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 1990  settembre 27 Giovedì calendario

IL GOVERNO E’ SULL’ ORLO DELLA CRISI



di SANDRA BONSANTI

ROMA O crisi o rimpasto. Improvvisamente le divergenze fra sinistra democristiana e maggioranza di governo si sono trasformate in un insuperabile scontro sui principi. E ad Andreotti che, pressato da Craxi, decideva di mettere la fiducia anche sulla norma che permette a Berlusconi di salvare il suo stock di film corredati di pubblicità, gli amici di De Mita e di Bodrato hanno risposto: state violando una legge della Comunità europea, della quale abbiamo per un semestre la presidenza. Ciò è inaccettabile. Tutti insieme, alle nove di sera, Sergio Mattarella (ministro della Pubblica istruzione), Carlo Fracanzani (ministro della Partecipazioni Statali), Riccardo Misasi (ministro del Mezzogiorno), e Mino Martinazzoli (ministro della Difesa) si sono dimessi. Si dimetteranno anche gli undici sottosegretari appartenenti all’ area della sinistra. Andreotti avrebbe potuto andare già ieri sera al Quirinale per mettere al corrente dell’ accaduto il capo dello Stato. Lo farà probabilmente nelle prossime ore. Più volte nelle scorse settimane Cossiga aveva preannunciato che di fronte a una crisi di governo nel semestre di presidenza della Cee avrebbe risolto rapidissimamente la questione. E’ quindi possibile che Andreotti non si dimetta e si presenti invece con un elenco di quattro o cinque ministri (Calogero Mannino, altro ministro della sinistra, ieri era all’ estero e non si sa quali siano le sue intenzioni), candidati a sostituire i dimissionari. Oppure che Andreotti decida di affidare gli interim ad altri ministri della coalizione. E’ molto probabile che Cossiga autorizzi Andreotti a rimpastare il suo governo. Che comunque sarebbe destinato ad una vita ancora più precaria di quella che ha avuto finora: non ci sono precedenti, nella storia politica italiana, di dimissioni di una componente di un partito. Ma non è affato certo che gli sviluppi della situazione verificatasi ieri sera, quando alla fine di una tesissima giornata Andreotti ha annunciato che avrebbe messo la fiducia su quattro articoli della legge Mammì, non siano destinati ad una conclusione più traumatica. Cioè a una vera e propria crisi di governo. Tutto è precipitato dopo l’ arrivo a Roma del presidente del Consiglio. Le divergenze fra la sinistra della Dc e la maggioranza di governo su alcuni punti fondamentali della legge erano diventate ormai tali da convincere i socialisti a invitare in maniera ultimativa Andreotti a porre la fiducia su ogni articolo giudicato a rischio. Così, sin dai primi incontri avuti ieri sera da Andreotti con i ministri della sinistra si era capito che il governo intendeva porre la fiducia su quattro articoli: l’ 11 (film vietati ai minori), il 16 (norme antitrust), il 17 (norme per le concessionarie di pubblicità) e il 35 (data di entrata in vigore delle limitazioni sugli spot). Nel giro affannoso di incontri risultava sempre più chiaro che l’ unico punto insuperabile era proprio quello costituito dalla fiducia sull’ articolo 35: la sinistra invocava la norma Cee (entrata in vigore prevista per il 3 ottobre del 1991); Andreotti mediava, concedeva qualche sconto, ma evidentemente non poteva più di tanto. Quella data che fissa le nuove norme non rappresenta solo dei numeri: dietro ad essa si intravede una somma di qualche centinaio di miliardi che Silvio Berlusconi non è disposto a perdere. Andreotti stesso lo definiva un danno ingiusto. E’ stato un Consiglio dei ministri piuttosto drammatico. Con i quattro ministri della sinistra che tentavano di spiegare ad Andreotti la loro posizione di principio e il presidente del consiglio che replicava a Misasi: Non siamo al mercato dei tappeti!. Preso atto della impossibilità di piegare i ministri ribelli, Andreotti ha chiuso il Consiglio. Intanto il ministro Mattarella dava l’ annuncio: Ci siamo dimessi. Riteniamo che porre la fiducia per violare una direttiva comunitaria sia in linea di principio inammissibile e inopportuna in questo semestre. Ben diversa l’ oratoria di Andreotti in aula: Conosciamo tutti le difficoltà di questo disegno di legge. Più governi si sono susseguiti senza che fosse possibile condurlo in porto, obbligando a provvedimenti tampone su cui pende da un giorno all’ altro pende il noto giudizio di costituzionalità... era ed è quindi necessario decidere. Andreotti ha spiegato che anticipare troppo la data dell’ entrata in vigore della norma antispot era ingiusto, che non aveva senso introdurre un tetto alla raccolta della pubblicità. In tali condizioni è dovere del governo richiamare la maggioranza alla compattezza. Lo facciamo presentando un articolo riassuntivo sul quale pongo la questione di fiducia. Fino all’ ultimo minuto le pressioni socialiste su Andreotti erano state fortissime. Craxi aveva cominciato di prima mattina ad ammonire: Il governo difenda la legge. E a chi faceva notare che la sinistra democristiana contava su una promessa di Andreotti di tentare di evitare la fiducia, rispondeva: Non si può promettere di non governare, mi pare questa una promessa anticostituzionale. Poi, a dare il benvenuto ad Andreotti, da Via del Corso erano arrivate due paginette con un fondo del segretario per l’ Avanti!: non è vero che la fiducia è un abuso, l’ abuso e la prevaricazione li compie chi scende aggressivamente in campo contro un legittimo mezzo costituzionale. Craxi ribadiva: Farà bene il governo a non lasciarsi fuorviare nel momento in cui si trovasse nella necessità di garantire ad una sua legge importante il sostegno della maggioranza. Al suo ritorno da Mosca, dunque, Andreotti aveva dovuto subito fronteggiare una situazione di emergenza. Da una parte i socialisti gli chiedevano di mettere la fiducia per evitare sorprese che, diceva Craxi, avrebbero conseguenze irreversibili sulla sorte del governo. Dall’ altra la sinistra dc arroccata sui suoi bastioni: la data delle limitazioni per gli spot al 3 ottobre del ’ 91 (come da normativa Cee); un tetto del 25 per cento alle concessionarie di pubblicità. E in questo quadro in movimento era comparsa infine una proposta repubblicana di notevole peso, annunciata da Giorgio La Malfa: il governo cercasse di recepire la richiesta di molti di mettere un tetto alla raccolta di pubblicità: Le concessionarie appartenenti a un gruppo raccolgano pubblicità solo per il loro gruppo, diceva La Malfa. Ma ormai i tempi della trattativa erano chiusi, e il diktat del Psi condizionava fino in fondo le mosse di Andreotti.