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 2012  ottobre 22 Lunedì calendario


CARI AMICI LOBBISTI DEL TRANSATLANTICO

Sulla presunta mafiosità di Marcello Dell’Utri, il napoletano Amedeo Laboccetta ha sempre avuto slanci di cieco garantismo fraterno: “Ho sempre creduto nell’innocenza dell’amico Marcello. Gli italiani onesti sono tutti con lui”. Ai tempi della Prima Repubblica, Laboccetta era un furioso moralizzatore missino, salvo finire in manette per una tangente. Era il ‘93. Poi assolto nel 2001. Cranio lucidissimo, predilizione per gessati e completi celesti, sigaro in mano, il deputato del Pdl quando esce a fumare nel cortile di Montecitorio si accompagna ai corregionali Nicola Cosentino, inquisito per camorra, e all’ex tuttofare tremontiano Marco Milanese, al centro di varie inchieste. Laboccetta è il centravanti della lobby pro-Corallo, al punto da aver sponsorizzato in passato la nomina dell’amico Francesco, il re delle slot machine, a console onorario di Saint Marteen. Del resto, negli anni trascorsi nel limbo del processo per quell’arresto del ‘93, l’ex missino si diede al gioco come rappresentante dell’Atlantis. E quando ritornò in pista con An, grazie a un fortissimo legame con Gianfranco Fini, poi rinnegato con la scissione di Fli, l’Atlantis finanziò la campagna elettorale di La-boccetta con 50 mila euro.
SE IL PARLAMENTARE del Pdl dal cranio luccicante è il centravanti di sfondamento della lobby “corallina”, Milanese ne è un’ala preziosa. L’ultimo guaio giudiziario per lui è arrivato dall’inchiesta su Ponzellini e la Bpm: una legge ad hoc per l’Atlantis (lui nega). Nell’ambito delle indagini, La-boccetta è stato il protagonista di un episodio incredibile: durante una perquisizione della Finanza negli uffici di Corallo a Roma, ha sottratto ai militari un computer. Se l’è messo sotto il braccio e non ha voluto sentire ragioni: “Sono un parlamentare, questo pc è mio”. In Parlamento, le lobby che proteggono il business del gioco sono trasversali e si tutelano anche dalle scissioni. Dallo strappo di Fini del dicembre 2010, Corallo è uscito incolume: da un lato Laboccetta, rimasto con Berlusconi, dall’altro il deputato Francesco Cosimi Proietti detto “Checchino”, fedelissimo del presidente della Camera. Illuminante è la lettura dei finanziamenti dispensati dalla Snai, una delle tredici concessionarie, alle campagne elettorali: 150 mila euro alla Margherita, 45 mila all’allora tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, 30 mila all’Udc di Pier Ferdinando Casini, 60 mila al comitato per Alemanno sindaco di Roma, 45 mila agli autonomisti siciliani di Raffaele Lombardo.
ANCHE IL SOBRIO governo di Mario Monti non ha resistito alle sirene delle slot machine. Cinque mesi fa, il senatore del Pdl Raffaele Lauro ha gridato solitario la sua rabbia per la mancata introduzione delle norme antimafia per le società del settore: “Una cosa vergognosa. Alla Camera un emendamento del mio partito le ha cancellate, poi al Senato il governo le ha ritirate. Le lobby hanno convinto anche i tecnici”. Lauro aggiunge: “Abbiamo chiesto alle concessionarie di fornirci i contratti pubblicitari, inutilmente. Dalla loro consultazione si capirebbe facilmente il silenzio della grande stampa e delle tv su questo business”. Non solo. A settembre, il ministro della Sanità Renato Balduzzi ha azzerato il divieto di distanza tra le sale da gioco e i “luoghi sensibili”. Una giustificazione c’è, come ha detto il sottosegretario Polillo in Parlamento: “Il gioco d’azzardo è la quinta industria del Paese”. Fabrizio D’Esposito • È COME L’EROINA MA PROIBISCONO LE CANNE - Immagina, puoi, direbbe George Clooney. Immagina un Paese in cui lo spinello resta proibito, ma dove quasi a ogni angolo di strada l’eroina si può comprare, senza controllo, nelle tabaccherie, nei bar, oppure in sale riservate ai dipendenti compulsivi. Adesso non immaginare più, perché quel Paese esiste, ce l’hai sotto i piedi, è l’Italia. Se il gioco è una droga (non sempre lo è, ma lo può diventare, e su questo la responsabilità dello Stato è decisiva), è proprio questo che accade da quando sono state legalizzate le slot ma-chine, che stanno al gioco d’azzardo come l’eroina sta all’assunzione di stupefacenti. I dati degli ultimi due anni, da quando è stata legalizzata l’ultima generazione di macchinette, denominate Vlt (Videolottery), sono impressionanti. Le Vlt hanno superato le 45 mila unità, la loro raccolta complessiva è stata di oltre 10 miliardi di euro nel primo semestre 2012, a cui vanno sommati i 14 miliardi delle cosiddette “new slot”. L’erario dello Stato ci ha guadagnato 2,4 miliardi, la prima voce assoluta dei proventi assicurati dal comparto del gioco, il cui totale è di 4,6 miliardi.
