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 2013  aprile 08 Lunedì calendario


MARINI, IL «LUPO GRIGIO» DELLA SINISTRA

Poiché nella lizza del Quiri­nale è entrato anche Fran­co Marini, significa che si sta raschiando il fondo del barile. Marini è un’ottima persona ma scialbo da matti. Domani 9 apri­le, guarda caso, compie ot­tant’anni. L’occasione per fare un bilancio.
A saltare all’occhio, è che per tutto questo tempo non ha avuto un guizzo o un’idea che sia rima­sta nella memoria, nonostante il carrierone che ha alle spalle. Ne­gli anni Ottanta, fu una potenza sindacale come segretario gene­rale della Cisl e vent’anni dopo, dal 2006 al 2008, è stato addirittu­ra presidente del Senato, secon­da carica dello Stato in quota Pd. Ecco spiegato perché oggi circo­la il suo nome per il Colle: è nel gi­ro dei soliti vetusti di sinistra- Pro­di, Amato, D’Alema &soci-che a ogni scadenza rispuntano per accaparrarsi la poltrona appena li­berata. Pare che Franco piaccia anche a Berlusconi al quale, pe­raltro, va a genio perfino D’Ale­ma. È pazzesco, direte. Esatto. Ma sono tempi in cui il centrode­stra, incapace com’è di proporre gente sua, si accontenta dei me­no tremendi tra gli scarti altrui.
Marini non è mai stato antiber­lusconiano arrabbiato. Del Cav ha detto: «Nel 1994 ha dimostrato grande coraggio. Pochi avreb­bero avuto la forza di fare quello che fece lui allora». Ossia, metter­si contro i comunisti. Sulle trap­pole giudiziarie ha osservato: «Che contro di lui ci sia una pres­sione fortissima si vede a occhio nudo». Onesto e banale: la vera natura del Nostro. Mancandogli il genio, di Mari­ni hanno colpito le bagattelle. In primo luogo, il sigaro e la pipa. Dopo lungo studio e qualche fre­quentazione, sono giunto a que­ste conclusioni. Il sigaro lo inalbe­ra in occasioni minori, dalle inter­viste alle riunioni ristrette. Più che altro, è una posa. Infatti non lo fuma, non lo mastica, non lo punta. Si limita a palparlo come un amuleto, tipo cornetto. La pi­pa, invece, è riservata alle apparizioni tv e, come il sigaro, non l’ac­cende. Si può dunque conclude­re che Marini sia un non fumato­re, dandosi però l’aria di esserlo. Forse, dubitando della propria personalità, se ne attribuisce una fittizia come molti insicuri si trin­cerano dietro barba e mustacchi.
La seconda cosa che si è notata di Marini - una terza non c’è - è l’epiteto di «lupo marsicano». Marsicano sta per abruzzese, es­sendo nato a San Pio delle Camere, patria dello zafferano, sull’al­topiano del Gran Sasso. Primo di quattro figli di primo letto di Lore­to, operaio della Snia Viscosa di Rieti, Franco, orfano a undici an­ni della mamma, ebbe altri tre fra­telli dalle seconde nozze del bab­bo. Crebbe in parrocchia, si iscris­se all’Azione cattolica, fu nelle Acli. Frequentò il liceo e si laureò in Legge. Entrò quindi nella Cisl e contemporaneamente nella cor­rente della sinistra dc di Forze Nuove, guidata da Carlo Donat Cattin. È qui che al marsicano si aggiunse l’attributo di lupo, il si­lenzioso predatore delle sue montagne. Una definizione che Marini si è meritato per la dete­r­minazione con cui ha fat­to salsicce di chiunque po­tesse ostacolar­lo. Il primo ad accorgersi che fosse un trita­sassi fu Giusep­pe, il taciturno autista di Do­nat Cattin, che un giorno aprì bocca solo per dir­gli: «Onorevole, Marini è uno che uccide col silenziatore».Donat ri­flettè un istante, poi disse: «Giu­seppe, hai ragione», e si appro­priò il giudizio diffondendolo ai quattro venti.
