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 2013  marzo 24 Domenica calendario


I MIEI LIBRI, COSÌ LIBERI E INUTILI

La pubblicazione del mio nuovo catalogo che porta la data 1952-1983, comprendente tutti i titoli disponibili ma non quelli esauriti, che in trent’anni sono per forza tanti (faccio anche tanti regali perché amo sparpagliare al vento i miei piccoli libri colorati) mi ha suggerito alcuni "paradossi" editoriali.
Il primo lo devo al "Grande Amico" Giacomo Noventa, un maestro clandestino della poesia e della cultura del nostro secolo: «L’ideale di Vanni Scheiwiller è quello di stampare un libro piccolissimo, con le pagine tutte bianche». Un omaggio a Mallarmé, sì, ma anche al programma di non annoiare il prossimo con libri troppo pesanti. E ancora un’ammonizione per gli italiani, che essendo un popolo di cinquantasei milioni di abitanti si ritrovano con circa cento milioni di poeti, dovendo tener conto doverosamente degli pseudonimi.
Un popolo dunque di poeti, di santi, di eroi, di zie, di nipoti, dove l’opinione pubblica è il senno di poi (Leo Longanesi), dove si è soliti correre in aiuto del vincitore (Bruno Barilli), dove tutti scrivono, scrivono, scrivono e pretendono di pubblicare: ma nessuno legge.
C’è chi sostiene che nel mio catalogo ci sono più collane che libri: è infatti la disperazione dei librai ma per festeggiare le mie nozze d’oro coi libri, nel 2001 (ho iniziato diciassettenne alla fine del 1951) conto di pubblicare il Catalogo dei libri che non ho pubblicato, delle occasioni mancate, delle speranze tradite: sarà un catalogo bellissimo, tutto di libri bellissimi, senza paragone con quanto ho saputo realizzare.
Eppure è cominciato quasi per gioco, nel 1951, io liceale aspirante giocatore di tennis: mio padre Giovanni Scheiwiller, figlio di quel Giovanni che fu tra i primi collaboratori del grande Ulrico Hoepli, venendo verso il 1880 a Milano dal Cantone di San Gallo era allora direttore della Hoepli, e stanco e sfiduciato della sua piccola casa editrice del sabato e della domenica (Passatempo 1925-1944 aveva intitolato un suo cataloghino) mi chiese a bruciapelo se volevo continuare io: «Sì, papà». Il tennis perse un mediocre giocatore e l’editoria italiana si guadagnò il suo editore "inutile", di libri e microlibri, non tascabili ma taschinabili. I primi furono opera di mio padre e sono del 1925, quando si trattava di un’editoria d’eccezione.
Il formato ridotto dei volumi era una reazione a tutta la retorica che si era dovuta subire in quegli anni. Per aiutare gli artisti mio padre, genero dello scultore Adolfo Wildt, dava così inizio a una collana piuttosto fortunata, quella dell’Arte Moderna Italiana.
Dal 1925 al 1950 la collana ebbe cinquanta numeri e numerose ristampe (oggi siamo al n. 93) e forse quasi tutti i più importanti pittori e scultori italiani sono passati allora attraverso questa collezione: da Tosi a Bernasconi, a Modigliani, Casorati, Morandi, da Marino Marini a Manzù, De Fiori, Messina, da Martini a Carrà, a De Chirico fino a Birolli.
Praticamente Giovanni Scheiwiller stampava per suo hobby, lavorando il sabato e la domenica e nelle ore libere dopo l’ufficio. Pochi anni dopo iniziava la collana Arte Moderna Straniera con Picasso, Matisse, Utrilloe altri ancora e in seguito vedevano la luce le pubblicazioni di poesia (1928). La celebre insegna del "Pesce d’Oro" ha un’origine conviviale: nel 1925 Giovanni Scheiwiller insieme a un gruppo di amici, tra cui Sinisgalli, Cantatore, Quasimodo, Solmi, Carrieri, Melotti, decise di iniziare una nuova collana minuscola, che prese il nome dalla trattoria toscana All’insegna del Pesce d’Oro presso la quale si riunivano.
Mio padre, si era nel 1951, mi regalò 50.000 lire e mi fece un prestito di 150.000, che gli resi puntualmente alla fine del 1952, cosa che non saprei più fare oggi. Con un capitale di 200.000 lire ho pubblicato in trent’anni circa tremila titoli. Essendo stato per anni l’editore di Ezra Pound in Italia, non credo di essermi mai dimostrato un editore usuraio, seguendo l’esempio di mio padre, che secondo il grande Ezra (1937) "decise di pubblicare letteratura, prima che il pubblico domandasse la letteratura di domani, o una letteratura che s’indirizzava a pochi lettori d’un gusto e d’una intelligenza superiori. Egli concepì un sistema che recava una perdita piccola, ma assoluta all’editore".