Cifre che parlano da sole. Ma perché azzardiamo – è la parola – il paragone tra macchinette e droga pesante?
Le Vlt che ci hanno invaso hanno prestazioni devastanti: i rulli digitali girano a velocità supersonica, con un’opzione che rende possibile la ripartenza automatica (vietata in molti paesi), in modo da consentire anche 10-20 colpi al minuto; da tempo non c’è più bisogno di inserire le monetine, basta adagiare le banconote in una fessura, una specie di bancomat alla rovescia, e subito la cifra viene caricata dal software; le puntate possono arrivare a 10 euro al colpo (che significa anche 200 euro al minuto). Certo, si può vincere, e il pay out, ossia la quota di restituzione stabilita per legge, si aggira sull’85 per cento delle giocate. Ma in questa percentuale bisogna calcolare anche i jackpot da centinaia di migliaia di euro. Quindi la restituzione ordinaria di una seduta di gioco difficilmente supererà il 50 per cento.
Macchine così potenzialmente devastanti dovrebbero essere quantomeno confinate in luoghi ben precisi e controllati. Luoghi che esistono in tutto il mondo da sempre. Si chiamano casinò. In quasi tutta Europa è impossibile trovare macchine così sofisticate e devastanti fuori dai casinò. Da noi, invece, le case da gioco continuano a essere proibite (come lo spinello), ma in compenso fioriscono i luoghi in cui è possibile trovare le Vlt. In tutto 76.912 esercizi pubblici tra punti gioco, agenzie scommesse, sale bingo, tabaccherie, e naturalmente il bar sotto casa. Immagina, puoi. In nessun altro paese ci si può rovinare con l’eroina del gioco in modo altrettanto fantasioso, e in nessun altro paese la strada della rovina è altrettanto lastricata di ipocrisia. Nanni Delbecchi • LO STATO BUTTA 50 MILIONI SEQUESTRATI AI BOSS DEL POKER - Il clan dei casalesi – e non solo – lo usava come un bancomat: Renato Grasso, con le slot della sua Betting 2000, guadagnava tanto da anticipare soldi alla camorra. Quando la magistratura ha vinto la battaglia, ottenendo la sua condanna e sequestrando la sua florida azienda, anche lo Stato avrebbe potuto guadagnarci parecchio: 50 milioni. Soldi mai incassati. Parliamo dell’offerta avanzata dalla Sisal e non accolta dallo Stato per acquistare Betting 2000 srl. “In casi come questi, quando ci sono società confiscate alle mafie, la strada maestra deve essere la vendita”, dice Catello Maresca, uno dei pm che ha indagato su Grasso. La Betting 2000 rappresenta un paradosso: in mano alla camorra funzionava benissimo. In mano allo Stato, però, perde valore. Paradosso ancor più stridente se consideriamo che il settore dei giochi sarebbe affidato allo Stato.
