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 2012  settembre 04 Martedì calendario

Giacca nera elegante, make-up perfetto, hijáb crema drappeggiato sul capo e sul collo, in vista nemmeno un capello

Giacca nera elegante, make-up perfetto, hijáb crema drappeggiato sul capo e sul collo, in vista nemmeno un capello. Sabato scorso al tg di mezzogiorno, sul canale più importante della tv di Stato, Fatma Nabil è diventata la prima giornalista ad apparire velata nella storia dei media pubblici egiziani. E se lei dichiara che «il velo non conta, finalmente anche qui il criterio non è quello che indossi, ma le capacità intellettuali e professionali», è indubbio che lo scalpore suscitato dalla sua apparizione è dovuto a quel pezzo di stoffa. Nel 1960, debutto della telefisiún in Egitto, la questione non si poneva: ai tempi di Nasser poche donne indossavano l’hijáb, soprattutto in città e tra chi aveva studiato. Ma il «risveglio islamico» dalla fine degli anni 70 aveva portato a una crescente divisione tra il Paese reale e quello rappresentato dai media di Stato. Le velate, sempre più numerose fino ad essere oggi la maggioranza, potevano sì lavorare per la tv pubblica ma mai apparire in video. La stessa Nabil, per non scoprirsi il capo, aveva lavorato in canali privati via satellite tra cui quello dei Fratelli Musulmani Misr 25, aspettando che i tempi cambiassero. E i tempi sono cambiati: nel nuovo Egitto guidato dal raìs islamico Mohammed Morsi lo sdoganamento dell’hijáb era prevedibile. Non per questo la cosa è passata sotto silenzio. «Non vogliamo l’islamizzazione dei media», ha tuonato sul quotidiano indipendente Al Masry Al Youm il commentatore Loai Al Ashry. In rete un certo «Musulmano oppresso» sostiene che «i Fratelli Musulmani vogliono che l’intero Egitto si conformi a loro e io dico no», altri gli danno ragione. Ma per la maggioranza la comparsa di Fatma Nabil in tv sabato scorso è stato un passo avanti. Suonerà strano per chi vede nel velo un simbolo di arretratezza e oppressione, ignorando ad esempio che molte femministe arabe lo portano per scelta, ma già sotto Mubarak non erano solo gli islamici a indignarsi per il modello di donna imposta dai media di Stato, in stile «moderno» o «alla Suzanne Mubarak», l’ex First Lady di madre inglese sempre assolutamente svelata. Molti difensori dei diritti umani e attivisti laici si erano schierati apertamente contro quel divieto. E adesso approvano il nuovo corso. Tra loro Shahira Amin, una delle giornaliste liberal e femministe (senza velo) più famose dell’Egitto, che si licenziò in tronco dalla tv di Stato per le censure all’inizio delle proteste nel 2011 e che oggi dichiara: «La lunga e ingiusta discriminazione contro le donne velate è finalmente caduta con la rivoluzione, erano loro le più discriminate, non noi a testa scoperta». Lo stesso sostiene un’altra giornalista, Rawya Rageh, aggiungendo però in un commento su Twitter che la «riforma dei media non dovrebbe fermarsi alle apparenze, al velo. Dovrebbe invece cambiare la tradizione di fare dei media di Stato il megafono del potere». Ed è infatti questa l’accusa più grave che ora si sta levando dagli ambienti intellettuali e «rivoluzionari» d’Egitto. A inizio agosto, oltre 50 direttori di testate tv, radio e stampa controllate dal governo sono stati rimossi. In genere rimasti fedeli al vecchio regime e ostili al nuovo ordine, sono stati sostituiti da uomini in gran parte vicini alla Fratellanza e al presidente. Vero è che lo spoil system è diffuso nel mondo ma molti hanno visto in questa mossa un riproporsi dei metodi di Mubarak. A questo cambio della guardia si sono poi aggiunti i processi in corso contro due giornalisti. Il populista e arcinemico dei gruppi islamici Tawfiq Okasha, che dal suo canale Al Faraeen (i faraoni) ha minacciato di uccidere Morsi, «leader illegittimo e bugiardo». E Islam Afifi, direttore del settimanale Al Dustur, anche lui accusato di «insulti al presidente» e «disseminazione dell’odio». I processi (con chiusura delle due testate) hanno suscitato allarme in Egitto, dove anche chi non ama Okasha sospetta che il suo avvocato abbia qualche ragione: «Il regime non è cambiato — ha dichiarato il legale — solo che ora i suoi uomini hanno la barba». E pure all’estero la cosa non è piaciuta: per il Dipartimento di Stato Usa, ad esempio, «i processi vanno contro lo spirito della rivoluzione». Ma il Nuovo Egitto non va abbandonato, comunque. Proprio ieri il New York Times rivelava che l’amministrazione Obama è «vicina» a concedere al Cairo la cancellazione di debiti per un miliardo di dollari, come «parte di un pacchetto internazionale di sostegno al Paese per aiutarne la transizione verso la democrazia» a cui si dovrebbe finalmente aggiungere un prestito di 4,8 miliardi di dollari da parte del Fmi, appoggiato dalla Casa Bianca. Il nuovo attivismo di Washington sarebbe stato motivato dalla recente visita di Morsi in Cina e dal conseguente timore degli Usa di perdere un alleato privilegiato in Medio Oriente. Questioni ben più pressanti, per la diplomazia americana e non solo, di veli o processi a giornalisti. Cecilia Zecchinelli