(Pier Mario Fasanotti, La Stampa, 12/12/1988), 12 dicembre 1988
SOGNAVAMO 1000 LIRE AL MESE
Storia della vita quotidiana nell’Italia fascista
In treno, la terza classe era più cara della prima di oggi - La «Balilla» costava una volta e mezzo lo stipendio annuo d’un capocommesso di ministero - In campagna, anche il gabinetto era un lusso - Gian Franco Vene racconta un’epoca: i problemi della gente, gli oggetti, le fatiche, le illusioni, la pubblicità, le celebri canzoni
Ore 18 del 9 maggio 1936: Benito Mussolini annuncia l’annessione dell’Etiopia: «L’impero ritorna sui colli fatali di Roma». Ore 18, una domenica di aprile del ’37: gran folla attorno alla gelateria torinese «Paolino» per celebrare, con meno enfasi, ma forse con più capillare partecipazione, l’invenzione del «Pinguino», un gelato rivoluzionario: un tronco di piramide di crema ricoperto da uno strato di cioccolato fondente e infilato su una stecchina di legno. L’impero fascista andò in frantumi, il «Pinguino» sopravvisse a tutte le guerre e a tutte le mode. Più o meno tutti hanno memoria, diretta o indiretta, del discorso del duce: pochi però sono in grado di fare scorrere nella propria mente il film di una folla domenicale durante il ventennio. Come vestivano, che dicevano, che facevano? Come eravamo quando Mussolini tuonava dal balcone di piazza Venezia? Questo straordinario cinegiornale sui costumi degli italiani in camicia nera è diventato libro: Mille lire al mese (Mondadori), come cantava una canzonetta allora mollo in voga, che riassumeva l’aspirazione di quel tempo a vivere con decoro, se non proprio con agiatezza.
L’autore del volume, Gian Franco Vene, ha compiuto una minuziosa ricerca storica che non ha risparmiato le fonti meno prevedibili: dagli annunci pubblicitari ai consigli sul bon ton che comparivano sui rotocalchi; dalle testimonianze dirette ai proclami della piccola e petulante burocrazia. Vene racconta la quotidianità del popolo italiano sotto il fascismo.
Torniamo alla gelateria «Paolino». Quelli seduti ai tavolini erano borghesi piccoli e medi, molti dei quali non si potevano permettere una gita fuoriporta. Attorno, in piedi i meno abbienti, ad ascoltare a sbafo l’orchestrina. Bambini col gelalo, madri con la veletta e padri con la macchina fotografica a tracolla. Consumavano pellicole Isopan, Agfa e Ferrania, e decretavano l’agonia del mestiere di fotografo ambulante, dal grande apparecchio di legno con tendina nera. Vinceva la macchina Agfa che, ripiegata, era più grande di un libro. Qualche ora prima, il pranzo domenicale. Un rito. Il padre arrivava a casa col vassoietto delle paste appeso al mignolo. Aveva fatto sosta al caffè per l’aperitivo. Il cognac italiano, dannunzianamente, era chiamato Arzente. Le signore preferivano il bitter o il vermuth bianco. Molto richiesti erano l’Americano, il MiTo (metà del torinese Punt e Mes, metà del milanese Campari) e il più economico Splitz.
La domenica era anche il giorno della gita. In treno. Convogli più lenti di oggi, che però coprivano lo stesso percorso in minor tempo. Viaggiare era un lusso: la terza classe costava un terzo di più della prima di oggi. In compenso nei vagoni la pulizia era ossessiva, gli ottoni e le leghe di alluminio erano lucidati ogni giorno, i ferrovieri ossequienti, la milizia severa verso i clandestini. Non molti viaggiavano. Da Milano al mare, in prima classe, ci volevano 80 lire, il doppio del costo in benzina per una Balilla con quattro passeggeri. Ma di automobili durante il ventennio ne circolavano poche. Nel ’22, anno della marcia su Roma, ce n’erano 40 mila (gli italiani erano 38 milioni), nel ’24 salirono a 57 mila.
L’automobile dei ricchi era la Lambda. 70 litri di benzina per poco più di 200 chilometri, un sistema di sospensioni che poi sarebbe stato adottato dall’americana Ford. La centomillesima automobile fu festeggiata nel ’26 (quando il fascismo diventò dittatura). Nel ’32 la Fiat presento al salone di Milano la Balilla 508, la prima vettura popolare: 7 litri e mezzo di benzina per 100 chilometri, velocità massima 80 km l’ora, prezzo da 9900 a 10.800 lire, ossia una volta e mezzo lo stipendio annuo di un capocommesso del ministero.