Nella Cisl, il suo rivale era Enzo Scotti. Fu il primo a essere silen­ziato dal lupo marsicano che, fa­cendogli intorno terra bruciata, lo costrinse a lasciare il sindacato per darsi alla politica nella Dc. A Scotti, però, andò bene perché fu più volte ministro (e sottosegretario nell’ultimo governo Berlusco­ni). Negli anni Ottanta, quando a capo della Cisl c’era Pierre Carni­ti, Marini ne divenne il vice.
Appena Pierre, con tutti gli altri capi sindacali, subì la sconfitta al­la Fiat con la marcia torinese dei quarantamila colletti bianchi, Marini se lo lavorò ai fianchi fin­ché l’altro, esausto, si ritirò a vita privata, lasciandogli la guida del­la Cisl. Fatta la seconda vittima, si godette la cadrega per sei anni (1985-1991), per poi passare defi­nitivamente alla politica dopo la morte di Donat Cattin. Anche qui, per subentrargli, dovette eli­minare il suo unico concorrente, Sandro Fontana, da decenni fe­delissimo donatcattiniano. Fu la vedova, signora Amalia, a essere decisiva, schierandosi con lui.
Dopo Tangentopoli, che tra­volse la Dc e insieme Forze Nuo­ve, si trasferì nel Ppi, che dello scudocrociato fu la pallida reincar­nazione. Nel giro di qualche anno, tra il 1994 e il 1997, lo troviamo a fian­co di tutti gli esangui segretari po­polari - Martinazzoli, Buttiglio­ne, Bianco- col solo intento di so­stituirli. Fu amico di tutti e tre, li accompagnò nel dimenticatoio, e ne occupò il posto. Nei due an­ni in cui gover­nò il Ppi, portò il partito al minimo storico ­-quattro per cento- per poi consegnarlo a Pierluigi Casta­gnetti, che lo seppellì. Tra­slocò nella Margherita a fianco di Prodi e poi nel Pd.
La prima decade del nuovo mil­lennio è stata il suo momento d’oro. Ha fatto anche una capati­na a Strasburgo come europarla­mentare prima di salire al trono di Palazzo Madama, nel biennio dell’ultimo governo Prodi. Co­me presidente d’Aula non è stato un granché. Mancava di polso e i senatori ne profittavano per fare baccano. Una volta che il gover­no Prodi andò sotto, quelli di An stapparono in Aula dello champagne. Pum,pum.«Non siamo al­l’osteria», urlò Marini. Un inter­vento senza pepe che moltiplicò la confusione facendo degenera­re memorabilmente la seduta.
Gli è sempre mancata la battu­ta che stempera i malumori, di cui furono maestri Fanfani e, per quanto appaia strano, Scalfaro. Se con lui si sorrideva, era per umorismo involontario. Un giorno, durante uno di quei dibattiti perdigiorno, chiese la parola l’al­lora ottantenne Alfredo Biondi, portabandiera liberale di Fi e im­battibile uomo di spirito. «Solo due minuti- si raccomandò Marini-. E sia rigido». «Di rigido alla mia età c’è poco», replicò Biondi allusivo, suscitando spancia­menti collettivi. «Però, con un po’ di impegno ci può riuscire», replicò Marini provocando un boccaccesco marasma senato­rio che mandò la seduta a ramen­go.
Dal 1992 al febbraio di que­st’anno, Marini è stato sempre rieletto (quattro legislature alla Camera, due al Senato). A giorni, incasserà la liquidazione di 174mila euro.
Nella lunga carriera, non è in­cappato in incidenti gravi. Il più notevole-un lustro fa-la polemi­ca sull’acquisto a prezzi straccia­ti (un terzo meno del suo valore di mercato) del suo appartamen­to- piazza d’armi (14 stanze) nel quartiere chic dei Parioli. Fran­co, come suole, accusò la stampa di malafede. È tutto. Ce lo vedete il marsica­no al Quirinale?