Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2013  aprile 08 Lunedì calendario


C’ERA UNA VOLTA LO STATO

È per strada, alla ricerca di un telefono. La batteria del cellulare si è scaricata, non ci sono bar, non ci sono negozi. Qualche anno fa avrebbe trovato una cabina telefonica. Poi si ricorda che la Telecom ha ritenuto troppo costoso mantenerle in vita e nel 2010 ha avviato una gigantesca rottamazione. Dovevano essere ritirate dalle strade 30 mila postazioni l’anno. Grazie all’intervento dell’Autorità garante delle comunicazioni (AgCom), la compagnia è stata costretta ad avvertire i cittadini, aumentando i costi e rallentando lo sterminio delle cabine. E così a fine 2013 il loro numero dovrebbe ridursi a circa 82.000 dalle 130.000 del 2008. Quella struttura, superata dal più pratico telefonino, rappresentava l’emblema di un servizio a disposizione di tutti mentre oggi evidenzia un’Italia che si ritrae, una tutela minima che viene meno.
La cabina telefonica era, inoltre, il frutto di una società pubblica, la mitica Sip, che ha permesso al nostro paese di dotarsi della rete telefonica, migliaia di cavi telefonici che costituiscono un bene pubblico oggi a rischio di svendita. Quella società garantiva che a un guasto telefonico corrispondesse un operaio specializzato oggi sostituito, invece, da un call center raramente collocato in Italia.
Il cittadino che si aggira nelle strade alla ricerca dello Stato, della “cosa pubblica” si trova sempre più solo. Quando non si viene “privati” del “pubblico” si resta senza protezione. E questo avviene dalla nascita alla morte, dai servizi per i bambini a quelli per gli anziani.
Se il nostro cittadino si fosse recato a Parma, durante lo “tsunami tour” di Beppe Grillo, probabilmente si sarebbe unito a quel centinaio di genitori che hanno accolto l’ex comico genovese al grido di: “Asili e materne, tariffe alle stelle”. La giunta guidata dal “grillino” Pizzarotti infatti, dovendo fare i conti con un’amministrazione sull’orlo del fallimento, ha dovuto aumentare le tariffe degli asili nido e materne. Anche Parma, città leader del cambiamento, si è dovuta allineare a una tendenza generale.
Bambini senza asilo
Secondo Cittadinanza attiva, l’associazione di difesa dei diritti dei consumatori, la spesa che gli italiani devono sobbarcarsi per garantirsi questo servizio è giunta ormai in media a 300 euro mensili. Ma il servizio pubblico è presente solo nel 17% dei comuni italiani. Inserire i propri figli in un asilo nido, per i genitori italiani, è una delle imprese più disperate. La regione con più strutture è la Lombardia con 27 mila posti disponibili ma la popolazione di riferimento, i bambini tra zero e tre anni, è di circa 280 mila unità. L’Emilia Romagna ha meno posti, 23.463, che però servono 130 mila bambini. Il Molise, ultimo in classifica, ha solo sei asili disponibili per un potenziale di 14 mila utenti. Secondo le analisi del Ministero degli Interni, relative al 2006, il 23% dei richiedenti rimane mediamente in attesa. Il dato sale al 40% in Campania e al 34% nel Lazio. In media la copertura nazionale del servizio è del 6% con il massimo in Emilia e il minimo in Puglia, Calabria e Campania. Una volta i farmaci “li passava la mutua”. Era così che veniva definito, a livello popolare, il sistema di servizio sanitario pubblico. Fino all’inizio degli anni 90 i margini di gratutità erano molto ampi ma poi, tra il 1992 e il 1996, venne ideata la classificazione a fasce: A, B e C con la prima completamente a carico del Servizio Sanitario Nazionale e la terza completamente a carico del cittadino. Nel 2003 viene introdotta la classificazione “essenziale e non” con la semplificazione a due sole classi, A e C. I costi aumentano ancora.Entrare in farmacia equivale a entrare in una gioielleria anche perché, come spiegano le note degli “informatori scientifici”, vale a dire i rappresentanti delle case farmaceutiche, “i prezzi (dei farmaci) devono essere sufficientemente remunerativi per permettere alle aziende di creare profitti da reinvestire”.
