Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1981  ottobre 13 Martedì calendario

ARMI LEGGERE, TRAFFICI PESANTI

C’ è un settore di mercato – tutt’al­tro che nobile – che si sta facendo beffe della crisi economica mon­diale. Secondo il rapporto Small Arms Sur­vey 2012, «il valore annuo dei trasferimenti legali di armi leggere e di piccolo calibro, compresi accessori, ricambi e munizioni supera gli 8,5 miliardi di dollari», oltre il dop­pio rispetto al 2006. Se si sommano i traffi­ci illeciti, i profitti varcano la soglia fatidica «dei 10 miliardi di dollari l’anno», precisa E­ric Berman, direttore generale della ricer­ca. Nonostante i bilanci occidentali della di­fesa siano sempre più ridotti, le prospetti­ve per gli armamenti leggeri non sono af­fatto negative. Nel 2009, «anno in cui i dati disponibili sono più affidabili», gli Stati U­niti hanno primeggiato fra gli esportatori, con 706 milioni di dollari, seguiti dall’Italia (507 milioni) e dalla Germania (452 milio­ni). Sempre gli Usa, il Regno Unito e l’Ara­bia Saudita figurano tra i principali impor­tatori.

I francesi si piccano di avere il leader mon­diale nella produzione di macchinari per munizioni (Manhurin) e, alla faccia della trasparenza, hanno giocato un brutto scher­zo alle organizzazioni non governative. Per la prima volta nella storia del salone Euro­satory (giugno 2012), Amnesty international France, Ccfd-Terre solidaire e Oxfam Fran­ce sono state interdette dall’accedere agli stand, opulenti in armi leggere e di piccolo calibro. È un cattivo segno, seguito dal fal­limento del trattato sul­la moralizzazione delle vendite d’armamenti convenzionali, arenato­si a luglio all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti hanno la maggiore re­sponsabilità, avendo ri­fiutato di includere le munizioni nel testo del trattato. Producono più di 6 miliardi di car­tucce l’anno. La Cina ha preteso di escludere le armi leggere, che e­sporta massicciamente verso i pae­si in via di sviluppo. Per lei sono af­fari d’oro: che si tratti di fucili d’as­salto o di lanciagranate automatici, il marchio Norinco è il principale for­nitore di armi leggere in Africa, ove fattura 500 milioni di dollari l’anno, contro i 250 del 2006. Non paga, Pe­chino ha aperto tre fabbriche di ar­mi leggere in Sudan, vicino a Khar­tum, per poi espandersi in Zim­babwe e in Mali. Degli impianti su­danesi non si sentiva proprio il bi­sogno: il paese è fra i pochi in Africa a disporre di un’industria della dife­sa. La Military industry corporation produce fra l’altro munizionamen­to e proiettili, alimentando le ten­sioni in Darfur e col vicino meridio­nale.

«Impossibile sapere con certezza quante armi circolino attualmente nel mondo’, precisa Matt Schroeder, coau­tore del rapporto Small Arms Survey. Ma le stime lasciano pochi dubbi. Mai nella sto­ria dell’uomo c’è stata una diffusione così capillare di armamenti leggeri e di piccolo calibro: fucili automatici, mitragliatrici, lan­ciagranate, revolver, mortai, missili porta­tili anticarro e antiaereo, mine e così via. Non meno di 500 milioni di esemplari in­sanguinano i quattro angoli del pianeta. Nella sola Africa, ne circolano 100 milioni. Con le conseguenze ben note: il 90 per cen­to delle vittime di guer­ra sono uccise da armi leggere. Temibilissimi sono i missili terra-aria portatili, che offrono tut­te le caratteristiche bra­mate dai terroristi: sono poco ingombranti (1 m), leggeri (20 kg), facili da dissimulare e possono colpire un aeromobile a 4mila metri di distanza. Dato non trascu­rabile: sono poco onerosi.

Sul mercato clandestino u­no Stinger vale da 80mila a 250mila dollari. Non meno di 750mila missili si trovano oggi in giro per il mondo. Trenta organizzazioni ter­roristiche e guerrigliere pos­siedono Sa-7, Sa-14, Sa-16, Sa-18, Redeye o Stinger: fra loro si trovano senza sor­presa al-Qaeda, Hezbollah, le Farc colombiane e altri.

I dati doganali parlano chia­ro: ogni anno si aggiungono al triste computo 530-580mila nuove armi da fuo­co, prodotte da un migliaio di aziende in un centinaio di paesi. Il fucile d’assalto belga Fal è fabbricato fra gli altri in Argentina, Australia, Brasile e India e adoperato da almeno 65 eserciti. Il fa­moso Kalashnikov è stato prodotto in 100 milioni di esemplari e sul mercato nero a­fricano lo trovi per 30 dollari, sia nella ver­sione Ak-47, sia nelle più recente Ak-74. Ar­ma eserciti, miliziani, guerriglieri e banditi. Osama Bin Laden amava farsi fotografare con l’Akr, mentre nei filmati di Ayman al-Zawahiri spicca in primo piano un Ak-74 dotato di lanciagranate. Fra i movimenti ri­voluzionari, palestinesi o islamici, sono in voga le bandiere effigiate con un Ak-47.

Secondo l’Ong Oxfam, i 26 paesi sotto em­bargo internazionale o regionale sono riu­sciti a importare armi per 2,2 miliardi di dol­lari dal 2000 ad oggi. Una gran parte del commercio è opaca, specie in Africa, Asia e Medio Oriente. Molte partite di armi che giungono nel continente africano sono smerciate in piccoli lotti a compratori per lo più ignoti. La città di Warri, sul delta del fiu­me Niger, è uno dei crocevia principali dei traffici, con direttrici di sbocco in Camerun, Gabon e Guinea-Bissau.