Andrea Malaguti, La Stampa 4/9/2012, 4 settembre 2012
«Così non è leale». Il sudafricano con il numero 2642 sulla pettorina è l’atleta più famoso di queste Paralimpiadi
«Così non è leale». Il sudafricano con il numero 2642 sulla pettorina è l’atleta più famoso di queste Paralimpiadi. È uno dei più famosi del mondo. Uno che è sempre stato più forte di tutto. E soprattutto di tutti. Ha fatto battaglie di principio. E le ha vinte. Perché aveva ragione. Certo che ce l’aveva. Ma adesso scuote la testa. Allunga controvoglia la mano all’avversario che l’ha appena battuto. Si guarda intorno stranito. Come se vedesse tutto sfuocato. Di certo le sue idee lo sono. Non ero io la divinità indiscussa di questo pianeta? Si chiama Oscar Pistorius, è un amputato bilaterale, ed è il detentore del record del mondo sui 100, 200 e 400 metri categoria T44. Corre con delle protesi in fibra di carbonio. Va talmente veloce che lui, capace di prendere in mano il suo strano destino e di piegarlo se fosse creta, è riuscito a convincere la Iaaf, dopo anni di carte bollate, che aveva diritto di misurarsi con i normodati. I burocrati gli dicevano: «Con quelle gambe d’acciaio è come barare, hai un vantaggio meccanico di più del 30%». Lui rispondeva: «Siete assurdi, provateci voi». Sono la testa e i muscoli che muovono quei pezzi di ferro inermi. Alla fine un tribunale sportivo ha messo nero su bianco che «non esistono elementi sufficienti per dire che da queste protesi si traggano vantaggi» e Pistorius, in agosto, ha corso i 400 metri assieme ai migliori della terra. Ha vinto una prima qualificazione, poi è arrivato ottavo nella sua semifinale. A fine gara, il campione del mondo Kirani James ha voluto che si scambiassero la maglietta. «Non importa se sei primo o ultimo. Importa che sei qui. Sei un esempio per ogni ragazzo del pianeta». Bello no? Certo, favoloso. Ci si sente bene a dare l’esempio. Ma che cosa succede se arrivi secondo ed è quello il momento in cui diventi davvero «normale»? Che ti metti a parlare come uno qualunque. E neanche dei più simpatici. Così qui allo stadio Olimpico di Londra in mezzo a questo vento che raspa come se fosse di carta vetrata il sudafricano Oscar Pistorius, il simbolo Oscar Pistorius, se la prende con il brasiliano Alan Fonteles Cardoso Oliveira. «Le sue protesi non sono regolari. Troppo lunghe. Un anno fa era più basso di me di cinque centimetri. Adesso è cinque centimetri più alto». Lo dice a voce alta, come se avesse bisogno di tranquillizzare se stesso. Tocca le sue gambe di fibra improvvisamente invecchiate. La pista è bagnata. E lui ci ha scivolato sopra un po’. Ha perso al fotofinish. A protesi uguali non ci sarebbe stata gara, gli sembra. Parla alla tv, alla BBC. E non si rende conto che sta rovinando la notte più bella del rivale. E neanche che sta mettendo in dubbio anni di lotta. La sua. Se Oliveira ha vinto per merito delle protesi allora le protesi ti fanno diventare diverso, allora anche tu non avevi diritto di partecipare alle Olimpiadi di agosto, allora che cosa dovrebbe dire il tuo compagno di squadra che ha una gamba intera e una che si ferma al ginocchio? «Non vale, io avevo una protesi sola?». Fa male sentirlo parlare così. Ma nessuno glielo dice. Anzi, il direttore del comitato internazionale paralimpico Craig Spence spiega che si incontrerà con il direttore scientifico del comitato internazionale Peter Van de Vliet per capire se c’è stato il trucco. Oliveira, imbarazzato, dice che le sue gambe artificiali sono state approvate e che lui non ha niente da rimproverarsi. Pistorius decide di chiedergli scusa. Non per quello che ha detto - quello lo conferma - ma «perché l’ho detto nel momento sbagliato». Poi si allontana. Certo di potere andare a dormire come un sasso. Senza coscienza. Senza responsabilità. Senza colpa. Dalla parte dei Giusti.