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 2012  febbraio 21 Martedì calendario

SCRITTORI ALL’OPERA, QUANDO IL LIBRO HA LA COLONNA SONORA


Un buon romanzo merita una segnalazione; un buon romanzo che parla di musica merita un articolo. Infatti, se è raro che qualche scrittore si avventuri in ambito musicale senza dire sciocchezze, è rarissimo che lo faccia con cognizione di causa. Ma Emanuela Ersilia Abbadessa (un nome risolutamente melodrammatico), autrice di Capo Scirocco (pp. 378, € 16), un libro su cui la Rizzoli punta molto, è musicologa e lavora all’Orchestra sinfonica di Savona, quindi nella musica è dentro da sempre.

Per carità: Capo Scirocco è un romanzo, anzi un romanzone, ambientato in una Sicilia verghiana degli Anni Ottanta dell’Ottocento. Protagonista, Luigi Fumini, un emigrante al contrario (dal Lazio all’isola) dotato di un’importante voce di tenore. Nell’immaginaria città di Capo Scirocco si troverà lacerato fra due donne: donna Rita Agnello, vedova del barone Antonino, la pigmaliona (si dirà?) che lo accoglie, lo fa studiare e lo sposa, e Anna Cucè, che lo accompagna al pianoforte e gli rivela la musica in generale e Wagner in particolare. Il tutto sullo sfondo di una Sicilia molto tipica con i palagi barocchi, i conventi e i fichi d’India e tuttavia non banale, perché l’autrice è siciliana e sa che in realtà le Sicilie sono una, nessuna e centomila. La descrizione del pettegolezzo cittadino, quando la baronessa si porta in casa il giovin tenore, è molto divertente.

Però questo è anche un romanzo con colonna sonora. La musica è onnipresente, soprattutto Donizetti, Verdi, Beethoven, Chopin, Bellini e Wagner. E nella narrazione spuntano riferimenti che il lettore melomane coglie subito, come strizzate d’occhio fra iniziati. Per esempio, tal Rosario Cammarata che «era a Francofonte a ritirare il vino», come avrebbe dovuto fare compare Turiddu invece di dedicarsi, in Cavalleria rusticana , a più peccaminose e pericolose attività. O lo spartito del Lohengrin che, dice Annuzza, «me lo spedì un maestro bolognese». Già: Bologna, la prima città italiana a rappresentare un’opera di Wagner, appunto Lohengrin , e a nominare l’autore cittadino onorario. La difficoltà a decifrare l’armonia eretica del Tristan und Isolde («Mi rompo la testa su questo accordo») è tipicamente «1880», come l’infatuazione per una musica considerata ancora «difficile» ma già irrinunciabile.

E poi: citazioni della librettistica ottocentesca (le suore chiamate «le pie», come avrebbero fatto Salvadore Cammarano o F.M. Piave) e definizioni folgoranti. I cantanti? «Tipi panciuti, vanitosi e soprattutto stupidi». Per forza: come si capisce frequentandoli, hanno le casse di risonanza (la famosa «maschera») al posto del cervello.

Certo, l’Ottocento, specie francese, ha dato l’esempio. Balzac era pazzo di Rossini. Nella Donna di trent’anni , la marchesa Julie de Listomère esegue la canzone del salice dell’ Otello e «mai né la Pasta né la Malibran avevano fatto sentire canti così perfetti per sentimento e intonazione» (esagerato!). Massimilla Doni è un atto d’amore per Rossini in generale e il suo Mosè in particolare. Da segnalare, peraltro, che Othmar Schoeck trasse da Massimilla Doni l’opera omonima, quindi abbiamo un raro caso di un’opera che ispira un romanzo che ispira un’altra opera. E Flaubert, in Madame Bovary , descrive nei dettagli una recita di Lucia di Lammermoor a Rouen, protagonista un immaginario tenore Lagardy «che aveva del parrucchiere e del torero» e che ricorda molto il tenore vero GilbertLouis Duprez, lo sciagurato che inventò il do di petto mettendo nei guai le successive generazioni tenorili.

Nel passato prossimo, invece, sono molte meno le citazioni melomani. In Cambio di mano , uno dei racconti di Piccoli equivoci senza importanza , Antonio Tabucchi gioca col Rigoletto : al Met, un gangster deve trovare il suo contatto. Il momento scelto per l’agnizione è quello in cui, sul palcoscenico, il basso canta «Sparafucil mi nomino»: ora, il mestiere di Sparafucile è appunto quello di ammazzare su commissione. Il soccombente di Thomas Bernhard è un pianista schiacciato dal paragone con Glenn Gould. La stroncatura di Salisburgo come piccola città e bastardo posto è straordinaria: avrebbe potuto scriverla Mozart, che ci era nato e la detestava.

Nel Gattopardo , di melodramma ce n’è molto trattato con ironia, nonostante Tomasi non lo amasse o forse proprio per questo. A parte «Noi siamo zingarelle» che la banda suona per l’arrivo del Principe a Donnafugata, il generale garibaldino ospite nel palazzo di Palermo strazia «Vi ravviso, o luoghi ameni», la cavatina della Sonnambula . Nel film, è Giuliano Gemma, che naturalmente fu costretto da Visconti a prendere lezioni di canto. Ma evidentemente è il binomio Sicilia-melodramma a funzionare nelle patrie lettere. Il birraio di Preston , primo successo narrativo di Andrea Camilleri, è il titolo di un’opera di Luigi Ricci, disprezzato dai melomani di Vigàta. Ingiustamente, peraltro: assieme al fratello Federico, Ricci scrisse su libretto di Piave Crispino e la comare che è una delle migliori opere comiche italiane di tutto l’Ottocento.
«NELLA SICILIA DI FINE ’800»