I dati evidenziati dall’Osservatorio nazionale sull’impiego dei medicinali sono lampanti. Tra il 1985 e il 2012 la spesa farmaceutica privata, quella non coperta dal Ssn, è passata da 2 a 5,7 miliardi di euro. La compartecipazione dei cittadini alla spesa sanitaria pubblica, lo scorso anno, ha oltrepassato il miliardo dai 468 milioni del 2008. Secondo Cittadinanza attiva-Tribunale per i diritti del malato, la spesa media annuale per l’acquisto di farmaci necessari a un malato cronico e non rimborsati dal Servizio nazionale è stimata attorno a 1.227 euro e quella per l’acquisto di parafarmaci è in media di 1.297 euro .
Un cittadino che dalla farmacia voglia recarsi in ospedale sa bene che il taglio dei posti letto rende meno probabile un ricovero e molto più lunga l’attesa nei Pronto soccorso. Di parti impossibili o guardie mediche introvabili ci occupiamo negli altri articoli di questo numero. Così come della chiusura progressiva degli uffici postali, una volta avamposto, insieme alla Chiesa e ai Carabinieri, della presenza pubblica in qualsiasi angolo d’Italia. Lo scorso anno le Poste Spa hanno presentato il piano per sopprimere 1.156 sportelli e per altri 638 è stato ridotto l’orario o il giorno di apertura.
L’abbandono, da parte dello Stato di postazioni strategiche dell’economia è un processo che data dai primi anni 90.
La vendita delle banche (Bci, Imi), delle assicurazioni (Ina), la definitiva dismissione dell’Iri e poi di quote crescenti dell’Eni o di Enel (di cui lo Stato è ancora l’azionista di maggioranza) portano i nomi dei governi Amato, Ciampi e Prodi, autore, insieme a D’Alema, della vendita Telecom.
Ma le privatizzazioni continuano anche negli anni 2000, come ricorda in un’accurata ricostruzione Marco Bersani, fondatore di Attac e esponente del Forum dell’acqua pubblica in un libro di prossima pubblicazione, Catastroika. Nel 2003, con il governo Berlusconi, viene trasformata la Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni, vengono vendute altre tranche di Eni e Enel, ma anche Terna e la telefonica Wind.
Si passa poi alle privatizzazioni dei servizi pubblici locali: acqua, gas, rifiuti. Si formano società di multi utility come Iride (Torino e Genova), A2A (Milano e Brescia), Hera in Emilia Romagna. L’unica privatizzazione a essere bloccata è quella dell’acqua, bocciata dal referendum vittorioso del 2011 anche se i governi Berlusconi e Monti hanno cercato, e cercano ancora, di aggirare l’esito di quella consultazione. Le privatizzazioni hanno reso molto, circa 150 miliardi. Una cifra importante ma, rileva ancora Bersani, “se paragonata con i successivi valori borsistici delle società privatizzate, come confermato dall’analisi della Corte dei Conti (delibera del 19 dicembre 2012), si rivelano una sorta di “saldi di fine stagione”.
Una ritirata strategica
Sono stati privatizzati beni essenziali, come l’acqua, appunto. Ma nemmeno la morte è rimasta al sicuro. Secondo l’Associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori (Adoc) il prezzo medio di un funerale è arrivato a 5.600 euro, tra feretro, carro funebre, certificato di decesso, personale d’assistenza, annunci mortuari, corone di fiori, cerimonia in chiesa, tassa di tumulazione, lapide e concessione del loculo al cimitero. L’aumento tra il 2001 e il 2011 è stato del 53,6% e se è il Comune a organizzare l’evento il costo può scendere del 30%. Ma se il nostro cittadino abita a Martinsicuro, il prezzo della propria morte passa da 1032 a 1950 euro in un anno, quasi il doppio. “L’amministrazione dice che bisognava adeguare i costi ai tempi e adeguarsi ai prezzi delle realtà circostanti” denunciava lo scorso anno il Pd locale. Anche lasciare questo mondo diventa più difficile.