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 2012  settembre 23 Domenica calendario

MARGUERITE DI LAMPEDUSA

Non erano fatti per piacersi. Erano cugini alla lontana, compagni di gioco da piccoli: Giuseppe Tomasi, bambino grasso di insipida innocenza, e Fulco di Verdura, bambino insolente e di complicata malignità. Fulco amava raccontare le bravate del padre e dello zio, che ai loro tempi si erano divertiti alle spalle di una nonna centenaria ormai del tutto stolida che però pretendeva ricevere visite di cortesia e galanterie varie: «Le portavano in camera un gatto o un cane presentandolo come una visita e lei sorridendo diceva: "S’accomodasse...". Una volta le portarono un recalcitrante gallo, dicendole: "Nonna, questo non c’è bisogno di presentarlo perché te lo devi ricordare". E la vecchia signora con settecentesca cortesia: "La faccia mi è nota, ma la voce no"». Da questi aneddoti Fulco traeva lezione per le minuscole atrocità da infliggere al taciturno cugino, che aveva «sonnolenti grandi occhi orientali, non amava i giochi all’aria aperta ed era timido con gli animali».
Crebbero. E Giuseppe Tomasi mantenne rapporti di cordialità cauta e sospettosa con Fulco, che intanto era diventato il famoso disegnatore di gioielli della Maison Chanel e frequentava il bel mondo internazionale coltivando come civetterie la frivolezza e la propensione allo scandalo. Quando nel 1958 uscì postumo Il Gattopardo, Fulco stentò a riconoscere nell’autore del «capolavoro» il bambinone goffo e triste da lui torturato nell’infanzia. Ne scrisse nel libro autobiografico A sicilian childhood. The happy summer days (Londra 1976). Non sapeva però di avere contribuito alla genesi del romanzo del cugino, ormai noto come principe di Lampedusa.
Era stato Fulco di Verdura a portare a Palermo alcune copie del romanzo di Marguerite Yourcenar, Mémoires d’Hadrien (Librairie Plon, Parigi 1951), prima che nel 1953 uscisse a Napoli, per l’editore Richter, la traduzione di Lidia Storoni solo dieci anni dopo ripresa da Einaudi. Una copia venne regalata alla marchesa Conchita Villa Urrutia, madre di Gioacchino Lanza poi anche Tomasi (in quanto figlio adottivo di Lampedusa), che la diede in prestito al futuro autore del Gattopardo. Tomasi lesse e rilesse il romanzo. Si entusiasmò. Trattenne a lungo la copia. La logorò. Tornò più volte sulle memorie dell’imperatore Adriano, che da giovane aveva identificato la sua felina virilità con quella di un ghepardo («je me sens guépard aussi bien qu’empereur») e la sua vecchiaia con la rigidità fredda di una «statua massiccia», di un «Cesare di pietra». Tomasi rilevò il «desiderio di morte» e il sedimento di lutto, che saranno poi le costanti del Gattopardo con il suo mobile Ercole Farnese: vita che impallidisce fino al marmo, mentre si riconosce e araldizza in reperto archeologico. Lesse e registrò le parole di Adriano: «La morte doveva diventare l’oggetto delle mie meditazioni costanti, il pensiero, al quale ho dedicato tutte quelle forze del mio spirito che lo Stato non assorbiva». Estrapolò la riflessione (che tornerà nel Gattopardo e nel racconto La sirena) sulla memoria di un casato come eco e parvenza dell’immortalità.
Della vicenda non c’è traccia nelle biografie di Lampedusa. Neppure in quella più recente e aggiornata di Jochen Trebesch (Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Leben und Werk des letzten Gattopardo, Nora Verlag, Berlino 2012, pagg. 504, € 29,90). Importa comunque, e soprattutto, il riscontro di lettura: l’incontro insospettato e il dialogo intenso e partecipe, qua nascosto e là visibile, di Tomasi, con uno dei più grandi romanzi europei che si erano lasciati abitare dal profilo della morte.
