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 2013  marzo 02 Sabato calendario


BALDACCI, L’ARTE ROVINA IL SONNO

Nel maggio del 2002 (nessuno certo si immaginava che quell’elzeviro fosse uno dei suoi ultimi contributi al «Corriere») Luigi Baldacci, prendendo spunto da una serie di interviste di Paolo Di Stefano ai «Nuovi critici», componeva una sorta di autobiografia intellettuale. E a proposito delle dichiarazioni di chi (Filippo La Porta) riteneva necessario stare «al passo con i linguaggi della contemporaneità», scriveva: «Devo (...) ammettere che questa capacità di aggiornarmi mi manca in modo più allarmante che ad altri vecchi miei pari (...). Non ho neppure mai letto, da ragazzo, un albo di fumetti, non ho mai pensato che una canzone (Mina o Lucio Battisti) potesse fare data. La mia struttura mentale era più arcaica della mia stessa anagrafe, ed è pertanto facile immaginare quale sia la mia totale fisica incomprensione, non della realtà ma piuttosto di queste realtà d’immagine che sembrano essenziali a definire il nostro presente».
Eppure, nel mondo di ieri di cui si sentiva cittadino, non tutto era da buttare. Anzi, spiegava, «c’era nell’aria, e ora non c’è più, il sentimento di una metapoliticità che, pur essendo tutt’altra cosa dall’impegno politico, era portata a rilevare una valenza extraletteraria in qualsiasi evento di letteratura. (...) Una delle ragioni determinanti di questa che ho chiamato attenzione, fu per me, scontento (com’era biologicamente naturale) del Ventennio e delle sue glorie stabilizzate, la curiosità di guardare più indietro agli inizi del secolo, che era come entrare — tanto la rimozione era stata violenta — nella stanza segreta del castello di Barbablù. Una stanza in cui s’incontravano scrittori (...) che sentivano la letteratura non già come l’occasione per uno schieramento facile, ma come la zona mobile in cui si mescolavano l’inquietudine delle forme e l’ansia dell’attesa, della palingenesi o del disastro: esempio massimo Cechov».
In questo profilo di intellettuale inattuale, di critico non paludato (la sua lunga collaborazione ai giornali, iniziata già negli Anni 60 e conclusasi con il decennio al «Corriere», 1992-2002, era anche un modo di non essere accademico) spiccano, come categorie guida, parole come «inquietudine, ansia». Che poi è il tema del disagio su cui tornano più volte gli autori del bel volume Luigi Baldacci. Un grande critico del Novecento (a cura di Giovanni Falaschi, Morlacchi Editore-University Press, pp. 334, 15) uscito a dieci anni dalla morte. Per disagio s’intende, osserva Giuseppe Nava, l’antitesi fra individuo e società che si ritrova nella «letteratura della crisi», nei romanzi di Federico De Roberto e Federigo Tozzi, a cui Baldacci aveva dedicato una parte cospicua dei suoi studi. Perché se la letteratura non può né deve intervenire nella sfera politica, «può tuttavia», scriveva Baldacci nel ’96, «seminare sospetti, far dormire sonni meno tranquilli».
Quell’autoritratto del 2002 parlava solo di letteratura. Il volume curato da Falaschi allarga l’obiettivo fino a comprendere tutti gli interessi di Baldacci, il teatro, il melodramma e l’arte, ricordando nei vari saggi il lavoro pioneristico sui libretti d’opera, le scoperte e il collezionismo dei grandi pittori del Seicento toscano (un nome fra tutti, Cecco Bravo), la passione per l’arte africana. Diversi terreni di un agire intellettuale su cui scrivono fra gli altri Pier Vincenzo Mengaldo, Daniela Goldin Folena, Giancarlo Gentilini, Floriana Calitti, Alessandro Tinterri.
Ma in ogni campo dove si applicava, osserva Falaschi, Baldacci operava un «rovesciamento» delle idee correnti (Le idee correnti era il titolo della sua seconda raccolta di saggi, uscita nel ’68), nell’arte con la riscoperta del Seicento fiorentino, nella musica con il richiamo ai valori dei libretti. E in letteratura, dove Falaschi cita i casi esemplari di Palazzeschi (Il Codice di Perelà invece delle Sorelle Materassi), di Bontempelli (La vita operosa contro gli ultimi romanzi), dei siciliani critici dell’Unità italiana invece dei lombardo-piemontesi contenti dei loro giochi linguistici. E, più in generale, avrebbe preferito l’Ottocento carico di disagi e questioni che il Novecento avrebbe rimosso.
Precoce autore di testi importanti e innovatori (già negli Anni 50 escono gli studi sul petrarchismo e le antologie dei lirici del Cinquecento e dei poeti minori dell’Ottocento), Baldacci è stato un critico militante che non apparteneva a nessun gruppo o clan. Che giudicava la letteratura contemporanea senza dimenticare (ma nemmeno far pesare) la sua conoscenza della letteratura più antica, e senza smettere di praticare il suo personalissimo metodo di smontare le idee correnti, i valori consolidati. Di combattere «una radicale battaglia solitaria contro il proprio tempo e la propria società».
Ranieri Polese