Giovanni Sabbatucci, Il Messaggero 20/1/2012, 20 gennaio 2012
PATRIMONIALE, LA TASSA CHE DIVIDE LA SINISTRA
Da quando si è aperta la campagna elettorale, anzi già da quando hanno cominciato a delinearsi gli schieramenti che si confronteranno nelle urne, molti fra i protagonisti della competizione hanno solennemente assicurato di volersi lasciare alle spalle le esperienze di “bipolarismo coatto” che hanno caratterizzato, e non certo in positivo, l’intera storia della seconda Repubblica. Basta dunque con gli accrocchi elettorali ingegnosi quanto fragili (del genere di quello costruito da Berlusconi nel ’94 e destinato a sfasciarsi dopo pochi mesi), basta con le alleanze estese fino agli estremi limiti degli schieramenti politici (come l’Unione prodiana del 2006), buone forse per vincere le elezioni ma non per dare al Paese un governo stabile. Sì, invece, a chiari patti pre-elettorali fondati su pochi precisi punti programmatici: dando naturalmente per scontato che i contraenti di quei patti si mostrino poi capaci di onorarli.
Queste le intenzioni dichiarate, sincere fino a prova del contrario. Resta però da vedere, quando manca poco più di un mese dall’apertura delle urne, se e in quale misura potranno tradursi in realtà. E qui è lecito avanzare qualche dubbio, guardando alle schermaglie di questi ultimi giorni. Il discorso ovviamente riguarda in primo luogo le forze che con ogni probabilità si apprestano a governare (il Pd e i suoi eventuali alleati di centro), mentre tocca solo marginalmente il centro-destra berlusconiano. Per quanto affermi (e forse creda davvero) di mirare alla vittoria, il Cavaliere punta in prima battuta a un buon secondo posto che gli consenta di condizionare la futura maggioranza (o addirittura di cancellarla al Senato), e soprattutto di ridimensionare la concorrenza dei montiani. Può dunque assumere un comportamento da “opposizione irresponsabile”, senza lesinare nelle promesse e senza troppo preoccuparsi dell’eterogeneità delle sue truppe.
Non così il centro-sinistra di Bersani, che alla prova del governo potrebbe essere chiamato di qui a poco, a meno di clamorose sorprese. Nel suo caso il problema si pone nell’immediato e va affrontato a tre diversi livelli: in primo luogo nel cerchio più stretto del Partito democratico, dove pure le voci dissonanti non mancano (si veda la recentissima polemica sulla patrimoniale, che Bersani esclude e Camusso invoca); quindi nei rapporti con l’alleato “ufficiale” e sinora privilegiato, ovvero Vendola (anche lui favorevole alla patrimoniale e ora critico nei confronti di un possibile sostegno italiano all’intervento militare in Mali); infine, in caso di vittoria non piena, nel negoziato con l’unico alleato possibile, ossia Monti. Se l’ultima partita sarà verosimilmente giocata solo quando si conosceranno i risultati elettorali, le prime due hanno bisogno di essere decise in tempi rapidi.
Ciò che lascia perplessi non è tanto l’esistenza di singoli punti di disaccordo, quanto il fatto che questi punti controversi rinviano spesso a contrapposizioni di principio, a pregiudiziali ideologiche per loro natura difficili da rimuovere: la patrimoniale intesa come bandiera di giustizia sociale, quasi a prescindere dalla sua utilità (eppure il caso francese dovrebbe indurre a qualche riflessione); l’opposizione a qualsiasi intervento armato vissuta come espressione di un’antica opzione pacifista (sembra di tornare alle polemiche sull’intervento in Kossovo di quattordici anni fa).
Ma l’anomalia maggiore, solo in parte corretta dalle primarie, sta nel rapporto fra la leadership nazionale e le forze che la sostengono, magari esprimendo opinioni e sensibilità diverse. Nelle democrazie mature, queste diversità vengono di norma celate o sfumate dopo la scelta del leader. Sarà per un mio difetto di informazione, ma non mi risulta che Merkel e Cameron, Hollande e Rajoy, una volta saliti al governo, abbiano dovuto impegnare tante energie nella mediazione fra i gruppi amici e nel controllo dei rispettivi fronti interni.
Il problema principale, e non solo per il Partito democratico, sta allora proprio qui: finché il leader di una formazione politica, tanto più se designato da una consultazione popolare, non si vedrà riconosciuta la capacità di esprimere una linea (che sarà di norma una linea mediana) e di imporla ai suoi seguaci e alleati, anche a costo di perdere qualche pezzo di coalizione e di rischiare la sconfitta, nessun sistema, bipolare, tripolare o quadripolare, potrà funzionare regolarmente. E nessun partito potrà credibilmente aggiungere alla lista delle sue promesse elettorali quella di un governo coeso, stabile e duraturo.