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 2013  marzo 01 Venerdì calendario


SE LA RETE RENDE INUTILI I NONNI. I RAGAZZI E I CONSIGLI CERCATI ONLINE

In principio erano il nonno e la nonna. Punti di riferimento pratici e fonti di saggezza a cui attingere informazioni e consigli, dalle faccende domestiche alla visione del mondo. Poi è arrivata Internet. E oggi i nipotini «tecno», nativi digitali, preferiscono cercarsi da soli le risposte su quell’incredibile enciclopedia universale che è la Rete. Risultato: se un tempo il ruolo dell’anziano era centrale, oggi la dritta giusta arriva da Google, da Wikipedia, da YouTube, fonti istantanee, lontane e privilegiate.
Il trend — evidenziato nel 2012 da una ricerca dell’authority britannica Ofcom, che spiegava come la metà dei bambini di 3-4 anni sia già «tecnologicamente istruita» — viene confermato da un’indagine, riportata dal Telegraph, secondo la quale solo un anziano su quattro, in Inghilterra, oggi si sente rivolgere dai nipoti domande su argomenti di carattere domestico (come si attacca un bottone, si cucina l’arrosto, si cuoce un uovo) rispetto a quanto faceva il 96% degli attuali nonni con i membri anziani della famiglia.
Insomma: un motore di ricerca sostituirà i genitori di papà e mamma? «È un problema reale, molto serio e fino ad oggi sottovalutato — commenta Anna Rezzara, docente di Pedagogia all’Università di Milano-Bicocca —: i ragazzi tendono a padroneggiare completamente un alfabeto che non solo gli anziani, ma spesso neppure i genitori e la scuola sanno usare in modo evoluto. È vero, non si può ridurre tutto a tecnica, computer e smartphone: ma se non parli quella lingua non puoi dialogare con loro. Il rischio è che si ribalti definitivamente l’asimmetria sulla quale si basa la relazione educativa: un anziano che insegna, un giovane che impara».
Di più. L’ignoranza del nuovo alfabeto può aggravare quella sorta di cortocircuito, di autentica «emergenza» educativa per effetto della quale la famiglia delega il proprio ruolo alla scuola, una scuola che non lo accetta.
Con Anna Rezzara concorda in parte Enzo Del Prete, esperto di informatica e padre di un bambino di 9 anni con una spiccata predisposizione alla tecnologia. «Se non imparano questo alfabeto — dice — i nonni rischiano di essere relegati a ruoli di manovalanza, autisti e accompagnatori ai vari appuntamenti dei bambini, che hanno talvolta agende da top manager. Ma il rischio più grande è quello di perdere credibilità agli occhi dei nipoti, che pure continuano a riconoscere loro la nobile funzione di raccontatori di storie, di cui i bambini sono avidi, e in cui per ora gli anziani sono insostituibili».
La tecnica non è tutto ma conta: i nonni per esempio devono sapere che l’acquisto delle figurine dei Pokemon è solo un primo passaggio «fisico», ma il vero piacere del gioco consiste nel guardare su YouTube gli altri bambini (di tutto il mondo) che aprono con gli occhi sgranati le preziose bustine e, nei casi fortunati, condividono in Rete la gioia sublime di aver pescato la figurina rara.
Sono dettagli però fondamentali. Particelle elementari di una nuova grammatica. Per questo Anna Oliverio Ferraris, psicologa dello sviluppo, ritiene che la cosa più importante da fare sia quella di «stare accanto ai propri nipoti: quando guardano la tivù, quando navigano su Internet e, sperabilmente, quando giocano a qualcosa di più fisico. In modo da trasmettere e ricevere. Insegnare e imparare. Che poi è l’essenza del dialogo».
È, in altre parole, il «progressivo avvicinamento generazionale» di cui parla Silvia Vegetti Finzi, psicologa e saggista, nel suo bellissimo libro Nuovi nonni per nuovi nipoti, dove spiega che «la "nonnità" svolge una funzione essenziale, ma proprio per questo è sottoposta più che in passato a un carico di aspettative, richieste e pressioni che non è riducibile alla sola competizione con la tecnologia». Se vogliono restare centrali, i nonni devono darsi molto, molto da fare.
Edoardo Segantini