Nel 2006 la Betting 2000 di Grasso riesce ad aggiudicarsi – attraverso i Monopoli di Stato – ben 58 punti vendita: è il nono gestore in Italia, alle spalle di colossi come Lottomatica e Sisal. Il “re delle slot” è un uomo dall’aria dimessa, con la polo grigia chiusa fino all’ultimo bottone. Eppure riesce a trattare ad armi pari con i casalesi, a entrare in contatto con calabresi e siciliani. Un’alleanza in nome delle slot.
GRASSO è già condannato per i suoi rapporti con la camorra – sentenza definitiva – e non può comparire ufficialmente nelle operazioni: si affida così a prestanome che provvedono a individuare le aziende in cui investire, curano i rapporti con dirigenti dei Monopoli e si adoperano per favorire l’adozione dei provvedimenti normativi più utili. Nel frattempo, Grasso, s’è assicurato il monopolio dei videopoker grazie alla camorra: stringe accordi con quasi tutti i clan, dalla zona flegrea, con i Lago, Contino e Marfella fino a Fuorigrotta e al boss Mario Iovine dei Casalesi. Ogni clan obbliga gli esercenti a installare le sue slot. In cambio, Grasso garantisce un introito e anticipa soldi. Un bancomat. Così le sue aziende fatturano 10 milioni al mese e si espandono fino a 3.600 punti vendita. Grazie alla legalizzazione del settore delle slot, nel 2004, Grasso fa il grande salto. Una società intestata anche ai suoi fratelli, la Duegi, entra nel grande giro stipulando un accordo con Sisal. Le slot dei Grasso raccolgono nel periodo 2004-2008 per Sisal ‘base imponibile’ per 635 milioni. Un’intercettazione ambientale in carcere, però, insospettisce il Gico della GdF. Inizia un’indagine ben fatta: Grasso viene condannato, mentre l’azienda sequestrata passa allo Stato. Immessa nell’economia legale, però, non funziona più. Nel settore del gioco la camorra, con le sue modalità violente, inquina il mercato. E lo Stato – anche quando vince le sue battaglie – non riesce ad andare fino in fondo. Quando la Betting 2000 arriva nelle mani degli amministratori giudiziali vale parecchio. E la Sisal, una delle più grandi concessionarie, la vuole per sé: così offre 50 milioni per il pacchetto di aziende che comprende la Betting 2000 e il gruppo Meth.
I PM DANNO l’approvazione per la cessione. La parola passa al gip che vuole valutare la congruità dell’offerta, chiede chiarimenti. Nel frattempo la competenza per la vendita passa dal gip al Tribunale. E lì tutto si blocca. Scadono i 6 mesi dell’offerta , Sisal proroga il termine, ma il contratto non sarà mai chiuso. Risultato: oggi Betting 2000 non vale più quei 50 milioni. Le concessioni sono scadute. In parte non sono state rinnovate: per un altro pasticcio della legge, infatti, sono ad personam e quindi - incredibilmente - legate al nome di Grasso. La società non ha partecipato alle gare. Non è sul mercato. Francesca Biagiotti Antonio Massari • IL BANDITO CON UN BRACCIO NUOVO PROFETA DELL’ARCI - Eppure lo statuto è chiaro: un’associazione che si richiama ai valori della Costituzione e che si definisce “rete integrata di persone, valori e luoghi di cittadinanza attiva che promuove cultura, socialità e solidarietà”. Eppure i videopoker – o slot machine, soprannominate anche “bandito con un braccio solo” – sono parte integrante dei circoli Arci. Parlano i numeri di Bologna, se ci fossero dubbi: 27 circoli sui 110 sono riempiti dalle macchinette. Di tutti i tipi e generi, collegati a circuiti con un jackpot alto.
Bologna come il resto d’Italia: la percentuale ha la stessa ripartizione. Lo sanno i dirigenti dell’Arci che la presenza di macchinette è in conflitto con quello che è il loro statuto, la missione, la politica. Ma sanno anche che servono per tirare a campare, per mantenersi in vita. L’Arci col tracollo del Partito comunista ha retto a tutte le metamorfosi, ha superato gli ostacoli, si è battuta per i diritti dei più deboli, ma alla fine il bilancio deve tornare. La pena è chiudere baracca e burattini.
