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 2012  settembre 18 Martedì calendario

CHI TOCCA MAOMETTO MUORE

Il giorno di San Valentino del 1989 a Londra splende il sole. Salman Rushdie alza il telefo­no di­casa e dall’altra parte della cor­netta una giornalista della Bbc spa­ra la domanda senza tanti pream­boli. «Come si sente?È appena sta­to condannato a morte dall’ayatol­lah Khomeini». Nella testa dello scrittore musulmano nato a Bom­bay nel 1947, ma inglese da tempo, guizza un solo pensiero: «Sono un uomo morto».
L’autorede I Versi satanici secon­do il­grande vecchio della rivoluzio­ne iraniana è «colpevole»di aver in­sultato il profeta Maometto e per questo deve morire. Ruhollah Khomeini emette una fatwa, unedittoreli­gioso, che «ob­bliga » qualsia­si buon musul­mano a far fuori Rusdhie per lava­re l’offesa con il san­gue.
Inizia così l’odis­sea del primo intellet­tuale che da 23 anni ha una mannaia dell’islam sulla testa. In questi gior­ni è uscito Joseph Anton, a memoir dal nome falso che lo scrit­tore anglo indiano ha adottato per nascondersi. «Quello che mi è acca­duto era il prologo di altri episodi delgenere» sottolineaRushdiepre­sentando le sue memorie.
Dai Versi
satanici , alle vignette di Maometto fino all’ultimo finto film boiata sul Profeta, il filo conduttore è sempre lo stesso. Non a caso sabato scorso la famosa taglia sulla testa di Ru­shdie è stata aumentata a 3,3 milio­ni di dollari. Lo ha annunciato, co­me nel 1989, Hassan Sanei della fondazione religiosa iraniana 15 Khordad con base a Teheran. La fa­twa non può essere cancellata e ogni tanto rispunta come un fiume carsico per ricordare a tutti che se qualcuno tocca l’islam muore.Op­pure vive per anni da «fantasma» come è capitato a Rushdie.
«L’ufficialedellaSquadraspecia­le ( della polizia inglese ndr ) è arriva­to la mattina del 15 febbraio (1989) - scrive lo stesso autore anglo india­no, in terza persona, sul settimana­le New Yorker anticipando le sue memorie- E dice che la minaccia è considerata estremamente seria, a Livello 2.Significa che (sono)la per­sona più in pericolo del paese a par­te, forse, la regina». Per Rushdie è l’inizio di una vita blindata, sotto protezione, con una Jaguar coraz­zata che lo porta via da Londra e «consuma come un carro armato». L’Iran e il resto del mondo islamico si infiammano dopo la lettura della fatwa su Radio Teheran . Con cartel­loni che r­affigurano Rushdie impic­cato vengono assaltati uffici ameri­cani, incendiate librerie, pure in Eu­ropa, che espongono i Versi satani­ci e uccisi i musulm­ani più assenna­ti che difendono la libertà d’espres­sione.
Rushdie ricorda la frase lapi­da­ria di Iqbal Sacranie del Comita­to per gli affari islamici inglese: «La morte è una soluzione troppo faci­le per lui. La sua mente dev’essere tormentata per sempre fino a quan­do­non chiederà perdono all’Onni­potente Allah». Nel 2005 questo simpatico signore è diventato Sir d’Inghilterra su racco­mandazione del gover­no Blair.
Nei primi giorni di vi­ta nascosta, la scorta consegna a Rushdie un «bottoneantipa­nico per qualsiasi emergenza. Lo provo e non fun­ziona ».Il distac­co più doloro­so è dalla sua prima mo­glie Clarissa e dal figlio Zafar che ha solo 9 anni. Non esi­stono ancora telefonini o Skype e Rushdie stabilisce di chiamare a ca­sa ogni sera alla stessa ora. Un gior­no non risponde nessuno. La poli­zia­manda una macchina a control­lare e trova la porta aperta con le lu­ci accese. Scotland Yard mobilita i corpi speciali temendo che moglie e figlio di Rushdie siano stati presi in ostaggio o peggio. Lo scrittore im­magina già «i corpi insanguinati nel salotto» per colpa sua. Mentre la polizia sta per fare irruzione, Za­far alza finalmente la cornetta spie­gando che con la mamma ha fatto tardi a una rappresentazione tea­trale della scuola.
Il 3 agosto 1989, però, Mustafa Mahmoud Mazeh, salta per aria in un hotel di Londra mentre prepara una bomba per Rushdie. Il manca­to terrorista legato agli Hezbollah li­banesi è sepolto nel cimitero dei «martiri» di Teheran.
Nonostante il Regno Unito lo pro­tegga con l’Operazione Malachite, dal nome di una dura pietra, lo scrit­tore deve pagarsi da solo il rifugio nell’entroterra inglese. All’inizio le autorità lo consigliano di sottoscri­vere un atto di pentimento e Ru­shdie chiede scusa «per l’afflizione provocata dalla pubblicazione del mio romanzo fra i seguaci dell’ islam».La risposta non si fa attende­re. Alì Khamenei, l’attuale guida su­prema dell’Iran, sentenzia: «La lun­ga freccia nera è lanciata e sta arri­vando sul bersaglio».
Rushdie si adatta, suo malgrado, a una vita da «fantasma». Gli cam­biano nome e diventa, anche sugli assegni della banca, Joseph Anton. L’esistenza blindata lo fa deperire­fi­sicamente e cominciano gli incubi: «Sogno una fossa appena scavata, vuota come la mia vita e ci finisco dentro».
La scorta cerca di alleviare la ten­sione. Dopo mesi di isolamento porta di nascosto Rushdie al cine­ma. Nel 1993 lo scrittore condanna­to a morte fa la sua prima apparizio­ne in pubblico a un concerto degli U2 a Londra accolto da un’ovazio­ne.
Per levare il dente del giudizio nello studio di un professionista, la squadra speciale che lo protegge studia un piano di evacuazione che prevede di portare via Rushdie in un sacco nero dei cadaveri.
Dal 2000 va a vivere negli Stati Uniti e oggi abita a New York. Pian piano ricomincia a parlare, ma ogni volta che tocca temi come il ve­lo islamico arrivano nuove minac­ce. Nel 2007 la regina Elisabetta lo nomina cavaliere. Per Ayman al Zawahiri, oggi capo di Al Qaida, «è un insulto all’islam che merita una precisa risposta», ovvero la morte. «Ogni 14 febbraio è come se riceves­si una cartolina di San Valentino» spiega oggi lo scrittore ricordando il giorno della fatwa.