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 2012  settembre 22 Sabato calendario

LIBRO IN GOCCE NUMERO 48

(Riccardo Staglianò, «Occupy Wall Street Il reportage dentro la protesta») –

Programma «Il programma non c’è».

Spettacoli Per coprire l’esordio dell’occupazione di Zuccotti Park il «New York Times» manda un cronista di spettacoli.

Ferrari Cinque giorni prima dello sgombero di Zuccotti Park, il sito di Neiman Marcus, catena di grandi magazzini di lusso, ha venduto in cinquanta minuti dieci Ferrari FF a 395 mila dollari l’una.

Classe media I posti di lavoro da classe media sono passati dal 52 per cento del 1980 al 42 per cento del 2000.

Oggi Negli Anni Settanta in America un amministratore delegato prendeva quaranta volte più del suo dipendente base, contro le trecentocinquanta volte di oggi.

Zuccotti 1 Il 17 settembre il primo gruppo del movimento, che ha compiuto i primi sit-in dimostrativi nella via adiacente alla Borsa ma ne è stato allontanato, si installa a Zuccotti Park. A differenza dei parchi pubblici della città, nei quali è vietato pernottare, l’area si presta a una occupazione continua. La Brookfield Properties ha infatti ottenuto il permesso di costruire tutt’intorno palazzi anche più alti del solito in cambio della promessa di lasciare l’area in uso alla cittadinanza, ogni giorno dell’anno, 24 ore su 24. [50] Zuccotti 2 Zuccotti è John Zuccotti, attuale presidente della compagnia. Fino al giugno 2006 si chiamava Liberty Plaza Park.

Uno per cento L’America spaccata in due: da una parte l’1 per cento, ovvero la minuscola oligarchia che da sola incassa un quinto degli stipendi e detiene poco meno della metà della ricchezza del Paese. Dall’altra il «99 per cento», che il movimento vuole in qualche modo rappresentare.

99 per cento Secondo i dati 2009 del servizio statistico dell’Internal Revenue Service, rientra nella categoria demografico-economica del «99 per cento» chi guadagna meno di 343.927 dollari all’anno.

Donazioni Il giorno che gli attivisti hanno appreso che il movimento aveva messo da parte circa 700 mila dollari grazie alle donazioni di migliaia di supporter: accrediti da dieci dollari su PayPal e lasciti cospicui da parte di celebrità. Dibattito sull’impiego: serbarli per le elezioni di novembre 2012; comprare una palazzina per ospitare chi non ha da dormire; farli girare (ogni membro del movimento apra un suo business e gli altri si impegnino a fare affari con lui) ecc.

Fuori tema Il «facilitatore»: il ragazzo incaricato di evitare che la conversazione vada fuori tema.

iPhone La manodopera americana fornisce sì e no il 6 per cento dei componenti di un iPhone. Il resto è opera di giapponesi, tedeschi, sudcoreani e cinesi.

Kalle Kalle Lasn, 69 anni, nato in Estonia, cresciuto in Australia dove si è laureato in Matematica. A Tokyo ha guadagnato molto con una sua agenzia di studi di mercato. Trasferitosi in Canada, una ventina d’anni fa ha fondato Adbusters, rivista di critica culturale. Agli inizi di giugno 2011 invia una mail ai novantamila «amici» di Adbusters in cui scrive che l’America ha bisogno della sua Tahrir (alludendo ai moti del Cairo). È lui a usare per primo l’hashtag, l’identificativo Twitter, che diventerà eponimo del movimento: «Cari americani, il 4 luglio sognate un’insurrezione contro il potere delle industrie #occupywallstreet».

Facebook Il 19 settembre viene inaugurata la pagina Occupy Wall Street su Facebook. Il numero delle persone che si iscrivono raddoppia ogni tre giorni per tutto il primo mese.

Catering Eric Smith, fino all’anno scorso chef di uno dei ristoranti dello Sheraton sulla Settima strada. Licenziato in tronco, ha messo in piedi un elaborato sistema di catering per gli occupanti. La mattina gli recapitano le casse di ingredienti donati al movimento, la sera consegna un migliaio di pasti. Il «New York Post»: «Dormiranno anche nel parco, ma mangiano come re».

Sarte Il caso delle sarte argentine (dal documentario «The Take» di Naomi Klein sulla crisi argentina). La Brukman era una delle sartorie più note di tutta Buenos Aires. Travolta improvvisamente dalla crisi del Paese, la proprietà aveva deciso la chiusura. Il 18 dicembre 2001, alla vigilia delle due giornate più tragiche della bancarotta, le lavoratrici si erano asserragliate nella fabbrica, che dopo alcuni sfratti forzosi e una lunga battaglia in parlamento è diventata la prima di circa 300 «empresas ocupadas», espropriate e assegnate agli operai. Dieci anni dopo sono aumentati i clienti, i dipendenti sono passati da una trentina a quasi ottanta: «Tutte contiamo uguale, una persona un voto, decidendo ogni cosa a maggioranza. E prendiamo lo stesso salario che varia a seconda degli introiti, ma si aggira sugli 800 pesos a settimana» (Matilde Adorno, la veterana del gruppo).

Piattaforma «Non chiedono niente».

Notizie tratte da: Riccardo Staglianò, «Occupy Wall Street Il reportage dentro la protesta» Chiarelettere, 9 €