“NEI NOSTRI circoli – racconta Stefano Brugnara, presidente provinciale dell’Arci Bologna – videopoker e affini non sono mai l’attività principale, ma solo elementi commerciali collaterali. La nostra linea è quella del superamento di questa situazione attraverso campagne di sensibilizzazione culturale. Se qualcuno proponesse in direzione di imporre la rimozione di tutte le macchinette potrei anche concordare in linea teorica, ma abbiamo scelto un’altra via”. Non un’ammissione, ma la linea è quella: sono legali, siamo nella legalità. Franco Fanizzi, vicepresidente del circolo San Lazzaro di Savena, ancora Bologna, 5 mila iscritti e una fila di slot machine “tutte alla luce del sole”. “Andrò controcorrente – ha detto Fanizzi al Fatto Quotidiano – ma io non sono per l’eliminazione delle macchinette. Intanto sono legali, poi non violano lo statuto e il nostro codice etico. Dico di più: noi puntiamo sui grandi numeri. Quando un iscritto arriva da noi magari si prende un caffè, gioca a bocce e poi si fa una partita alla slot machine non c’è niente di male. Tutto il circolo può vederlo, controllarlo e nel caso aiutarlo.
Personalmente mi è capitato di convincere tre o quattro persone a darsi una regolata: stavano davvero esagerando”. C’è poi un altro problema. La presenza dei videopoker a volte è necessaria per sostenere le attività istituzionali e culturali dei circoli. “Anche due o trecento euro sono importanti per i circoli più piccoli e con meno soci – spiega Fiorella Zaniboni, dall’alto del suo osservatorio provinciale – A quel punto anche volendo diventa difficile fare a meno delle macchinette, a meno di non voler eliminare attività culturali importanti. Per questo stiamo studiando l’idea di compensare eventuali perdite economiche per i circoli che decideranno di fare a meno dei videopoker”.
DETTA COSÌ non ci sarebbe niente di male. Ma si contraddice con quanto l’Arci, nel 2010, attraverso la presidenza nazionale nella persona di Paolo Beni: “Via le macchinette da tutti i circoli”. L’annuncio non ha mai avuto seguito. L’Arci ha deciso di mantenere la linea per sopravvivere, al tempo stesso cercherà di seguire da vicino, attraverso corsi, incontri e dibattiti, i casi che sfiorano la patologia medica.
Che non sono pochi. Nella vicina Reggio Emilia esiste addirittura una comunità terapeutica per i dipendenti da gioco d’azzardo. L’obiettivo è guarire i giocatori dalla dipendenza riconosciuta dalla medicina. “Si tratta di un trattamento intensivo – spiega il presidente della Onlus Papa Giovanni XXIIII, Matteo Iori che si occupa dei giocatori patologici e compulsivi – nell’arco di tre settimane gli ospiti della struttura ricevono tutte le istruzioni per poter affrontare con la libera scelta, una volta usciti, l’uscita dalla schiavitù del gioco d’azzardo. È un fenomeno gravissimo che è esploso in maniera esponenziale specialmente con la legalizzazione delle slot machine”, spiega Iori. Intanto, però, l’Emilia rossa scommette. Del resto alla sinistra non dispiace che i compagni giochino. Erano stati proprio i Ds a gettarsi anima e corpo nell’avventura del Bingo all’inizio del Millennio. A destra rispose il Bingo verde del Carroccio. Dovevano rimpolpare le casse dei partiti e magari di qualche imprenditore di area. Ma la storia finì male. Emiliano Liuzzi • AL DIAVOLO ATLANTI E LIBRI ORA SI TENTA LA FORTUNA - C’è una zona delle Ande, lungo il confine cileno tra il 420 e il 521 parallelo, che ha un nome molto familiare per gli italiani: De Agostini. Ma non è il solo pezzo di America latina che si chiama come il salesiano Alberto Maria, il piemontese che all’alba del Novecento scoprì dentro di sé, oltre alla fede, anche un’altra vocazione: l’esplorazione. I cileni gli hanno dedicato un fiordo lungo 35 chilometri lungo il massiccio centrale della cordigliera fueghina. E una vasta regione della Terra del Fuoco, formata da 350 mila ettari di boschi, si chiama Parco nazionale Alberto Maria De Agostini. Nel 1901 il fratello del pioniere, Giovanni De Agostini, fonda a Roma l’omonimo istituto geografico: a due passi dalla Fontana di Trevi campeggia l’insegna con il marchio che per decenni avrebbe accompagnato gli italiani alla scoperta del mondo. Nel ‘22 esce il Grande atlante geografico e il Corriere annota la soddisfazione di Vittorio Emanuele III: “Finalmente dopo tanti anni di tributo ai grandi atlanti tedeschi, inglesi, francesi, siamo liberati da questa umiliante schiavitù”.
