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 2012  novembre 15 Giovedì calendario


FRANCO BATTIATO - QUANDO RINASCO


Alla fine dell’intervista, all’imbrunire, suona per me al pianoforte un preludio di Bach spiegandomi: «Più veloce di così è sbagliato». La giusta distanza tra le note è anche quella che Franco Battiato mette tra sé e il mondo. Intriso di misticismo e trascendenza ma attento ai problemi della gente, ha appena accettato, in Sicilia, l’incarico di assessore allo Spettacolo «a patto che non mi dessero né stipendio né auto blu». Mentre sorseggiamo un caffè ai cinque cereali nel suo salotto stracolmo di libri, riflette: «Uno, quando può, dà un segnale. Per fare bei progetti non servono nemmeno molti soldi». Accogliente, luminosa e poco appariscente, la casa di Battiato è come lui. Un posto incantato alle pendici dell’Etna, con un giardino a terrazze digradanti che guarda il mare e l’orizzonte lontano. Per parlare con lui, scopro subito, bisogna innanzitutto fidarsi. Poi, sganciarsi dal pensiero logico; provare a credere che, se solo lo vogliamo, in fondo tutto è possibile. A cominciare dal titolo del suo nuovo album, Apriti Sesamo: «Una parola magica per uscire dal tranello e liberare noi stessi. L’ho presa dalla favola di Sherazade e l’ho agganciata al mondo della meditazione».

Lei medita quotidianamente dagli anni 70. Una pratica che consiglierebbe a tutti?
Sì, però seriamente. Il come non importa: c’è chi medita con gli occhi aperti, chi con gli occhi chiusi. Diffidare dei supertecnici che ti suggeriscono posizioni, ti impongono di mantenere l’osso sacro in un certo modo: ognuno ha le proprie aspirazioni, capacità e gusti. Quel che conta soprattutto è il tempo: solo i grandi mistici possono permettersi di meditare poco.
Lei, quanto?
Un’ora, due volte al giorno, all’alba e al tramonto. Da un certo minutaggio in avanti, il corpo arriva a una tale immobilità che puoi staccartene e cominciare viaggi di altra natura. Ti rilassi, entri nel tuo mondo silenzioso: la meditazione ha bisogno di silenzio per funzionare.
Cosa c’entrano, scusi, vuoto e silenzio con la musica, che poi è il suo mestiere?
Non ho bisogno di suoni per vivere. Il silenzio puro è il massimo. Come diceva Gregorio di Nissa, ti permette di «vedere nel non vedere». La maggior parte della gente cammina per strada senza sapere di avere un corpo, né che siamo pieni di energia. Invece quando cominci a nutrire il tuo corpo attraverso la meditazione raggiungi uno stato vitale più pieno e consapevole. Meditare scioglie le tensioni, permette di scacciarle altrove. Come se stessimo passando una palla. Siamo tutti interconnessi, lo sa? La parola giusta è entanglement. Significa “avviluppamento” e non è l’invenzione di un mago ma di un grandissimo fisico quantistico, David Bohm.
Come compone un album un musicista-mistico?
A cinque anni dall’ultimo disco di inediti mi sono messo alla chitarra e ho sentito qualcosa di superiore che mi prendeva per mano. Noi artisti lo sappiamo bene: spesso prendiamo le idee dall’etere. A volte, ma solo a volte, per lavorare facciamo invece affidamento sul nostro intelletto: a me per esempio è successo con la Voce del padrone.
Non è andata male: in Italia è stato il primo disco della storia a vendere più di un milione di copie.
Altre volte però, e non me ne cruccio, ho la sensazione di essere solo un tramite. Come quando ho scritto La cura. E in un’altra canzone, L’ombra della luce, mi è venuta l’intuizione di cantare: «Difendimi dalle forze contrarie». Una meraviglia, non trova? È stato come avvertire un’invisibile carezza.
Nel nuovo album, le è successo?
Sì, in Il testamento. Mi sono svegliato di notte e mi sono alzato per prendere appunti, una specie d’ispirazione. Non mi piace chi descrive le sue canzoni chiamandole “i miei figli”: le canzoni non ci appartengono, come del resto quasi niente nella vita.
Nel testo dice: «Cristo nei Vangeli parla di reincarnazione».
Vero, anche se la Chiesa non accetta di parlarne. Quante volte qualcuno di loro mi ha detto: «Sa, sono temi delicati». «In che senso?» ho risposto. Vede, io credo che dopo quest’esistenza ce ne sia un’altra, e poi un’altra ancora. E mi preparo ogni giorno alla morte come fanno i tibetani, che ogni sera prima di coricarsi girano la ciotola del cibo, vuota, e pensano: «Potrebbe non servirmi più».
Sarebbe pronto a morire in questo momento?
Mi ci sto preparando seriamente.
Tra l’altro, secondo la reincarnazione non si muore, ci si trasforma.
Certo. È un passaggio, proprio come la nascita. E se hai imparato a dominare un po’ l’ego, il passaggio è meno spiacevole; a ogni reincarnazione corrisponde un destino migliore. Quel che facciamo in questa vita presente si riverbera sulle successive: perciò c’è chi si reincarna in uno scarafaggio, o in un serpente.
Mi vengono in mente alcuni possibili futuri scarafaggi.
(Ride, ndr) Però il mondo sta cambiando. I delinquenti, in questo momento, sono perdenti. Prenda Obama in America: il buono avanza, un uomo nuovo sta nascendo, e io sono contento.
Se le chiedessi di tracciare un bilancio provvisorio?
So di vivere una vita straordinaria, al di sopra delle mie aspettative. Motivo per cui mi piace l’idea di fare stare bene qualcun altro, se ci riesco.
Però ha fama di artista riservato e schivo.
Lo sono. Non ho mai coltivato un rapporto con il pubblico. In vita mia avrò risposto, in tutto, a una decina di lettere di ammiratori. Ma, a distanza, sono felice quando scopro che qualcuno ha trovato la sua strada. Per esempio quando un ragazzo mi scrive che vuole studiare la matematica pura.
A gennaio comincia il suo tour europeo.
Mi fa piacere rivedere alcune città estere, ma confesso: in generale mi muovo controvoglia. Tanti miei amici cantautori a casa stanno male, amano girare. Io mi sono sempre sentito uno stanziale costretto al nomadismo. Mi piace la mia casa, sono un solitario. Non asociale: però non sono capace di condividere l’esistenza quotidiana con altre persone. Ho sempre dormito volentieri da solo, tranne le rare volte in cui a letto facevo un’altra cosa. Ma era un fatto legato al periodo, poi mi sono concentrato su altro.
Per esempio?
In questi anni ho lavorato molto per passare dalla rabbia alla compassione. Quel che prima mi faceva innervosire, ora m’impietosisce.
Come è cambiato invece, nel tempo, il suo rapporto con la voce?
Certamente evolvendosi migliora anche quella. Però anche da giovane ho sempre cantato per essere me stesso, mentre molti usano la voce per imitare qualcun altro.
Me ne dica uno.
Non lo farei neanche sul letto di morte.