L’eredità di mio padre, anche politica (mio padre, antifascista, non ebbe mai la tessera e ciononostante riuscì, negli anni bui, a salvare la dignità e la libertà di ciò che pubblicava) mi permise negli anni ’50, ’6o, ’70 di polemizzare e difendere scrittori con idee diverse dalle mie: penso soprattutto al genio poetico di Ezra Pound, al genio linguistico di L.F. Céline, allo stoicismo di un Julius Evola, per i quali ho dovuto affrontare di volta in volta da una parte i neofascisti e i nostalgici, dall’altra i fascisti alla rovescia.
Un’inchiesta di Silvia Del Pozzo su "Panorama" (9 giugno 1980) presentava l’ipotesi che l’industria editoriale avesse trovato la formula per trasformare l’inchiostro in oro. Come si costruisce un libro da milioni di copie? Io mi sono sempre definito "editore da mille e non più mille". Data questa logica e questa realtà editoriale, il mio povero catalogo 1952-1983 è fuori tempo, alla ricerca, anzi al recupero del lettore che non vuol farsi condizionare, del lettore insofferente per i libri programmati, ansioso di scrittori italiani e stranieri, di artisti italiani e stranieri non inseriti nel "sistema" dell’editoria odierna, al di fuori cioè della commercializzazione.
Il mio catalogo insomma è alla ricerca del buon lettore a sua volta alla ricerca dei "libri sommersi", stanco di un’editoria plagiata (da altre industrie) che non lo considera affatto: eppure è l’utente.
Il mio lettore, a difesa di se stesso, della sua privacy nelle ore di lettura a casa sua, vuole qualcosa che sia oltre il libro che ottiene più successo in quanto capace di interpretare l’esigenza della moda (non necessariamente letteraria) e della logica industriale.
Ma anche l’editore è stanco e, spesso, sfiduciato: la mia stanchezza oggi ha più di trentanni.
Ancora oggi, nei momenti di scoramento, mi tengo aggrappato, disperatamente ma con rinnovata certezza, ad alcune pagine bellissime di un libretto a me particolarmente caro, curato dal compianto Franco Antonicelli: L’editore ideale di Piero Gobetti, da me pubblicato con tanto amore e venerazione il 16 febbraio 1966, quarantesimo anniversario della sua morte: «Ho in mente una mia figura ideale di editore. Mi ci consolo, la sera dei giorni più tumultuosi, 5, 6 per ogni settimana, dopo aver scritto 10 lettere e 20 cartoline, rivedute le terze bozze del libro del Tilgher o di Nitti, preparati gli annunci editoriali per il libraio, la circolare per il pubblico, le inserzioni per le riviste, litigato col proto che mi ha messo un errore nuovo dopo 3 correzioni, mandato via rassegnato dopo 40 minuti di discussione il tipografo che chiedeva un aumento di 10 lire per foglio, senza concederglielo; aiutato il facchino a scaricare le casse di libri arrivate troppo tardi quando ci sono solo più io ad aspettarlo, schiodata io stesso la prima cassa per vedere i primi esemplari e soffrire io solo del foglio che è sbiancato in una copia, e consolarmi che tutto il resto va bene. (...) Penso un editore come un creatore. Creatore dal nulla se egli è riuscito a dominare il problema fondamentale di qualunque industria : il giro degli affari che garantisce la moltiplicazione infinita di una sia pur piccola quantità di circolante». (...)
Queste note scriveva nel 1925 Piero Gobetti, editore coraggioso e anticonformista: nove anni prima che io nascessi, più di mezzo secolo fa. Eppure quanto attuali e brucianti ma anche quanto consolanti nei momenti di incertezza. Sono incontri, sia pur attraverso la pagina, che ti danno la forza di non mollare e allora ecco i tuoi autori, spesso morti ma più vivi dei vivi, che ti vengono attorno e ti fanno coraggio più di qualsiasi aiuto o finanziamento, tattica aziendale, contratto pluriennale, organigramma, gestione, organizzazione, input, svalutazione, obsolescenza, marketing, budget, percentuale, diagramma, scorporo, terze economie, programmazione, c.i.f., f.o.b... Tu resti, sì, da solo, sempre più da solo, con sempre nuove difficoltà ma nella tua battaglia per la buona letteratura, per la buona arte, insomma per la buona cultura, ti restano questi Grandi Amici invincibili, che non tradiscono mai e sono il vero capitale di un piccolo editore che tenta di andare avanti ancora per mezzo secolo.
Grazie a loro in trent’anni di lavoro anche un piccolo editore "inutile" (nell’accezione prezzoliniana) ha potuto costruire una piccola diga contro la massificazione della cultura, contro il conformismo della cultura di partito, ed è un tentativo, sempre perdente ma che non demorde, di fare libri (libro in latino = libero) per altri trentanni.
«Sappiamo» diceva Baudelaire «che saremo capiti da un piccolo numero, ma questo ci basta». Chiedo venia per un altro mezzo secolo.