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 2013  aprile 08 Lunedì calendario


NELLE CABINE LA VOCE DEL PASSATO

Venti anni fa, New York viveva i momenti cruciali della sua trasformazione: si lasciava dietro gli anni da Far West del crack, dei 2 mila omicidi all’anno, dell’esplosione dell’aids, dei tumulti fra polizia e senzatetto, e si avviava a essere la scintillante metropoli dove ricchezze e lussi sono diventati di casa. Oggi che la classe media quasi non può più permettersi di vivere a Manhattan, e che l’isola è un cantiere continuo in cui si abbattono vecchie costruzioni per costruire nuovi palazzi esclusivi e costosissimi, molti non nascondono una certa malinconia. E la nuova mostra al New Museum fa leva proprio su questo sentimento: il Museo, da pochi anni inaugurato sulla Bowery, un’arteria che una volta era sinonimo di povertà e degrado, usa i suoi spazi ariosi per ricostruire l’incrocio di politica, cultura popolare e arte che in quell’anno fu così vivace. Nel palazzo bianco disegnato dagli architetti giapponesi Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa sono stati raccolti artisti noti e meno noti di quel periodo, opere d’arte famose e altre poco conosciute create nel 1993.
Il Museo si è anche appoggiato a una società pubblicitaria, la Droga5, per allargare a tutti i cittadini di Manhattan il suo viaggio nei ricordi. E per coinvolgerli è stato usato uno strumento la cui semplice esistenza ci rimanda a un tempo passato: le cabine telefoniche. Ce ne sono rimaste circa 5 mila nell’isola di Manhattan, e oggi sono trasformate in capsule del tempo.
I RICORDI
Chi solleva la cornetta e digita il numero 1-855-367-1993 sentirà una voce che gli descriverà quel particolare quartiere com’era venti anni fa. Alcune sono voci note, altri sono comuni cittadini, anziani o giovani, ma tutti raccontano i loro ricordi. Robin Byrd, reginetta oramai appassita del porno, ricorda quando la Quarantaduesima strada e Times Square erano la capitale delle luci rosse: «C’erano spogliarelliste e cinema spinti dappertutto. Era una bella epoca. E non era così pericoloso come si credeva: almeno un barbone si e uno no era un poliziotto!». Al Meatpacking District, dove una volta c’erano i macelli e i bui marciapiedi erano popolati dalla prostituzione gay, oggi ci sono ristoranti di lusso, condomini esclusivi e il popolarissimo parco sopraelevato High Line (costruito dove c’era prima una ferrovia), e il bottegaio Dave Ortiz ricorda: «Vent’anni fa? Uuhh! C’erano pezzi di carne a marcire a ogni pie’ sospinto. Non sapete la puzza. Non sapete i topi! Erano grandi come gatti!». Al Greenwich Village, dove una volta sorgeva l’ospedale St. Vincent, abbattuto nel 2012 per far posto a condomini di lusso, la voce di suor Miriam Kevin è sommessa nel ricordare: «Eravamo ancora nel pieno della crisi dell’Aids, anche se cominciavamo a controllarne il dilagare. Furono i momenti più brutti, ma anche quelli in cui si vedeva la luce alla fine del tunnel».
LA TRASFORMAZIONE
Quasi ogni quartiere di New York ha subito una trasformazione in questi venti anni. Dopotutto questa è una città che abbatte e ricostruisce a una velocità sconosciuta altrove. È vero che alcuni luoghi sacri vengono preservati in quanto patrimonio nazionale, ma per il resto non c’è nulla che tenga davanti al potere finanziario, alla necessità di creare nuove unità abitative, possibilmente costose. E gli stessi ideatori del progetto “capsule del tempo” non sono così sicuri che la New York che ne è venuta fuori sia tanto meglio: «Non sono certo che una città più pulita sia necessariamente una città con più carattere» confessa Ray del Savio, co-fondatore dell’agenzia pubblicitaria Droga5.