Marguerite Yourcenar ricambiò tardi la simpatia di Lampedusa. Per molto tempo non seppe neppure dell’esistenza di un principe solitario e di tranquilla tristezza che, chiuso in un palazzo barocco in un’isola lontana (da lei più volte visitata, sulle orme dei filosofi e degli antichi poeti greci), aveva cercato di venire a patti con un sentimento di estraneità alla storia e con le proprie fantasie di morte, confrontandosi con le pagine inaspettatamente amiche di una scrittrice straniera. La Yourcenar venne a conoscenza del Gattopardo e dei racconti di Lampedusa solo nella primavera del 1980, casualmente: gliene parlò al telefono un giovane amico, André Desjardins. Tornò a ripetersi la scena del prestito, stavolta capovolta, come riflessa in uno specchio. Desjardins affidò all’amica la sua copia delle opere di Lampedusa in traduzione inglese. La Yourcenar si immerse nella lettura, nel cottage del suo piccolo villaggio insulare al largo della costa del Maine, protetto da un parapetto di scogli: commisurando due grandi isole, la Sicilia e Mount Desert Island, e sentendosi giunta al «bordo delle cose». Non aveva ancora finito di elaborare il lutto per la scomparsa, pochi mesi prima, della propria compagna. Una sensazione di catastrofe le era rimasta in pelle. Si era sentita vecchia e inerme (aveva settantasette anni), mentre affrontava l’«inferno» delle sofferenze e della morte della compagna; e sopraffatta dalla gloria, subito dopo l’elezione all’Académie française, il 6 marzo del 1980, che aveva fatto esondare la laureata fogna delle polemiche sulla sua sessualità e sul suo presunto antisemitismo. Era la prima donna ammessa all’Académie.
Marguerite Youcenar era sola. Il giovane Jerry Wilson, il suo nuovo compagno di nomadismo, l’8 aprile era partito per New York e per l’Arkansas. A lei rimase la compagnia di Lampedusa. Le piacque molto Il Gattopardo. E si sentì coinvolta nella malinconia dei Ricordi d’infanzia, nella rievocazione dorata della cosmopolita e favolosa Palermo dei Florio, nell’incontro fragile di un bambino con una vegliarda regale: «Eravamo ospiti dei Florio nella loro villa di Favignana, in piena estate... Sulla veranda, che era riparata dal sole da grandi tende di tela arancione che il vento di mare gonfiava e faceva sbattere come vele (ne sento lo schioccare) erano sedute su sedie di vimini mia Madre, la signora Florio (la "divina beltà" Franca) ed altre persone. Al centro del gruppo si trovava seduta una vecchissima signora, assai curva e con un naso adunco, avvolta in veli vedovili che si agitavano furiosamente al vento. Mi portarono dinanzi a essa che disse alcune parole che non capii, si curvò ancora di più e mi diede un bacio sulla fronte... Mi venne rivelato nel pomeriggio che la vecchia signora era Eugenia, ex imperatrice dei Francesi, il cui "yacht" si trovava alla fonda davanti a Favignana... La frase che essa disse prima di baciarmi pare sia stata: "Quel joli petit!"».
Tornò in mente alla Yourcenar un suo vecchio dramma lirico, La Petite Sirène, tratto da un racconto di Andersen. Confrontò la convenzionalità del suo dramma, le astrazioni sui riverberi argentati delle incantevoli e voluttuose divinità marine, con la novità del racconto La sirena. La colpì la gioiosa ferocia della creatura lampedusiana: «Straziava coi denti un pesce argentato che fremeva ancora; il sangue le rigava il mento».
Il 16 aprile del 1980 la Yourcenar rispedì a Desjardins il libro che lui le aveva prestato. Su uno dei risguardi scrisse questo veloce messaggio per l’amico, che si sentiva in colpa per non averle segnalato prima le opere di Lampedusa: «Come è bello, e come sono belle le prime due "storie"! Non si dimentica il passo sull’imperatrice Eugenia invecchiata, e la Sirena è la più vera di tutte quelle della "letteratura", forse per via del dettaglio assai atroce dei pesci mangiati vivi. Grazie per questa presa di contatto – per quanto fin troppo tardiva. Sì, mi sento per vari aspetti della medesima famiglia di Lampedusa. L’infelice non è stato riconosciuto da vivo; ma ha così evitato certi fastidi della cosiddetta gloria. A lei saluti cari e niente assoluzione, perché non ne ha bisogno, e perché non spetta a me darla. Con amicizia».
Grazie a Desjardins, copia del documento è ora nell’archivio di Lampedusa ordinato da Gioacchino Lanza Tomasi.