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 2012  settembre 03 Lunedì calendario

Veltroni, il «pippobaudo» Pd che vuole guidare la Camera - Chi lo ha visto dice che Wal­ter Veltroni è un po’ in­grassato, disteso, abbron­zato, più buonista del solito

Veltroni, il «pippobaudo» Pd che vuole guidare la Camera - Chi lo ha visto dice che Wal­ter Veltroni è un po’ in­grassato, disteso, abbron­zato, più buonista del solito. So­prattutto, tenacemente evasivo sulle cose politiche con l’obietti­vo di tenersi cari tutti e diventare senza intoppi presidente della Camera nel 2013, dopo la sperata vittoria elettorale del Pd. Da mesi, il cinquantasettenne Veltroni volteggia come Pippo Baudo da un palcoscenico a una tavola rotonda, quasi dovesse sbarcare il lunario con i gettoni di presenza. In realtà vive così solo per sottolineare il disimpegno, non per problemi economici, avendo pur sempre ventimila eu­ro il mese come deputato e un vi­talizio garantito di 9.014 euro mensili per la vecchiaia. Que­st’estate è stato ospite fisso negli «Incontri della Versiliana» a Mari­na di Pietrasanta, mescolato alla buona borghesia del Forte e del Cinquale. Ha esclusivamente parlato di cinema - materia alla quale deve il suo unico titolo di studio (cineoperatore) - intervi­stando Stefania Sandrelli, Carlo Verdone e altri, cui sono seguiti dibattiti da lui moderati fino a tar­da notte. Nelle pause, ha dato il tocco finale alle bozze dell’ulti­mo libro, L’isola delle Rose , che in queste ore, appena giunto nelle li­brerie, Walter sta presentando al­la Fiera del libro di Spoleto, preci­samente nella Rocca Albornozia­na, per chi sia interessato. Del ro­manzo- il nono in nove anni, edi­to come sempre da Rizzoli, in ca­rattere tipografico Veltroni (cubi­tale per ricavarne, nonostante l’esilità del manoscritto, un volu­metto di dimensioni decenti) ­aveva dato anticipazioni già in maggio alla Festa del Libro di Na­poli, manifestazione con cui ini­ziò il suo attuale periodo pippo­baudesco di girovago culturale, al­lergico a tutto ciò che sa di politi­ca. Prendiamo, dunque, atto che per garantirsi una signora poltrona nel prossimo quinquennio, anzi­ché conquistarla, Walter ha scelto di ottenerla mettendosi buono in un angolo. Non potendo fare vale­re dei meriti, cerca di averla come l’offa che si getta a chi non dà fasti­dio e non conta più un tubo. Le stesse ragioni per cui Rocco Butti­glione è presidente dell’Udc. Ma perché deve ridursi così uno come Veltroni che pure aveva avu­to un’intuizione cardine? Se, be­nedett’uomo, fosse andato in Afri­ca come aveva promesso, non avrebbe ora il problema di cosa fa­re di sé. Ricordate quell’8 gennaio 2006, in cui l’allora sindaco di Ro­ma civettava in tv con Fabio Fazio, suo sollucheroso gemello? «Non bisogna fare la politica a vita - dis­se virtuoso - ma continuare a fare le cose nelle quali si crede facen­do altro. Finito il mandato di sin­daco nel 2011, chiudo con la politi­ca attiva. Andrò in Africa per conti­nuare una missione civica. So che tutti diranno: “Furbacchione, di­ce così ma non è vero”. Ne parlere­mo tra cinque anni e vedremo se sarà vero o no». Naturalmente, non è stato vero. Era una trovata del momento. Da allora, quando gli chiedono per­ché abbia mancato di parola, fa il sorrisetto tipico dei romani piglia­fondelli che in prima battuta signi­fica «so io il perché» e che, se insi­sti, si trasforma in «fatti l’affaracci tua». Una volta sola, alla vigilia del­la ­nascita del Pd di cui fu primo se­gretario (2007), ha dato una spe­cie risposta. «Ho detto - ammise - ­che non avrei cercato altri posti di potere. Ma quando vedi che tutti si voltano verso di te per chiederti di impegnarti in prima persona, non puoi fare finta di