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 2013  aprile 08 Lunedì calendario


MANTOVANI CONTRO IMMIGRATI “RIDATECI IL NOSTRO LAVORO”


E IL Mincio mormorò: non passa lo straniero. «Chiamano i braccianti dall’estero e i nostri disoccupati non sanno dove sbattere la testa. Non è vero che gli italiani non vogliono lavorare in campagna».

«NON accettano paghe da schiavi, come sono costretti a fare i romeni, i moldavi, i marocchini che arrivano qui con le quote del decreto flussi e poi sono cacciati dai campi da certe cooperative che crescono come funghi e pagano i loro operai dai 2,5 ai 5 euro all’ora. Proviamo ad applicare il contratto, 8,58 euro lordi all’ora, e vedrete quanti italiani si metteranno in fila per piantare meloni, angurie e zucche». Voci arrabbiate che non arrivano da una sede della Lega Nord ma da una sala riunioni della Cgil, una volta tanto alleata con la Cisl. «Nel 2012 abbiamo perso il 30% nel settore manifatturiero. Solo a Mantova i licenziamenti sono stati 2.692, il massimo storico. L’Inps ha ricevuto 14.415 domande di disoccupazione…».
Qui nel mantovano nel gennaio 1901 nacque la prima Federazione dei Lavoratori della Terra. Oggi gli eredi di quel sindacato raccontano che, per ridare dignità al lavoro nelle campagne — e salari alle famiglie di italiani licenziati o in mobilità — bisogna fermare le «quote di ingresso per lavoratori stagionali». «Ormai è accertato — dicono Claudia Miloni e Lorella Madaschi della Cgil e Vittorino Marinoni dell’Anolf Cisl — che sono una truffa. Servono soltanto a scatenare una guerra fra disperati arrivati da lontano. Si chiamano in Italia molte persone e poi si fanno lavorare solo quelle che costano meno. Di braccia a disposizione l’agricoltura ne ha più del necessario. Ci sono i braccianti stranieri stabilizzati, quelli che dopo avere lavorato per tre anni nelle quote hanno un permesso permanente. Ci sono soprattutto gli iscritti alle liste di collocamento, italiani che cercano un posto dopo essere stati cacciati dalle fabbriche».
Dopo la mobilità, quando viene a mancare anche l’ultimo assegno mensile, per tante famiglie arriva la disperazione. «Quando parlo di lavoro nelle campagne — dice Vittorino Marinoni — non penso ai ventenni con diploma. Penso ai quarantenni, ai cinquantenni senza lavoro dopo essere stati venti o trent’anni in fabbrica. Gente esperta, fra l’altro, che sa manovrare le tante macchine usate oggi nell’agricoltura moderna. La crisi cambia molte cose. Uomini che mai avrebbero pensato di fare il lavoro dei loro nonni oggi in campagna potrebbero invece trovare un salario e anche la dignità. Ma con la giusta paga, non quella data ai disperati stranieri».
Cgil e Cisl hanno scritto al ministero del Lavoro e delle Politiche sociali per chiedere il blocco o almeno la riduzione delle quote, che l’anno scorso erano 1.500 e avevano portato a Mantova 815 braccianti extracomunitari. Il sottosegretario Maria Cecilia Guerra ha risposto che le quote 2013 già sono state tagliate a 240, anche per «ridurre gli abusi che caratterizzano da molto tempo l’inoltro delle domande da parte delle imprese e la scarsa rispondenza che si è verificata tra il numero dei nulla osta rilasciati dagli sportelli unici e la successiva sottoscrizione di rapporti di lavoro effettivi ».
«I numeri — confermano i sindacalisti Cgil e Cisl — confermano la truffa. Nel 2012 sono state presentate 1.544 domande per le 1.500 quote assegnate. La Direzione provinciale del Lavoro ha dato 815 pareri positivi — e dunque sono arrivati 815 braccianti — ma i nulla osta sono stati 236 e solo 82 i contratti effettivamente firmati. Le cause? Una normativa molto farraginosa che fa passare seisette mesi fra la domanda e il nulla osta, e le speculazioni. Ci sono aziende oneste, che assicurano lavoro e alloggio decente, e ci sono i delinquenti». Il 1° marzo scorso ventuno persone sono state condannate a pene fino a quattro anni e mezzo e a sette milioni complessivi di multa con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina. Fra loro anche agricoltori che si facevano pagare fino a sei-settemila euro per una finta assunzione nei campi.
«Se qualcuno in passato ha speculato sul fenomeno dei flussi di lavoratori stagionali — ha dichiarato Daniele Sfulcini, direttore di Confagricoltura, alla Gazzetta di Mantova — ci spiace, ma l’atteggiamento scorretto di una ristretta minoranza non deve penalizzare chi lavora onestamente». Nella saletta della Cgil arrivano sette braccianti marocchini per nulla convinti che si tratti di «una ristretta minoranza». «Tutti noi abbiamo pagato per arrivare in Italia. Per farci arrivare qui il mediatore dava 1.000 euro all’imprenditore che presentava la domanda delle quote e poi ne chiedeva quattromila a noi. Dieci braccianti portati dal Marocco, trentamila di guadagno. Ma in questi anni noi ci siamo sistemati, abbiamo chiamato le famiglie. E adesso siamo senza lavoro, perché sono arrivate le cooperative di romeni, moldavi e marocchini che offrono manodopera a prezzi stracciati. C’è una certa M., moldava, che ha portato 200 braccianti. Guadagna 2 euro per ogni ora lavorata da ognuno dei suoi uomini».
Chi vuol continuare a lavorare, deve pagarsi l’Irpef sulla propria busta paga. C’è chi incassa l’assegno mensile in banca e poi ne restituisce una parte in contanti al datore di lavoro. Ci sono registrazioni di minacce e insulti a chi chiede il rispetto delle regole. «E c’è ancora chi si arrabbia — dice Vittorino Marinoni — quando io dico che pezzi del nostro mantovano sono diventati la Rosarno del Nord».