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 2012  febbraio 28 Martedì calendario

CHE DISTANZA DAI POLITICI E DALLE LORO PENSIONI D’ORO

So che è ingenuo mettere a confronto due mondi che dovrebbero essere - pur­troppo qualche volta non lo so­no - lontani se non antitetici. Il mondo, intendo, della fede reli­giosa e il mondo della politica. Ma gli avvenimenti di questi giorni li accostano, perché assi­stiamo alla contemporanea uscita di scena di Benedetto XVI e d’un buon numero di no­tabili del Palazzo romano, dallo tsunami grillino ridotti allo sta­tus di specie in estinzione. Tante cose separano, comun­que le si guardino, le due situa­zioni, a cominciare da una, la più importante. Il Papa lascia perché ha ritenuto e ritiene di non essere più in grado di svol­gere pienamente i suoi compiti. Sono tra coloro che hanno ap­provato come ammirevole que­sta confessione d’impotenza e questa scelta, anche se criticata da chi avrebbe voluto Joseph Ratzinger aggrappato anche in extremis, come accadde con Wojtyla, al suo trono e al suo anello. Il pastore tedesco - per­sonalmente non vedo ironia in questa qualifica - se ne va dun­que quietamente, di sua volon­tà, in umile bellezza. Già qui sal­ta agli occhi la diversità da chi, anche se molto più di Benedet­to XVI inadeguato alla carica oc­cupata, strenuamente ha lotta­to durante anni per non farsela sfilare, in un turbine di polemi­che. Ha trasformato la poltrona in trincea,e c’è voluta un’elezio­ne sotto certi aspetti rivoluzio­naria perché togliesse l’incomo­do. Il primo e ovvio riferimento di quanto scrivo è Gianfranco Fini; leader senza seguaci, capo­popolo senza popolo, a lungo terzo personaggio dello Stato nelle procedure ufficiali ma per­sonaggio inesistente - per non dire disistimato - nell’opinione degli italiani. Tranne lo 0,5 per cento di consensi, o poco me­no, accreditatogli dalle urne. A un altro che imprecando al de­stino cinico e baro se ne va ,An­tonio di Pietro, non sono stati concessi i fasti protocollari go­duti da Fini, ma Tangentopoli gli ha elargito una popolarità in­versamente proporzionale alla sua sintassi. Ho personale sim­pati­a per due veterani della poli­tica e della vita come Marco Pan­nella e Emma Bonino. Ho am­mirato alcune battaglie in cui si sono impegnati. Ma la saggezza avrebbe suggerito che si rita­gliassero un ruolo di consiglie­ri, e non volessero entrare anco­ra nell’arena sventolando le onorate ma logore bandiere ra­dicali. La voglia d’esserci anche quando sarebbe stato opportu­no rimanere fuori- il che vale an­zitutto per Mario Monti- ha con­tagiato tutti gli schieramenti. Vedi nel centrodestra Guido Crosetto, Maurizio Paniz, Mar­gherita Boniver, Gianfranco Miccichè. Si tratta però di com­primari, non di protagonisti.
Non è il caso di spargere lacri­me per la triste sorte dei tromba­ti. Le liquidazioni e le pensioni parlamentari sono di tutto ri­spetto. E fanno sfigurare quella di Joseph Ratzinger, che come vescovo emerito di Roma rice­verà un vitalizio di 2.500 euro, aumentabile a 5.000 se il suo successore gli conferirà il «piat­to cardinalizio ». Roba da far sor­ridere di compatimento non so­lo Gianfranco Fini, con la sua pensione da 6.200 euro, e poi gli europarlamentari, deputati, se­natori della Repubblica ma an­che un qualsiasi consigliere re­gionale.
Cosa faranno, da grandi, i po­litici che dalla politica sono sta­ti espulsi. I più onesti rifletteran­no. Quelli più ammanigliati e meno compromessi tenteran­no di farsi inserire, come presi­denti o consiglieri, nella stermi­nata e­variegata mangiatoia del­le sinecure pubbliche. I tromba­ti o dismessi stranieri di gran no­me­ad esempio l’inglese Tony Blair e il tedesco Gerard Schroe­der - hanno fatto molto denaro con consulenze internazionali e conferenze. Una prospettiva che potrebbe allettare anche i nostri. Ma, detto con franchez­za, mi riesce difficile immagina­re la presenza d’un folto pubbli­co plaudente per ascoltare i di­soccupati della Nomenklatura italiana. Oltretutto Fini, che mai ha lavorato, non vorrà co­minciare adesso.