Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  febbraio 28 Martedì calendario

LA MITICA BIRRA BUD? «È ANNACQUATA»

Fa più schifo l’arancino di riso impa­nato con pastella piena di escrementi di topo o la birra americana diluita con l’ac­qua del rubinetto? Fa più paura il latte al­banese cancerogeno o la polpetta svede­se contaminata da carne di cavallo che chissà - perché - lo hanno ammazzato?
È molto variegato il bollettino quoti­diano delle frodi alimentari, ma ieri ab­biamo avvertito i lettori nel nostro va­demecum: ormai non si sa più di cosa re­almente ci nutriamo. O cosa realmente beviamo. A cominciare dalla birra, che speravamo fosse esente da loschi rima­neggiamenti. Invece no. Arriva dagli Usa l’ultima mazzata che coinvolge nien­temeno che la famosa birra Budweiser.
La società è accusata di annacquare la sua nota birra per vendere più bottiglie e dunque guadagnare alle spalle dei con­sumatori. L’acqua in eccesso,denuncia­no alcuni ex dipendenti di Anheuser- Bu­sch, veniva aggiunta poco prima dell’im­bottigliamento e consentiva di rispar­miare alcol dal 3% all’8%.
L’accusa sembra più che fondata tan­to da far partire una mega class action già depositata alla corte distrettuale di San Francisco. Chiunque abbia acqui­stato una Budweiser negli ultimi cinque anni può fare ricorso per chiedere il risar­cimento dei danni. arricchirsi sulle spalle della società produttrice Anheuser-Busch che è accu­sata di violare le leggi a tutela del consu­matore «etichettando i suoi prodotti con dati falsi per quanto riguarda il contenuto alcolico».
L’azienda del gruppo belga-brasiliano ABInBev, con sede a Saint Louis, in Mis­souri, ha però definito le accuse «comple­tamente false perché le birre rispettano completamente le direttive sulle bevan­de alcoliche che le rende tra le più vendu­te negli Usa e nel mondo ». La denuncia pe­rò non si ferma e coinvolge, oltre alla «regi­na delle birre» con il 5% di alcol, riguarda altre nove marche di prodotti, tra cui Bud Ice, Bud Light Platinum e Michelob.
Da una smentita ad una conferma. Quella della presenza di carne di cavallo nelle polpette vendute dal colosso Ikea. Il produttore svede­se delle polpette, ritirate nei giorni scorsi in ben 25 paesi, ha ammesso di aver trovato tracce di dna equino nei test effet­tuati nelle loro carni. E la quantità nei pro­dotti della Dafgaard, oscillerebbe dall’1 al 10%. Un’ammissione un po’ tardiva che smentisce quella data l’altro ieri dall’ Ikea.
L’azienda, infatti, aveva escluso qualsi­asi tipo di carne equina nei primi 320 test fatti sulle polpette. Invece, dopo la maca­bra scoperta di ieri, Ikea ha deciso di ritira­re anche altri prodotti alimentari dai suoi store in sei Paesi in Europa perché proven­gono dallo stesso fornitore delle polpette.
Si tratta degli hot dog distribuiti in Fran­cia, Spagna, Gran Bretagna, Irlanda e Por­togallo, le schiacciatine di vitello e un tor­tino di carne e cavolo venduto in Svezia.
Insomma, il colosso svedese deve fare i conti con gli esami di laboratorio obietti­vi, che difficilmente sbagliano. Anche se a volte basta l’occhio nudo per verificare un rischio alimentare. Ieri, per esempio i Nas di Roma hanno sco­perto un magazzino zep­po di materie prime (ri­so e preparati per pastel­la e panatura) destinate alla preparazione di pro­dotti di friggitoria, con­taminate da escrementi di topo e di volatili. Le fe­ci erano diffusamente cosparse sulle confezioni, buona parte delle quali rotte e rosicchiate da topi. Tut­to questo cibo spazzatura serviva per pre­parare arancini e supplì , destinati a rifor­nire decine di pizzerie e ristoranti della Capitale.