Massimo Sideri, Corriere della Sera 09/10/2012, 9 ottobre 2012
LA SFIDA PER AVERE
«.mail». POSTINI MONDIALI ANTI GOOGLE — Non è certo la prima battaglia per un dominio. E non sarà l’ultima. Ma nello scontro a distanza tra il «.post» e il «.mail», di cui si sta occupando anche la diplomazia postale in seno all’Onu, c’è molto di più della semantica e del marketing che fino ad ora hanno animato questo tipo di confronti. Ormai è chiaro che quando parliamo di Internet parliamo di modelli di business e occupazione. E questo braccio di ferro tra colossi lo dimostra: da una parte c’è Google che ha chiesto all’Icann, l’ente non profit che governa gli indirizzi Internet, l’utilizzo del dominio commerciale .mail (uno dei cosiddetti .brand messi all’asta prima dell’estate). Dall’altra ci sono i gruppi postali riuniti proprio in questi giorni a Doha per il 25esimo congresso dell’Union Postale Universel, agenzia delle Nazioni Unite, che ieri ha dato un deciso endorsement, tramite il proprio direttore generale Edouard Dayan, al .post, progetto per la creazione di un ecosistema unico dei servizi postali di cui è capofila Poste Italiane.
Con la retorica tipica ma dovuta dei consessi dell’Onu Dayan ha presentato il dominio .post definendolo un evento «storico» da affidare al mondo: «È un territorio unico, uno spazio dedicato e più sicuro che permetterà di comunicare in maniera universale. Ed è di tutti, Paesi ricchi e poveri. Lo spazio .post favorisce l’inclusione digitale e permette il trasferimento di tecnologia verso le economie in via di sviluppo». Unico manager citato da Dayan nel caloroso lancio del .post è stato proprio Massimo Sarmi, amministratore delegato di Poste Italiane. «Portiamo i creatori dell’Upu in una dimensione nuova. Oggi l’Italia con Sarmi divide con noi questa soddisfazione». Un riconoscimento non casuale: fu il manager italiano oltre tre anni fa a fare incontrare lo stesso Dayan con l’allora direttore dell’Icann Rod Beckstrom avviando la nascita del .post. Da qualche giorno il sito posteitaliane.post è attivo.
Ma non si tratta di una semplice migrazione: il .post è infatti un dominio di primo livello come il .com che rimane il primo (è del 1984) e il più diffuso (oltre il 50% dei siti web è un .com). Ed è protetto dal Drm Sec, un protocollo che permetterà a regime di proteggere tutta la rete postale mondiale. Insomma, si tratta di una piattaforma nuova non banale e proprio le Poste di Sarmi hanno adesso decise chance per ottenere la gestione del progetto nella fase successiva di diffusione. Nonostante l’endorsement ci sono degli oppositori sui quali la diplomazia sta già lavorando: il primo è la Germania. Deutsche Post preferirebbe il .epost che ricorda il proprio servizio ma questo non dovrebbe essere un ostacolo.
In Germania, curiosamente, il servizio universale postale è affidato a Deutsche Telekom. Un altro è proprio Google che insieme a vari domini come il .docs e il .lol oltre al .google ha tentato il takeover del .mail per potenziare la propria posizione sulle email (è presumibile che lo utilizzerebbe per gmail.mail). Per ultime ci sono le poste statunitensi che preferirebbe anch’esse il .mail per una semplice questione culturale: il dominio .post alle orecchie di un americano ha maggiori assonanze con la stampa (basti pensare al Washington Post). Alcuni gruppi postali hanno presentato opposizione all’Icann per il conferimento del .mail a Google. Dayan ha confrontato la nascita del nuovo dominio all’altro momento d’oro dell’Upu quando nel 1874 a Berna l’associazione riuscì ad imporre una tariffa unica (da 1.200) e una circolazione universale. La strategia del settore a questo punto è chiara: ridurre grazie a progetti come la Prem — in sostanza le raccomandate digitali sviluppate anch’esse in casa, da Postecom — l’invio transnazionali di documenti cartacei con una riduzione della CO2. E aggredire l’e-commerce. Lo spazio condiviso .post permette infatti di creare un canale fisico-digitale controllato che dall’ufficio postale di, poniamo, Roma permette di tracciare ogni movimento di un pacchetto fino all’ufficio di Macao. Esempio non casuale. Ieri Sarmi ha anche incontrato la delegazione di China Post per parlare di tariffe di e-commerce per veicolare il made in Italy attraverso la propria rete. E’ il grande risiko del web. E (per una volta) l’Italia c’è.
Massimo Sideri