Mario Baudino, la Stampa 3/9/2012, 3 settembre 2012
TRIESTE, DUE GAMBE IN UN PAGLIAIO
Uno dei pezzi pregiati sono le gambe, ma non mancano certe araldiche «E» svolazzanti, proprio quelle di Italo Svevo. Perché l’Archivio degli scrittori e delle culture regionali dell’Università di Trieste non è solo una ricca biblioteca - del Dipartimento di Studi umanistici -: è anche il risultato di una lunga caccia a libri e documenti che si credevano scomparsi della cultura triestina e in generale mitteleuropea. Molto è andato perduto, nel fuoco dei bombardamenti e negli anni feroci dopo il ’45. Ma la città martoriata ha restituito ai cacciatori di libri più forse di quanto non sperassero: e non solo l’immagine originale delle gambe che ispirarono una celeberrima poesia di Montale ( Dora Markus , nei Mottetti ), ma la loro vera storia.
Una precisazione, intanto: le gambe dovrebbero essere appartenute a Dora Markus, giovane ebrea austriaca, ma non vi è una certezza assoluta. Si sa invece con abbondanza di documenti che l’immagine fu spedita a Eugenio Montale da Bobi Bazlen, il grande e bizzarro intellettuale triestino grazie al cui fiuto è nata una parte cospicua del primo catalogo Einaudi e sarebbe poi sorta l’Adelphi. Dopo una visita in casa degli amici Tolazzi, una famiglia intellettuale della buona borghesia triestina, mandò infatti (la data è il 25 settembre 1928) la fotografia al poeta, imponendogli di scrivere una poesia: «Loro ospite, un’amica di Gerti, con delle gambe meravigliose. Falle una poesia. Si chiama Dora Markus».
Montale accettò la sfida, e inserì quel nome che sapeva di lontano nel suo canzoniere sentimentale (vedere la splendida lettura che ne dà Giorgio Ficara in Montale sentimentale , uscito da poco per Marsilio) insieme con le altre mitiche figure femminili e la stessa fotografa, protagonista di una poesia, il Carnevale di Gerti . Ma chi era veramente Gerti? Nata a Graz nel 1902, visse a Trieste dal 1925 all’89. Quando il suo archivio è stato acquisito dall’Università grazie all’erede Maria Cecconi, si è spalancato un mondo semi-dimenticato. Gertrude Frankl Tolazzi era stata una fotografa d’arte e di viaggi, giovanissima operatrice cinematografica accanto a Fritz Lang (nel film Masquerade ). Aveva partecipato a mostre importanti. E soprattutto era stata al centro della vita culturale, tra Svevo e Bazlen.
In una lettera del ’28 l’intellettuale triestino le racconta ad esempio, raccomandandole il silenzio, le vicissitudini legate alla pubblicazione della Coscienza di Zeno in tedesco: e proprio nell’anno di Dora Markus, la donna-miraggio. Destinata e restare per sempre tale? Una studiosa triestina, Waltraud Fisher, dopo aver esaminato a fondo l’archivio ha concluso (in un saggio sul catalogo della mostra «Il viaggio di Gerti») che resta comunque impossibile dare una risposta certa alla domanda «se le gambe della fotografia famosa fossero veramente quelle di Dora Markus, o quelle di Gerti o di un’altra donna». Ma se Montale non vide mai altro, qualcosa di più resta a noi posteri. La sua vera identità stava - e sta - nell’Archivio triestino: Dora, e cioè Dorothea, era nata a Vienna da una famiglia ebraica, nel 1900, e sfuggì all’Olocausto emigrando a Londra nel ’38, poi in America. Sono rimaste alcune lettere, scritte a Gerti da Chicago. In una chiede notizie di Bazlen. Montale invece non lo nomina mai. Forse non ha mai saputo nulla della poesia che l’ha resa immortale.
Il caso non è certo l’unico, anche se è forse il più celebre mistero risolto dai «cacciatori» di Trieste. L’Archivio è molto ricco e il direttore, l’italianista Elvio Guagnini, ne è giustamente orgoglioso. In questi giorni ha appena concluso il trasloco in una sede più appropriata, nel Dipartimento di Studi umanistici di via Economo 12, più adatta per la consultazione e la conservazione. E i suoi tesori, ai traslochi, sono del resto abituati: anzi, sembra che libri e documenti a Trieste non facciano altro, quasi volessero talvolta far perdere le loro tracce. È accaduto soprattutto a quelli di Italo Svevo, che assurgono quasi a simbolo di questa resistenza attraverso la fuga.
Com’è noto, la biblioteca dello scrittore andò perduta nel bombardamento che distrusse Villa Veneziani, dove Svevo aveva abitato e dove vivevano i suoi discendenti. Una perdita gravissima, ma gli studiosi triestini non si sono mai scoraggiati. Ricostruire quella biblioteca era diventata quasi un’ossessione, tanto che il direttore del Museo sveviano, Riccardo Cepach era persino riuscito, scansionando una vecchia fotografia, a scoprire negli scaffali l’enciclopedia Larousse, per rintracciare poi nella Coscienza di Zeno vari riferimenti all’opera.
Una parte dei libri di Svevo erano stati messi in salvo da Antonio Fonda Savio, intellettuale e politico triestino. Alcuni, una quarantina, furono ritrovati facilmente e donati al Museo sveviano. Ma tutti gli altri, dov’erano finiti? Quando l’intera biblioteca di Fonda Savio (3500 fra libri e opuscoli) fu consegnata al Dipartimento di Italianistica dell’Università, cominciarono i sondaggi. Era come cercare un ago in un pagliaio, ma alla fine uno studioso bibliofilo, Simone Volpato, trovò il filo d’Arianna. A poco, emersero le «E» o anche gli «Ettore» (Schmitz) disegnati qua e là su alcuni volumi, in tutto settanta. E anche annotazioni di lettura, come due frasi sottolineate su un’edizione tedesca del 1909, stampata in caratteri gotici, dell’ Aut-aut di Sören Kierkegaard. Una dice: «Non bisogna essere enigmatici solo per gli altri, ma anche per se stessi. Io studio me stesso; quando ne sono stanco, come diversivo mi metto a fumare un sigaro». L’altra: «Mi manca insomma la pazienza di vivere».