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 2013  aprile 08 Lunedì calendario


ITALIA, QUELL’ALTERNANZA TRADITA

Mentre osserviamo con un misto di angoscia e sgomento lo spettacolo di una «legislatura nata morta, o votata a morte prematura», come quella appena inaugurata, risulta quanto mai istruttivo andare indietro con la mente alla situazione che avevamo di fronte esattamente cinque anni fa, subito dopo il voto dell’aprile 2008. Ci propone di farlo Michele Ainis, nell’introduzione del suo libro Romanzo nazionale, in uscita domani per l’editore Dalai. Il risultato è contraddittorio, quasi sconcertante. Da una parte abbiamo l’impressione che sia passato un secolo, tanto le cose sembrano mutate. Dall’altra però, sotto la superficie, si avverte il peso di una continuità paralizzante, che sta portando il Paese a fondo.
Esaminiamo con l’aiuto di Ainis il primo aspetto. Le elezioni che aprirono la scorsa legislatura parvero la consacrazione del bipolarismo e del meccanismo di alternanza al potere. Alla coalizione di centrosinistra ne subentrava al governo una di centrodestra, attraverso il voto dei cittadini: lo stesso era avvenuto nel 2001, mentre la situazione inversa si era verificata nel 2006. Ma, rispetto alle consultazioni precedenti, il panorama si era nettamente semplificato, perché i Ds e la Margherita si erano unificati nel Pd, mentre Forza Italia e An si erano fusi nel Pdl. I due maggiori partiti, sommati insieme, erano intorno al 70 per cento dei suffragi, un po’ come avveniva alla Dc e al Pci nei tempi che furono.
Lo schieramento vittorioso, guidato da Silvio Berlusconi e comprendente anche la Lega, aveva un’ampia maggioranza in Parlamento e appariva nelle condizioni di attuare con comodo il proprio programma, per farsi giudicare dagli elettori al termine della legislatura. Poi arrivò a guastare le feste la crisi finanziaria mondiale, dei cui drammatici riflessi in Italia venne peraltro a lungo negata l’importanza, se non l’esistenza stessa. Ma se l’impatto della recessione è stato così devastante, è anche per via di vizi pregressi e tuttora operanti.
Qui veniamo al secondo aspetto, su cui Ainis ci fa da guida con la competenza del suo mestiere di giurista e con la chiarezza di esposizione della sua prosa. Il libro è una sorta di cronistoria anno per anno, dal 2008 al 2013, nella quale l’autore ha fuso, riadattato e aggiornato i suoi interventi di editorialista comparsi sulla «Stampa», sul «Sole 24 Ore», sull’«Espresso», sul «Corriere della Sera». Non è difficile accorgersi, sin dalle prime battute, che i germi dello sfacelo attuale covavano, anzi già proliferavano, sotto l’apparenza di una funzionante democrazia dell’alternanza.
Già allora si stava passando «dalla separazione alla disgregazione dei poteri», con un falso federalismo che moltiplicava al tempo stesso le spese e i conflitti di competenza, mentre le Camere venivano espropriate dall’uso sistematico della questione di fiducia, una spirale per cui «i parlamentari non votano più misure normative, bensì continue dichiarazioni d’amore verso la carovana dei ministri». Senza contare la conflittualità crescente tra potere politico e magistratura, nella quale si è trovata spesso coinvolta anche la Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi circa la legittimità di leggi confezionate su misura per rimediare ai guai giudiziari dei potenti.
Nel frattempo però si sviluppava una politica della sicurezza fondata sul ricorso ossessivo alla legislazione penale, con il risultato di intasare ancor più carceri già sovraffollate e rendere insopportabile la condizione dei detenuti. Senza contare che i troppi divieti, nei fatti inapplicabili e quasi inapplicati, mettono il cittadino in balia dell’arbitrio di chi ha comunque la potestà di farli valere: «La repressione di massa — scrive giustamente Ainis — trasforma giocoforza il potere dell’autorità in capriccio».
Mentre i governanti cercavano diversivi da dare in pasto all’opinione pubblica, sconcertata e indignata anche per i ricorrenti episodi di malcostume e ruberie, la congiuntura internazionale si faceva sempre più cupa, fino a mettere in discussione l’esistenza stessa dell’euro, con l’Italia nel bel mezzo della bufera. Così la maggioranza uscita dalle urne — fino allora sopravvissuta alle sue fratture interne solo con il soccorso di parlamentari eletti nelle file dell’opposizione — ha gettato la spugna ed è iniziata la difficile esperienza del governo Monti, sul quale i partiti hanno scelto di scaricare, nota Ainis, «i costi politici delle decisioni» (sempre dolorose, spesso discutibili) che s’imponevano (anzi ci venivano imposte dall’Unione Europea) per scongiurare la bancarotta.
Nel frattempo la composita maggioranza su cui si reggeva il governo «tecnico» non faceva nulla per tagliare i costi della politica (si pensi a come è sfumata l’ipotesi di ridurre le province) e non riusciva neppure a riformare una legge elettorale da tutti (a parole) giudicata pessima. Anche il tentativo di togliere di mezzo il cosiddetto «Porcellum» per via referendaria è andato a vuoto, poiché la consultazione è stata dichiarata inammissibile dalla Corte costituzionale, alla quale nell’occasione, osserva Ainis, «è mancato qualche grammo di coraggio». Se la scelta di bocciare il referendum va considerata coerente con i precedenti in materia, osserva l’autore, tuttavia la Corte avrebbe potuto nel contempo dichiarare incostituzionale la legge elettorale vigente, in modo da costringere il Parlamento a intervenire.
Così non è stato e i risultati si vedono, tanto che ora il più urgente obiettivo da porsi, prima di un probabile ritorno alle urne in tempi brevi, sembra proprio l’approvazione di un’incisiva riforma elettorale. Ma quale? Forse non basta adottare un sistema «che scoraggi la frammentazione», come suggerisce Ainis. Di certo è difficile dissentire dall’autore quando, giunto al termine della sua lucida disamina tra le macerie del sistema politico e istituzionale italiano, usa espressioni come «terra bruciata» o «incubo a occhi aperti». Non è catastrofismo, ma consapevolezza di un’emergenza che troppi esponenti della classe dirigente sembrano colpevolmente sottovalutare.
Antonio Carioti