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 2013  aprile 08 Lunedì calendario


1950, GLI ITALIANI ALLA GUERRA DI COREA

«Ma che ci importa della Corea!». Questo si sentirebbe rispondere chiunque volesse aprire oggi, in Italia, un discorso su quanto sta accadendo in quella lontana nazione. Eppure, il riverbero di ciò che succede in quella penisola si proietta, da tempo, ben oltre i suoi confini.
Accadde così in quel lontano 25 giugno 1950, quando la Corea del Nord attaccò quella del Sud, sfondando la linea di quel 38° parallelo con cui le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale l’avevano divisa. Fu la prima prova, sul campo, della guerra fredda. Un anno prima l’Urss aveva fatto brillare la sua atomica in risposta a quelle americane del ’45. E già Truman annunciava la bomba H, in una corsa al sorpasso che avrebbe segnato il secolo.
Le avrebbero usate nella circostanza? Il seguito degli eventi disse di no e, dopo tre anni di inutili scontri, tutto tornò come prima. Ma si capì che il tempo delle guerre convenzionali non era finito, anche se ora sarebbero state tutte «sorvegliate» da Washington e da Mosca (con qualche interferenza laterale della nuova Cina di Mao), parte di un duello politico ideologico che non avrebbe trascurato nessun punto del pianeta, per quanto marginale potesse sembrare. Di conseguenza, il mondo cominciò a dividersi su responsabilità e soluzioni.
L’Italia, ad esempio, si infiammò. Reduci dalla batosta elettorale del ’48, i comunisti vestiti da «Partigiani della pace» si riversarono nelle piazze, denunciando ovviamente l’arroganza americana e le colpe di un governo che si mostrava affetto da «cupidigia di servilismo». Qualche gruppo cattolico li seguì e il Parlamento occupò intere giornate in uno scontro dialettico di straordinaria intensità.
Fu in questo clima che la guerra di Corea innescò una miccia tutta italiana, destinata a scoppiare anni dopo e che allora ebbe come artificieri i senatori Jacini e Pastore. Il primo, democristiano, si lanciò in fosche previsioni: non bisognava guardare a quella guerra in sé, ma al pericolo di veder «scaraventare contro l’Europa occidentale l’orda tartara dei cinosoPaesi». Di qui, la necessità di muoversi «all’infuori della valutazione etica del nostro atteggiamento. È giusto che noi ci difendiamo contro un esercito interno che minaccia di unirsi a una eventuale invasione da fuori». Apriti cielo! Il comunista Pastore cadde nella trappola. Se l’Urss avesse davvero invaso l’Italia – obiettò - una successiva campagna di liberazione americana sarebbe fallita perché «gli operai, i contadini e il popolo avrebbero gettato a mare coloro che sarebbero i liberatori della borghesia e non i liberatori delle classi popolari». Al che, il generale Cadorna, già responsabile militare della Resistenza e ultimo erede di una grande dinastia, rosso e tremante d’ira, si sarebbe alzato per gridare che allora si sarebbe visto se si era «italiani o rinnegati».
Nacque di qui «Gladio»? Diciamo che la guerra di Corea, chiusa nel ’53, ne fu l’incubatoio perfetto. E poiché il protocollo d’intesa tra i servizi segreti italiani e statunitensi fa cenno, nel ’56, a precedenti e reiterati contatti, non siamo lontani dal vero nel collocare, proprio nella scia dei dibattiti sulla guerra coreana, la spinta decisiva a forme organizzate di difesa anticomunista interna.
Ma gli effetti sulla geopolitica mondiale di quel conflitto marginale furono anche più rilevanti, perché la Corea impresse una accelerazione formidabile al più incredibile revirement della storia contemporea.
I piani di «umiliazione» della Germania e del Giappone, ad esempio, furono di colpo accantonati. La punizione prevista per entrambi era stata severissima: azzeramento di ogni organizzazione militare; industrializzazione limitata; riduzione di quei territori a poco più di «colonie agricole» Così si era pensato di devitalizzare i loro spiriti guerrieri. Ma ora proprio quegli Stati diventavano il cardine della strategia di contenimento anticomunista. Così, dopo gli anni della più dura amministrazione americana, il Giappone fu riconvertito nella più moderna nazione asiatica. E la Germania federale fu aiutata a diventare un modello di società alternativo a quello della Germania comunista. Persino il tabù del riarmo tedesco fu abilmente aggirato.
Quanto all’Italia, sede del più grande partito comunista occidentale, fu spinta a quella rivoluzione economica che l’avrebbe portata al quinto posto tra le nazioni industriali del mondo. La sorte insomma finì per essere, in proporzione, più magnanima per i vinti che per i vincitori. Con buona pace dei morti e dei combattenti che, per la vittoria, avevano rischiato la vita.
Ma oggi, quali novità ci porta la Corea?
Il 19 marzo, un attacco informatico da Nord ha paralizzato centri nevralgici della Corea del Sud con modalità che le norme internazionali equiparano a una dichiarazione di guerra. E si piazzano missili a lunga gittata contro l’America con dichiarata volontà offensiva. Forse è un bluff, ma non tale da lasciare indifferenti Russia, Cina e Usa che, da sempre divisi, stanno ora convergendo per evitare che una «nuova Monaco» permetta a Stati come Corea e Iran di usare tecnologia informatica e missili con futura testata atomica per i loro fini.
Come andrà a finire non sappiamo. Anche in questo caso la «razionalità della storia» produrrà effetti non razionalmente prevedibili. Ma certo, tra una cinquantina d’anni, gli storici, occupandosi di noi, torneranno fatalmente a parlare di Corea.