POI È UN SECOLO lungo d’innovazioni e divulgazioni: nel 1954 nasce il Milione, enciclopedia geografica ordinata per continenti e Paesi. Alla fine, si legge nella storia della casa editrice, “saranno 312 fascicoli settimanali di 32 pagine ciascuno, per 15 volumi conclusivi di 10.000 pagine, con oltre 16.000 illustrazioni. Il primo fascicolo è venduto al prezzo di 200 lire e va a ruba, tanto che si deve procedere con urgenza alla ristampa”. Si apre l’era del collezionabile. E mille dita di bambini, sporche di merenda, a percorrere sull’atlante le strade di luoghi lontani e sconosciuti. Nel 2001 la De Agostini compie 100 anni. Ai festeggiamenti partecipa anche il presidente Carlo Azeglio Ciampi. E lo slogan scelto per l’occasione suona così: “Da cento anni alla scoperta del futuro”. All’inizio del Terzo millennio della poesia e della scoperta però non resta molto: l’ultima riga delle favole non sempre è un finale lieto.
DE AGOSTINI OGGI controlla, con una quota di maggioranza assoluta, Lottomatica Group. Sì, quella del Lotto, del Gratta e Vinci, del poker on line, “il più grande player mondiale nel settore delle lotterie, dei giochi e dei servizi”. Come promette la home page del sito dedicato al poker, un monte-premi da 2,5 milioni di euro, roba da far perdere la testa. Decisamente più della cartina della Terra del fuoco. Senza contare che con tablet e smartphone oggi si può giocare sempre e ovunque. Carmina non dant panem (con la poesia non si mangia): lo dicevano già i latini. Gli affari sono affari e questi sono decisamente importanti: la spesa totale del consumatore sul gioco d’azzardo è passata dai 19,5 miliardi del 2001 ai 79,9 miliardi del 2011 (24,4 miliardi di raccolta nei primi sei mesi del 2012). Sempre nel 2011, a Ferragosto, il governo Berlusconi emanò un decreto che liberalizzava il gioco d’azzardo on line. E indovina chi qualche settimana prima aveva annunciato il proprio debutto nel gioco d’azzardo in Rete? Mondadori, entrata nel magico mondo del gioco sul web con una società che si chiama Glaming, partecipata al 70% da Segrate.
COSÌ ANCHE Mondadori – nata come De Agostini nel primo decennio del Novecento e, secondo i magistrati, acquisita fraudolentemente da Berlusconi tra gli anni 80 e 90 – “diversifica” di fronte alla crisi. Chissà cosa direbbe Giulio Einaudi, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, visto che ormai anche il suo Struzzo è del gruppo Monda-dori. Lui che, come ha raccontato Roberto Cerati a Repubblica, al principio della crisi della casa editrice un giorno si mise a piangere davanti a lui. “Ci trovammo a passeggiare in collina prima di colazione. Si fermò e mi disse: più vendiamo e più perdiamo, non so fino a quando resisteremo. Piangeva, ma era come se mi chiedesse di non vedere”. Forse non vorrebbe sapere che la casa editrice è finita nel gruppo di Glaming. Era nata nel ‘33, attorno a un gruppo di amici (lo stesso Einaudi, Leone Ginzburg, Massimo Mila, Norberto Bobbio, Cesare Pavese poi Natalia Ginzburg e Giaime Pintor) e il motto scelto per l’impresa era “Spiritus durissima coquit”, lo spirito digerisce le cose più dure. Silva Truzzi