Guia Soncini, Gioia 28/2/2012, 28 febbraio 2012
IL GRANDE AMORE NON È SU GOOGLE
Il grande amore lo riconosci in un modo preciso: non ha risultati su Google. E un principio generale - è l’unico modo di farsi desiderare, sottrarsi all’indicizzazione in un’era in cui una biografia e un paio di foto su Internet non si negano proprio a nessuno - ma è anche il riassunto della più drammatica fine d’un amore ideale, cui mi sia capitato d’assistere di recente.
Lei, quarantenne, passa 25 anni a raccontare il grande amore del liceo. In confronto, il Pierre Cossò de II tempo delle mele era robetta. Lui era bellissimo, intensissimo, tormentatissimo, poeta maledettissimo, coltissimo, misteriosissimo. Chissà dov’è. Chissà cosa fa. Vivrà a Parigi, pubblicherà poesie sotto falso nome per un piccolo editore, sarà innamorato d’una creatura esotica, ma sempre infelice. Le amiche ascoltano, partecipano alla favola, sbuffano alla millesima ripetizione di quella stucchevole perfezione: quelli che hanno spezzato il cuore a loro mica erano così tanto il più figo del liceo. Le conoscenti sospettano una certa mitomania: su Google non c’è, può mai esistere uno che non è su Google? La risposta arriva un giorno d’inverno, ed è: poteva esistere solo finché non era su Google.
Un giorno d’inverno, l’ultraquarantenne che al liceo era tutto quel che la nostra amica aveva fin qui ricordato con nostalgia si fa, come tutti i suoi coetanei, prendere dalla crisi dei quasi cinquant’anni. Si apre un profilo Facebook. Sapete già come va a finire la storia, perché il vostro ex del liceo sta su Facebook da sempre, e da subito l’avete cercato, e i vostri ricordi hanno fatto un terrificante frontale con la realtà già da un po’.
Nelle puntate in onda negli Stati Uniti di Scandal, la serie (in arrivo su RaiTre in autunno) ambientata a Washington dove tutti fanno il triplo gioco e nessuno è quel che sembra, la protagonista telefona a un tizio che le ha detto di fare il cartolaio, ma che lei ha già scoperto lavorare al Pentagono, per accettare il suo invito a cena. Lui risponde dal salotto di casa, fissando i monitor su cui sono proiettate le immagini di varie telecamere nascoste e da cui spia cose che non dovrebbe, compreso il divano da cui lo sta chiamando lei.
Claire Danes trascorreva la prima stagione di Homeland (in Italia in onda su Fox) a spiare l’eroe di guerra sospetto di terrorismo, del quale si era innamorata attraverso analoghi monitor, avendogli disseminato la casa di telecamere. Se aggiungiamo che in Revenge (moderna versione del Conte di Montecristo, ambientata tra miliardari bellocci degli Hampton, trasmessa da FoxLife) ci sono tanti di quegli spionaggi incrociati che ci si chiede se non accada mai che qualcuno, piazzando una telecamera in un anfratto (voglio dire: quanti anfratti ci saranno in una casa?), lo trovi già occupato da un altro spione, si potrebbe concludere che la tv è monopolizzata dal tema “tutti spiano tutti, tutti sanno tutto di tutti, la privacy non esiste”. E un cambiamento epocale, per chi è abbastanza vecchia da aver vissuto nell’era del telefono di casa (che non c’era bisogno di precisare fosse tale, non esistendo i cellulari), con annessa segreteria a cassette, segreteria ascoltabile con un codice numerico segnato sulla segreteria stessa, codice che appuntavi la prima volta che andavi a casa di lui per poi spiarlo meglio e scoprire se qualche poco di buono lo insidiava. Voglio dire: ascoltare la segreteria, come leggere i messaggi sul cellulare quando lui è sotto la doccia, è una versione molto primitiva dell’invasività sentimentale. Non c’è paragone rispetto al guardarti sempre, allo spiarti quando sei coi capelli sporchi sul divano a mangiare schifezze, o quando fingi di essere fuori per farlo ingelosire, ma in realtà stai guardando il meglio di Centovetrine. E lo stesso salto qualitativo che c’è tra partecipare al Grande fratello - un programma dove sei costantemente sotto le telecamere, ma lo sai e cerchi di comportarti di conseguenza - all’ essere in Reality, il film di Matteo Garrone il cui protagonista era convinto di venire seguito in giro per la città da emissari televisivi che ne spiavano i comportamenti privati.
Nessuno è abbastanza telegenico da venire osservato sempre, tranne forse Reese Witherspoon, che in una commedia romantica dell’anno scorso (Una spia non basta) veniva corteggiata da due amici. I due se la contendevano con tutti i mezzi che avevano: erano agenti della Cia, e quindi la riempivano di microspie per sapere cosa preferiva, cosa diceva di loro alle amiche, come prevenirne i desideri. Siccome era un film e non la nostra vita, nessuna telecamera a casa della bionda svelava mai pile di piatti sporchi, calzini bucati, bugie vanitose.
Il problema della reperibilità permanente è che svela tutti i bicchieri non lavati. Se lui ha uno smartphone userà Whatsapp, il programma di messaggistica gratuita che ti dirà cose che gli sms ti avrebbero taciuto: se ti sta scrivendo una risposta o no («La sta scrivendo da dieci minuti, perché esita?!»), quanti minuti fa ha controllato i messaggi l’ultima volta, se ha letto il tuo.
Sembra una soluzione, è un incubo. Cosa fai, rinfacci ogni ritardo? Taci e accumuli astio e senso d’abbandono? E quando Facebook ti svela che quello status l’ha scritto dal quartiere della sua ex? Fai domande? Ostenti indifferenza? E con quel tweet allegro mezz’ora dopo un litigio furibondo, come la mettiamo? Una volta, se voleva distrarsi dal vostro psicodramma di coppia, chiamava un amico, e tu potevi illuderti fosse in casa a piangere sentendo la tua mancanza, mentre era in birreria a raccontare barzellette sconce. Adesso no. Adesso sai tutto, maledetta l’era della tracciabilità.
La separazione più sana che ho visto di recente riguarda una tizia qualunque e un tizio del Novecento: uno completamente pretecnologico. Senza un’app all’avanguardia sul telefono, senza un’iscrizione a un social network, senza nessun tipo di messa in piazza dei suoi luoghi o pensieri. Mentre le amiche si struggevano su tizi che risultano online da ore, eppure si ostinano a non rispondere ai loro messaggi, la tizia, dopo aver interrotto i rapporti col tizio, non sapeva più neppure se fosse vivo o morto. Non aveva modo di tenerne traccia su Facebook o Twitter, ne di controllare dal cellulare se fosse online, magari intento a scriversi con un’altra.
Non ci si può ingelosire di uno del quale non si ha modo di sospettare. Non si può avere nostalgia di uno del quale non si possono rimirare le foto su Facebook. Non si possono fare appostamenti a uno che non scrive su Twitter in che locale si trova. Si finisce per dimenticarlo: un lusso che non credevo più possibile.
Chissà come si illudono le vecchie fidanzate di questo tizio. Un po’ come s’era illusa, per vent’anni, quella della storia che raccontavo all’inizio. Illusa fino ali’apertura di quel maledetto profilo online, con status e foto e altre amenità. Fino alla scoperta che anche il poeta maledettissimo è diventato calvo e sovrappeso, e che considera prodigiosi dei figli men che mediocri, e che a quaranta e rotti anni non riesce a scrivere due righe senza errori d’ortografia. A sedici sembrava così colto. Sarà che non c’era Facebook.