I treni si affollavano anche durante il famoso sabato fascista, nato con festoso annunzio delle sirene delle fabbriche e delle campane, alle 13 del 22 giugno ’35. Quel giorno divenne anche il giorno dell’amore. I coniugi mandavano i figli, dalle 14.30 alle 16, alla Casa del balilla e potevano godere di una certa intimità, facendo attenzione a non rispondere al suono dei campanelli azionati dai monelli ben consapevoli di quanto succedeva dentro migliaia di pareti domestiche.
Imperava la bicicletta. Tutti pedalavano. Nei cortili delle fabbriche le bici erano parcheggiate in enormi rastrelliere, coperte quelle degli impiegati, senza tettoia quelle degli operai. Al mattino tutti in sella, dopo una toilette sommaria a causa del freddo negli appartamenti e della penuria di bagni. Un censimento compiuto nel ’31 nei capoluoghi rivelò che su 100 appartamenti 88 non disponevano di toilette. I gabinetti era condominiali.
I bambini di campagna facevano la pipì, e il resto, all’aperto, solitamente al mattino presto, o alla sera. Per la paura del buio, il regime raccomandava: «Se dal bosco esce la fiera / Dille: son camicia nera!». Poi c’era la vestizione. Molti tenevano i pantaloni sotto il materasso per garantire la riga. A parte le uniformi, scrive Vene, il fascismo «non cercò mai di intrufolarsi direttamente nella moda maschile». Diverso il discorso sulla moda femminile. Le più abbienti andavano dalla modista, consigliera di eccezione. Sognavano il cappellino firmato, segno di distinzione sociale. Sul finire, degli Anni 30 s’invento il turbante, che aveva sul davanti un gran fiocco. Durante la guerra, con gli sfollamenti, le donne scoprirono, con qualche risentimento, che in testa avevano lo stesso copricapo delle contadine: il fazzolettone annodato.
La cosmesi era pressoché sconosciuta. Un po’ di rossetto, ma solo dopo il matrimonio. Strumento di seduzione era la sottoveste. E la calza con la riga. Peccaminoso, ma ambito, era il reggicalze nero ornato di guarnizioni di raso: costava 12.50 lire alla Rinascente.
La sera si conversava. Oppure si ascoltava la radio. Ce n ’erano poche: meno di 30 mila nel ’26; 40 mila nel ‘27 grazie ai resoconti delle partile di calcio (voce di Nicolò Carosio). Fino agli Anni 30 in Italia c’erano più automobili che apparecchi radio. Un dato che certamente stupisce. Solo nel ’31 avvenne il sorpasso: 242 mila apparecchi radio contro 188 mila auto. Gli intellettuali consideravano il mezzo radiofonico «ideale per gli imbecilli». Fattosta che quella scatola parlante acquistò sempre più popolarità. E il regime approfittò dei radiogiornali (alle ore 20) per fare propaganda: frasi di disprezzo contro Francia e Inghilterra lanciate da fegatosi commentatori come Roberto Forges Davanzali, Rino Alessi e Mario Appelius. Col passare del tempo e con i perfezionamenti tecnici, gli italiani cominciarono a imparare a sintonizzarsi sulle onde cortissime. Ed ebbero una sorpresa: udirono gli appelli di gruppi antifascisti. La clandestinità incuriosiva, ma non ancora per motivi politici, piuttosto per la stravaganza di quei programmi notturni.
E al fascismo la notte non piacque mai molto. Troppo intima, come ricordava Emilio Radius, troppo riflessiva. Guardacaso gli italiani si accorsero dell’imminente tragedia proprio di sera: con l’oscuramento che, con metafora giornalistica, era chiamato «città in azzurro» (azzurrognolo era il colore degli agglomerati urbani). La prima esercitazione di oscuramento aereo avvenne il 30 agosto 1939. Le persiane sbarrate non nascondevano la realtà gioiosa dei bordelli (andarci era «fascista») che si chiamavano casini, ma la vigilia di un qualcosa che sarebbe stato il contrario del piacere: la guerra.