Isabella Bufacchi, Il Sole 24 Ore 9/10/2012, 9 ottobre 2012
DALL’ITALIA 63 MILIARDI AI SALVA-STATI
Il nuovo meccanismo di stabilità permanente, Esm, sarà inaugurato domani a Lussemburgo. Subito dopo, a seguito dell’incasso delle prime due quote (su cinque) di capitale paid-in pari a 32 miliardi, questo fondo di stabilizzazione avrà una potenza di fuoco teorica per l’anno in corso di 200 miliardi circa. "Teorica" in quanto l’Esm, come l’Efsf, dovrà raccogliere il denaro sul mercato prima di poterlo impiegare. L’impatto sui conti pubblici immediato e concreto dato dalla nascita dell’Esm sarà contenuto per l’Italia: lo stock del debito pubblico italiano sale quest’anno di 5,6 miliardi e così l’anno prossimo mentre lievita di 2,8 miliardi nel 2014 per un intervento complessivo nel triennio, a favore dell’Esm, di 14 miliardi.
Il totale degli aiuti concessi dall’Italia - direttamente alla Grecia, indirettamente a Irlanda, Grecia e Portogallo tramite l’Efsf che continuerà a finanziare i tre stati (come da accordi pregressi e in parallelo all’Esm) e nel capitale paid-in dell’Esm - fa salire il debito pubblico di 63 miliardi circa nel quinquennio 2010-2014, come evidenziato nella nota di aggiornamento al Def. L’intervento per ricapitalizzare le banche spagnole e l’eventuale attivazione dello scudo anti-spread per la Spagna, se fatti tramite Esm, non avranno impatto sui conti pubblici italiani. A differenza dell’Efsf, infatti, i prestiti erogati dall’Esm come anche i suoi interventi sul mercato primario e secondario dei titoli di Stato non ricadranno pro-quota sugli Stati azionisti perchè non aumenteranno contabilmente i debiti pubblici nazionali in base ai criteri Eurostat (come per l’Efsf): questo è stato il salto di qualità dell’Esm rispetto all’Efsf per un paese donatore altamente indebitato come l’Italia.
Tutti gli interventi effettuati finora dall’Italia per il salvataggio di Grecia, Irlanda, Portogallo e in prospettiva per la Spagna sono "costati" poco o nulla, nel senso stretto della parola, perchè finora nessuna di queste operazioni è stata fatta a fondo perduto e nessuno Stato aiutato è andato in default con le controparti "official", i paesi "donatori".
La sottoscrizione del capitale paid-in dell’Esm, per esempio, anche se finanziata a debito dal Tesoro, equivale a un investimento. È prevista la remunerazione del capitale tramite dividendo (gli stati assistiti devono rimborsare i prestiti con tanto di interessi) ed è persino stata predisposta la ripartizione dei rendimenti provenienti dall’investimento del capitale paid-in nel caso di inattività del fondo in qualità di "stabilizzatore".
Quel che può colpire negativamente l’Italia, a differenza degli Stati "core" finanziatori, è che l’alto costo della raccolta e quindi lo spread azzeri i profitti provenienti dall’attività di salvataggio, o addirittura faccia registrare una piccola perdita (se l’Italia paga interessi sul debito superiori a quelli concessi a Grecia, Irlanda e Portogallo nei programmi di aiuti).
A regime, l’Esm avrà una potenza di fuoco pari a 500 miliardi a fronte di 700 miliardi di capitale: questo significa che, nel caso di default con controparti pubbliche da parte di uno Stato assistito, l’Italia potenzialmente rischia di perdere fino a 125 miliardi, il totale del suo capitale paid-in e callable. Un’eventualità, questa, che per gli Stati finanziatori non sussiste in quanto l’Efsf come l’Esm sono "salva-Stati" e il loro intervento serve proprio a evitare il default. La speranza è che il caso Grecia sia l’eccezione: come ha chiarito ieri il componente del direttivo della Bce Joerg Asmussen, «prolungare la scadenza dei bond greci e ridurne i tassi di interesse equivale ad un taglio del debito e dunque ad un finanziamento diretto dello Stato greco», o, per gli Stati che hanno già erogato quel debito, equivale a una perdita.