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 2013  marzo 01 Venerdì calendario


Non è un paese per pillole– L’obbligo di prescrivere medicinali generici. I brevetti in scadenza

Non è un paese per pillole– L’obbligo di prescrivere medicinali generici. I brevetti in scadenza. Le difficoltà sui nuovi prodotti. Ecco perché sempre più aziende tagliano la corda. Il primo a denunciare un rovinoso crollo dei profitti è stato il gruppo Menarini, sede a Firenze. Ha annunciato mille esuberi, poi li ha (solo temporaneamente) congelati. Sigma Tau, altra importante Pharma italiana, ha appena chiesto la cassa integrazione per 140 addetti. L’industria del farmaco se la passa male, anche quella italiana, da sempre capace di barcamenarsi grazie a marketing e mercato semi-protetto. Perché le straniere, le vere Big Pharma, hanno cominciato da tempo a lasciare il nostro paese : Gsk (Glaxo Smith Kline) ha chiuso il suo centro di ricerca di Verona ormai qualche anno fa, Sanofi Aventis ha messo nero su bianco la liquidazione di quello di Milano. E la numero uno nel mondo, Pfizer, in pochi anni ha lasciato a casa centinaia di dipendendenti. Tutta colpa dei tagli alla spesa farmaceutica imposti dai governi, di Silvio Berlusconi prima e di Mario Monti poi. Ai quali si è aggiunto l’opportuno decreto del ministro Renato Balduzzi, che dà finalmente un buon impulso alla vendita dei generici, i farmaci no-logo che funzionano come quelli di marca, ma costano meno. I prezzi-capestro, sommati alla totale assenza di una vera e propria politica del farmaco, denunciano gli addetti ai lavori, spingono fuori dal Paese le industrie, che delocalizzano centri di ricerca e stabilimenti e abbandonano l’Italia. Per dirigersi verso la Russia, l’India, la Cina, il Brasile o il Messico, attirati dagli incentivi fiscali. Al centro della cristi di Big Pharma c’è innanzitutto il fatto che nei prossimi anni scadranno un bel po’ di brevetti, dopo 20 anni di protezione. Il gruppo statunitense Pfizer ne ha già visti bruciare due nel 2012 e quest’anno dovrà dire addio anche una delle sue glorie, il Viagra. Msd resterà senza il Singulair. Nel 2014 sarà poi la volta dell’antidepressivo Cipralex, del gruppo danese Lundbeck, e di Avodart, della multinazionale inglese GlaxoSmithKline, che perderà anche l’antiasma Aliflus, commercializzato in Italia da Menarini. Una raffica di scadenze che tradotta in numeri significa la perdita di un mercato che nel nostro Paese vale qualcosa come due miliardi di euro e che giocoforza sarà assorbito dai farmaci generici. «Siamo costretti a delocalizzare nei Paesi emergenti», ammette il presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi: «la Russia, per esempio, offre condizioni molto interessanti a chi sposta la produzione». Ma mentre le multinazionali attaccano le autorità italiane sul fronte delle difficoltà che trovano a mettere nuovi farmaci sul mercato, le italiane, che di innovazione terapeutica non ne fanno, attaccano la rivoluzione dei generici. Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria, ma anche amministratore delegato di Jansen Cilag, dice: «su di noi pesano le lungaggini per far entrare un farmaco nuovo nel mercato; da quando viene approvato dall’Aifa ci vogliono almeno due anni». E intanto gli italiani combattono a spada tratta i no-brand. Così, se il colosso francese Sanofi Aventis vola in India a stringere accordi con una società locale per la produzione di generici e contemporaneamente mette alla porta in Italia 300 informatori scientifici, c’è Menarini (a capitale interamente italiano come Sigma Tau) che semplicemente va a produrre in Russia, dove sta costruendo un nuovo stabilimento, e non ci prova nemmeno a fare il suo ingresso nel business dei generici. Eppure, sottolineano gli osservatori, è miope pensare di combattere la rivoluzione dei no-brand. I governi devono implementarli al massimo e ovunque lo fanno da anni. In Italia l’obiettivo è quello calmierare la spesa pubblica farmaceutica, che solo nei primi nove mesi del 2012 ha raggiunto i 19 miliardi. E con i generici è possibile, perché la legge prevede che qualunque cosa prescrivano i medici le Asl rimborsino solo la tariffa del no-brand, e che la differenza di prezzo tra il farmaco generico e il farmaco di marca la paghino i cittadini. Che vanno così a spendere almeno un miliardo di euro l’anno, del tutto inutilmente, solo per seguire le indicazioni di medici impermeabili alla rivoluzione dei generici. Il nuovo decreto Balduzzi va a colpire proprio questo malcostume, perché obbliga i dottori a prescrivere sempre il generico in caso di nuove patologie. Come a dire che non si riesce a mutare l’affezione degli italiani a una certa scatoletta alla quale sono abituati, ma che i signori medici hanno il divieto di ordinare farmaci brand a chi già non ne usufruisca. Ma a svelare il gioco delle farmaceutiche italiane sono i sindacati: «I grandi gruppi si sono seduti sugli allori godendosi per anni un mercato protetto», dice Marco Falcinelli, segretario nazionale della Filctem-Cgil, che ha raccolto in un dossier tutte le crisi aziendali esplose nel Paese. Un vero e proprio bollettino di guerra (quest’anno sono attesi 2.400 licenziamenti) mentre si raccolgono i primi dati sulla riorganizzazione del settore e sull’impatto del decreto. La quota dei generici, per confezione, è ancora residuale: 17 per cento sul totale del mercato. Ma la rivoluzione è iniziata. Le vendite, dopo l’entrata in vigore dell’obbligo di prescrizione del principio attivo nella prima versione, a partire da agosto, hanno fatto un balzo del 24 per cento. Tuttavia restano ancora lontane le quote di mercato dei no-brand in Germania, dove molte aziende hanno colto al volo l’opportunità e stanno occupando gli spazi lasciati liberi dai farmaci di marca a livello internazionale. È il caso di CordenPharma e di Haupt, subentrate negli stabilimenti di Latina venduti da Pfizer e Bristol Mayer Squibb. E lo stesso ha fatto Teva, gigante israeliano, sette acquisizioni in Italia (una all’anno dal 2002), che con quattro stabilimenti procede come un carro armato. In Europa il farmaco generico vale in media il 50 per cento del mercato e l’Italia la rincorre. Ma non c’è dubbio che entro qualche anno le economie emergenti scalzeranno l’Occidente nella crescita dei fatturati. E l’industria del farmaco equivalente non riuscirà a tamponare facilmente la perdita di posti di lavoro in Europa. Così Menarini, che ha beneficiato per decenni di un mercato superprotetto, non ha remore nel lasciare il Paese: «Se non riusciremo più a vendere», dice il direttore generale, Domenico Simone, «trasferiremo la produzione».