, denaro, ma soprattutto con gravi violazioni della dignità personale. Nessuno degli innumerevoli sforzi compiuti, non solo da me ma da tutte le persone che mi conoscono e mi hanno aiutato in questo periodo, per ristabilire la verità dei fatti e per dimostrare la mia completa estraneità alla vicenda ha sortito effetti di rilievo. Una volta avviato il meccanismo perverso che ha portato alla mia accusa è diventato impossibile per gli inquirenti tornare indietro e per i giudici ammettere e un palese errore giudiziario. Così ho perso il lavoro, mi sono ritrovato a lungo sulle prime pagine dei giornali additato come un omicida, ho ricevuto l’attenzione, i commenti e le illazioni di discutibili opinionisti televisivi. Nonostante tutto, la mia vita è andata avanti: mia moglie mi è sempre stata vicina, nessuno dei miei familiari e amici mi ha fatto mancare il suo appoggio, nelle poche occasioni lavorative (fra l’altro devo far fronte a un risarcimento di milioni di euro!) ho incontrato persone intelligenti e senza pregiudizi.

Resta comunque vivissima l’amarezza per l’ingiustizia subita e non sanata, per il fallimento della giustizia, incapace di trovare il vero responsabile. A questo proposito, vorrei provare a rispondere a un interrogativo che molti si sono posti: se gli accusati "ufficiali" sono innocenti, allora chi è stato? Premesso che non spetta a me risolvere un caso rimasto avvolto nel mistero nonostante le accanite indagini di centinaia di inquirenti, mi sembra comunque doveroso ricordare una parte delle numerose piste alternative, alcune delle quali avrebbero meritato maggiori approfondimenti. Indagini furono compiute su un bibliotecario della Facoltà di Lettere, Rino Zingale, un appassionato di armi che deteneva numerosissime pistole e che, secondo alcuni testimoni, girava armato anche nell’università. Ma i primi a essere sospettati furono gli addetti alle pulizie, poiché nelle abitazioni di alcuni di loro e nel magazzino della ditta furono trovati un silenziatore artigianale, alcuni bossoli e pistole giocattolo modificate. Sei anni dopo, nel 2003, si è poi venuti a sapere che fra gli addetti alle pulizie del bagno di Statistica c’erano anche degli aderenti alle nuove Brigate rosse. Non c’è bisogno di ricordare che il 9 maggio ricorre l’anniversario dell’uccisione di Aldo Moro.

D’altra parte, stupisce constatare che negli atti dell’inchiesta non compaia alcuna traccia dell’ipotesi terroristica (in senso lato), che pure era stata inizialmente accreditata dagli stessi inquirenti, come risulta da alcune interviste rilasciate dal pubblico ministero Lasperanza nei primissimi giorni delle indagini. Per fare un esempio, proprio la mattina del 9 maggio 1997 le prime tre pagine del Giornale erano dedicate al rischio di attentati in Italia. In seguito alla condanna di alcuni estremisti islamici, i servizi segreti (entrati poi a più riprese nelle indagini) avevano infatti segnalato l’arrivo in Italia di un commando armato, composto da sette persone e capeggiato da un certo Ahmed Tansu (così scrive appunto il Giornale), con il compito di realizzare un attentato a Roma. La fuga di notizie sull’informativa dei servizi segreti sembrerebbe inoltre aver impedito la cattura del commando. Ma anche a prescindere da questa specifica ipotesi, l’immagine di una persona che, appostata in un bagno chiuso, dietro un vetro smerigliato, fa fuoco con un’arma silenziata nel mezzo della più grande università d’Italia, colpisce una passante, raccoglie il bossolo e scompare senza lasciare tracce, fa pensare più a un terrorista ben addestrato che non a uno sprovveduto a cui sia accidentalmente partito un colpo. Tuttavia l’unica ipotesi seguita dagli inquirenti è stata quella dell’incidente, più tranquillizzante per l’opinione pubblica. Quanto raccontato fin qui può bastare per capire – ovviamente dal mio (e per fortuna non solo mio) punto di vista – che il delitto dell’università rappresenta uno dei più clamorosi errori giudiziari degli ultimi anni. Il 15 giugno 1997 il pubblico ministero Ormanni e il questore di Roma Bino Monaco dichiararono: «Il caso è chiuso». In realtà nessuna delle domande più ovvie («Chi è stato? Da dove? Perché?») ha ricevuto a tutt’oggi una risposta minimamente plausibile. Dopo dieci anni il caso è ancora aperto.

Giovanni Scattone, L’Europeo 2007 n. 3