nulla». Quel «tutti si voltano verso di te», che parve tratto da un’ode a Maria Vergine di Oscar Luigi Scalfaro, strap­pò al simpatico compagno Ema­nuele Macaluso un sardonico: «Walter santo subito!». Si sa come andò a finire la sua segreteria del Pd. Un anno e mezzo dopo, fu co­stretto a dimettersi per la batosta elettorale che il partito subì in Sar­degna. È una costante: quando Veltroni guida il partito, c’è da spa­rarsi. Anni prima, a cavallo del Mil­lennio, era già stato segretario dei Democratici di sinistra e anche al­lora - 2001 - li portò alla disfatta. Sbatté il grugno contro il Cav, sca­raventandoli al loro minimo stori­co: 16,6 per cento (quattro anni prima erano al 21). Un’altra costante sta nel suo men­tire o essere poco chiaro come con l’Africa. Per decenni, caduto il muro di Berlino, disse di sé che non era mai stato comunista, che si sentiva un kennedyano e basta. Ne inventò a iosa: «Consideravo Breznev un avversario e la sua dit­tatura da abbattere»; «Si poteva stare nel Pci senza essere comuni­sti. Era possibile. È stato così», e via discorrendo. Non si riusciva a fermarlo. Tanto che una volta ol­trepassò la decenza. «Non sono neanche stato all’estero nei Paesi socialisti», disse. Qui, cascò l’asi­no. Il diciottenne Walter, capelli alla Beatles, era stato invece al Fe­stival della Gioventù comunista nella Berlino Est di Honecker (un duro che sparava a chi cercava ri­fugio all’Ovest). Non era lì per ca­so, ma da membro della delegazio­ne ufficiale della Fgci - giovani del Pci-con, tra gli altri, il coetaneo Fa­brizio Barca, oggi ministro «tecni­co» (!) della Coesione territoriale nel gabinetto Monti. La bugiola di Walterino, come poi si scoprì, era tanto più meschina in quanto, pro­prio in quel viaggio, scoccò l’amo­re con Flavia Prisco, futura e tutto­ra consorte. Messi in allarme dalla menzognet­ta, i cronisti scavarono più a fondo sul Walter militante. Si scoprì che era stato un comunista fatto e fini­to. Concionava sull’«asservimen­to della Dc e dell’Italia al soldo de­gli americani», altro che - come poi si proclamerà - innamorato perso di Robert Kennedy. Ma so­prattutto era una specie di kapò. Da segretario della Fgci romana espulse un gruppo di ribelli, tra cui Augusto Minzolini, il futuro di­rettore berlu­sconiano del Tg1. Uno dei cacciati - Piero Galletti - fa, con efficace aci­dità, una de­scrizione di Walter in que­gli anni: «Vel­troni arrivava con la sua bor­sa di pelle pie­na di carte, vuo­ta di idee. Vesti­to da funziona­rio di partito, capelli pettina­ti, pantaloni con la riga». In­somma, in car­riera e lo sguar­do fisso sull’obiettivo. Do­po averli convo­cati e cacciati, terminò la riu­nione dicen­do: «Vi ricordo che se siamo il più grande partito comunista d’Occi­dente non è grazie alle vostre balle ma alla nostra capacità di fare poli­tica». Dunque, come si vede, mai stato comunista. In realtà, tout se tient , come dico­no i francesi. C’è coerenza tra le va­rie facce di Walter, bugie, evasivi­tà, buonismo, disimpegni strategi­ci. Veltroni detesta il rischio e smussa per evitare qualsiasi spi­na. Da sindaco volle andare d’ac­cordo col diavolo e l’acquasanta. Per non scontentare i variegati amici, si condannò all’indecisio­ne con danno della città, ma rima­se magnificamente in sella, come il suo successore Alemanno può solo sognarselo. All’origine, c’è l’innata prudenza del Nostro, confinante con la pavi­dità. Un episodio della sua infan­zia dice tutto. Undicenne, rifiutò il bacio di una bimbetta intrapren­dente. «Mi sembrava disdicevole dal punto di vista igienico», spie­gò da adulto, ancora convinto di avere fatto la scelta giusta. Dopo questo assaggio della personalità dell’autore, correte a comperare il suo ultimo libro.