Goffredo Buccini, Corriere della Sera 25/1/1998, 25 gennaio 1998
Carlo Bonini ricostruisce la parabola del giudice Misiani, indagato per favoreggiamento di Squillante Memorie in grigio di una toga rossa Il destino paradossale di un uomo all’inizio conquistato dall’idea della giustizia "rivoluzionaria" e infine convertito alla laicita’ Avolte capita: la pagina che ti cambia la trama di un’esistenza si puo’ girare in uno sguardo, un lampo
Carlo Bonini ricostruisce la parabola del giudice Misiani, indagato per favoreggiamento di Squillante Memorie in grigio di una toga rossa Il destino paradossale di un uomo all’inizio conquistato dall’idea della giustizia "rivoluzionaria" e infine convertito alla laicita’ Avolte capita: la pagina che ti cambia la trama di un’esistenza si puo’ girare in uno sguardo, un lampo. Lui, la toga rossa, quel lampo lo colse una sera al tempo di Tangentopoli, nelle pupille dei suoi poliziotti, che tornavano da un giro d’arresti e perquisizioni. "Nei loro occhi c’era una gioia spesso incontenibile, di cui percepivo perfettamente le ragioni. I miei agenti non arrivavano a guadagnare due milioni al mese e stringere le manette ai polsi di chi ne aveva sottratti in maniera illecita centinaia o migliaia era la vendetta che avevano atteso per una vita... Ecco, io capivo perfettamente quella gioia, perche’ in fondo anche io ne ero partecipe, sia pure inconfessabilmente. Anche io provavo una sorta di rigurgito di odio di classe in quei momenti. E ogni volta che mi assaliva quella sensazione cadevo in uno stato di profondo turbamento, perche’ sapevo che quel sentimento, in quanto giudice, mi sarebbe dovuto essere estraneo". Gli anni di Mani pulite sono stati anche questo? Rancore ideologico e voglia di autodafe’? Forse la domanda e’ ingenerosa, ma porsela oggi, magari per risponderci "no", puo’ servire a tutti. La toga rossa, che da quel momento vede crollarsi dentro ideologie e certezze, e’ Ciccio Misiani, anima storica di Magistratura democratica, giudice controcorrente e battagliero quando il palazzaccio romano era per molti il porto delle nebbie, infine sostituto anziano nella procura diretta da Michele Coiro e demolita dall’inchiesta del pool di Milano su Renato Squillante e Cesare Previti. E la "Toga Rossa" e’ anche il titolo del saggio edito dalla Marco Tropea (pagine 284, lire 26.000) che su Misiani ha scritto Carlo Bonini, giovane e attento cronista di giudiziaria che s’e’ formato alla scuola del Manifesto per approdare di recente al Corriere della Sera. Un libro tagliente, amaro, molto attuale. Ma soprattutto un libro che racconta un paradosso. Capita infatti che il destino porti un Misiani gia’ in crisi, eppure ancora solidale con le indagini partite da Milano nel ’92, dall’altra parte della sbarra, dentro al fascicolo degli indagati, con un’accusa di favoreggiamento verso quel giudice Squillante cosi’ lontano da lui per fede politica e frequentazioni. E capita che a doverlo tirare dentro al meccanismo che tutto trita siano colleghi milanesi come Francesco Greco, Gherardo Colombo o Ilda Boccassini, che a lungo avevano condiviso con Misiani passione civile e impegno nella corrente di sinistra dei magistrati. A questo punto poco conta la verita’ processuale ultima, poco ci aggiunge il trasferimento d’ufficio deciso dal Csm: il paradosso, che portera’ Misiani a interrogarsi sulla figura del giudice etico e a preferirgli senza piu’ dubbi quella del giudice laico - e che infine lo macerera’ al punto da fargli negare la possibilita’ stessa del giudizio ("... oggi non sarei piu’ in grado, probabilmente, di guardare un imputato negli occhi") - e’ compiuto. E cosi’ la "Toga Rossa" diventa per certi versi anche la storia d’un italiano, sia pure d’un italiano vissuto per oltre trent’anni in quel mondo a parte che e’ l’ordine giudiziario. Il libro di Bonini comincia narrando la vicenda umana di un ragazzo calabrese che crede in due cose, rivoluzione e giustizia, e cerca di coniugarle disperatamente, convincendosi che l’una sia il presupposto dell’altra, la via breve per la sua realizzazione. Sono gli esordi d’un giovane magistrato che oggi ha i capelli bianchi e ammette: "Non posso negare che nelle mie decisioni di allora, e parlo delle mie decisioni di giudice, non abbia influito, e molto, la mia ideologia". Troviamo Misiani nel ’76, subito dopo la rivoluzione culturale, in viaggio attraverso la Cina assieme a Franco Marrone, altro padre storico di Md: "Riuscimmo perfino a esaltare il processo popolare... di cui avevamo avuto un saggio all’interno di uno stadio, dove vennero condannati per acclamazione quattro disgraziati... avemmo la sfacciataggine di esaltare quel tipo di processo, sostenendo che li’ si realizzava la partecipazione del popolo all’amministrazione della giustizia". Gli ultimi vent’anni di storia italiana sono vent’anni di emergenza, e Misiani li attraversa tutti da magistrato: terrorismo, mafia, lotta alla corruzione, prima al palazzaccio romano, poi all’Alto commissariato con Sica, quindi al ministero con Martelli, infine di nuovo a Roma, in Procura. Con rispetto e affetto Misiani contrappone a se’, come saggio alter ego, Michele Coiro e la sua pacatezza, il garantismo d’uomo di sinistra capace di "difendere le istituzioni". Entrambi verranno sporcati dall’inchiesta di Milano, poi la morte di Coiro segnera’ anche la scomparsa definitiva del mondo interiore di Misiani. Paure, ipocrisie, conformismi, i mesi terribili cominciati con l’arresto di Squillante ricordano le pagine di una piece teatrale famosa, "Corruzione al palazzo di giustizia", di Ugo Betti. Ma prima ancora di arrivare alla fine di questo percorso, i personaggi di una vicenda molto piu’ ampia, quella dell’Italia degli anni Novanta, girano nel caleidoscopio: da Flick a Caltagirone, da Ciarrapico a Vinci, da Borrelli a Di Pietro, da Romiti a De Benedetti, ruoli lontani e interpretazioni diversissime che aiutano pero’ a comporre un quadro d’ambiente. La toga rossa finisce per chiedersi se davvero sia possibile mettere le manette alla storia, cristallizzare in un verbale il fluire della vita. Parla di "show down culturale": "Sono rimasto stritolato in una zona grigia dove etica e laicita’ non si confrontano, ma si affrontano". E qui si nasconde forse l’insidia del racconto, nell’idea d’una zona grigia, quella che ha inghiottito i vinti, dove grigi diventano tutti i gatti e dove sembrano annullarsi le magagne d’una classe politica che ha dannato se stessa e stava per perdere il Paese. Nell’amarezza di Misiani s’alimenta l’idea che tutto sia equivalente o indifferente. Ma qui sta anche la scommessa, che la toga rossa propone quasi inconsapevolmente con la sua lunga confessione umana: a sei anni dall’inizio di Mani pulite, etica e laicita’ possono, forse devono, tornare a confrontarsi.*