Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  settembre 23 Domenica calendario

I DIECI SPREAD CHE FRENANO LE IMPRESE

Il futuro della Fiat è certamente una dei maggiori problemi industriali del Paese. Ma è l’intero sistema-Italia a vedere minacciata la competitività dai troppi spread che ci dividono dal resto dell’Europa. Spread che penalizzano anche, e soprattutto, l’ampio sistema di piccole e medie imprese che operano sul mercato. E che dallo Stato, non solo non hanno mai ricevuto aiuti, ma anzi vengono danneggiate per inefficienze del sistema.
Se vanno in banca a chiedere un prestito, le imprese italiane sono costrette a sborsare 1,35 punti percentuali di tassi d’interesse in più rispetto alla media europea. Se accendono un macchinario nella loro industria, pagano l’elettricità circa il 40% in più dei concorrenti europei. Se usano il gas, il costo è di 5 euro per megawattora oltre la media Ue. Se vanno in Tribunale a far rispettare un contratto, per vedere una sentenza devono aspettare 642 giorni in più rispetto a quanto attendono mediamente le imprese nel resto d’Europa. Se devono esportare un container pieno di beni manifatturieri, sopportano un costo burocratico del 20% superiore a tutti gli altri.
Lo spread tra BTp e Bund, giustamente tanto osservato negli ultimi mesi, è solo uno dei mali del Paese. Forse, neppure il maggiore: l’Italia è infatti afflitta da molti altri "spread" che la separano dall’Europa. Sulle imprese italiane gravano le tasse più elevate, la giustizia civile più lenta, l’elettricità più cara, la burocrazia più bizantina. «Il Sole 24 Ore», intrecciando i dati di vari organismi internazionali (Banca Mondiale, Bce, Eurostat, Trasparency e altri), ha la prova provata: su dieci parametri chiave che determinano la vitalità di un’economia, l’Italia è la peggiore dell’area euro in cinque e la seconda peggiore in altri due. Morale: o si riducono tutti i dieci "spread", oppure in pochi anni il Paese rischia di perdere la sua industria. Non solo la Fiat.
I danni dello spread
Gli ultimi indicatori della Bce, relativi a luglio, dimostrano che sulle imprese della Penisola grava il quarto più elevato costo del credito nell’area euro. Per ottenere un finanziamento da un milione di euro di durata tra uno e cinque anni, le aziende italiane pagano mediamente il 6,24% di interessi: molto più del 4,04% della Germania, del 4,14% della Francia o del 3,61% della Finlandia. Solo in Grecia, Portogallo e Spagna le imprese soffrono tassi più alti.
Questa è la conseguenza diretta dello spread tra BTp e Bund: se lo Stato deve pagare un extra-rendimento perché è ritenuto più rischioso di altri, allora anche le banche e le imprese italiane sono costrette allo stesso supplizio. Così, per ottenere un prestito da un milione di euro, le aziende della Penisola pagano in media 22mila euro di interessi annui in più rispetto alle concorrenti tedesche.
Bolletta più cara
Fosse solo questo il problema, non dovremmo fare altro che prendercela con gli speculatori. Purtroppo la bolletta delle imprese è rincarata anche (anzi, soprattutto) dalle mille inefficienze italiche. Di una cosa possiamo essere certi: le nostre mani fanno molti più danni di quelle degli speculatori. Per esempio in Italia l’energia elettrica è tra le più care d’Europa. Un’industria italiana – stima Nomisma Energia – paga 0,13 euro per chilowattora: solo Malta e Cipro ci battono in tutto il continente. In tutti gli altri Paesi, inclusi quelli fuori dall’area euro, l’elettricità è più economica.
Stesso discorso per il gas: costa fino a 5 euro per megawattora in più che nel resto d’Europa. Un extra costo che – stima Alberto Ponti di SocGen – aggrava la bolletta industriale dell’Italia di 6 miliardi di euro. Insomma: altri soldi persi per nulla. Almeno quelli delle tasse, che tolgono alle imprese il 68,5% degli utili secondo la Banca Mondiale (record in Europa), vanno allo Stato: meglio che buttarli per pagare la luce.
A tutto questo si somma poi la burocrazia, che secondo la Cgia di Mestre "succhia" 26,5 miliardi di euro l’anno solo alle Pmi e secondo l’Antitrust fa perdere 61 miliardi di euro a tutto il sistema industriale italiano. Un esempio concreto lo fa la Banca Mondiale, nel suo rapporto annuale «Doing business 2012»: in Italia se un’impresa vuole esportare un container pieno di prodotti, deve compilare 4 documenti e perdere in adempimenti burocratici ben 18 giorni. I bizantinismi portano il costo per esportare questo container a 1.245 dollari: molto più della media europea (1.037 dollari). Più del doppio del costo in Finlandia (540 dollari). Anche perché in Italia, stima il World economic forum, le infrastrutture sono le seconde peggiori d’Europa.
Giustizia e ingiustizia
C’è poi lo "spread" più doloroso di tutti: quello della giustizia. Se un imprenditore si affida al Tribunale per ottenere l’esecuzione di un contratto, deve perdere 1.210 giorni per avere la sentenza. E alla fine di questa trafila, ha speso in avvocati e burocrazia il 29,9% del valore del contratto. La media europea è di 568 giorni. Per questo la Banca Mondiale pone l’Italia all’ultimo posto nel Vecchio continente e al 158° al mondo per efficienza del sistema giudiziario; posizione che migliorerà dopo le riforme varate dal Governo.
C’è poi il più italico dei mali italici: la corruzione. Transparency International, che misura ogni anno la corruzione percepita in ogni Paese, assegna all’Italia un punteggio bassissimo: 3,9, su una scala che va da 1 (corruzione massima) a 10 (minima). Per intenderci: in Germania il punteggio è 8, in Finlandia 9,4.