Luigi Grassia, la Stampa 3/9/2012, 3 settembre 2012
LE RISERVE D’ORO VALGONO 100 MILIARDI “UN’ARMA DA USARE CONTRO LA CRISI”
Per uscire dalla crisi economica l’Italia dovrà tagliare il debito e far ripartire la crescita. Ma per tutte e due le cose servono risorse fresche. Dove trovarle? La caccia è aperta: si pensa alla patrimoniale, che però sarebbe una mega-tassa che stroncherebbe l’economia; e si pensa a privatizzare di tutto, dagli immobili alle municipalizzate, passando per l’Eni e l’Enel che sono le nostra galline dalle uova d’oro. Oro metaforico. Nessuno invece parla di vendere l’oro vero, quello di proprietà della Banca d’Italia. Nei giorni scorsi il prof. Alberto Quadrio Curzio ha provato a rompere il tabù e di usare la riserva aurea italiana per garantire l’emissione di titoli, destinati a finanziare anche l’investimento in infrastrutture. È fattibile?
L’oro in cassaforte è tanto. Solo nel 2011 la rivalutazione delle riserve auree della Banca d’Italia ha fruttato una plusvalenza di 13 miliardi di euro (quasi due terzi del gettito previsto quest’anno per l’Imu). Ma il boom delle quotazioni dell’oro va avanti da molti anni e ormai le nostre riserve valgono 100 miliardi di euro. «Se solo se ne vincolasse allo scopo un 30%, si avrebbe una disponibilità di ben 30 miliardi» dice Quadrio Curzio. Il professore è ben consapevole che si tratterebbe di una mossa complessa sul piano normativo, ma in questo momento in cui si temono i default e studiano mosse non convenzionali di ogni genere, “bazooka” della Bce eccetera, si potrebbero almeno valutare i pro e i contro.
Un parere contro viene da Massimo Siano, che a Londra è responsabile per l’Italia di Etf Securities (commercio di oro e materie prime): «Bisogna conservare le riserve auree come super-assicurazione per i periodi in cui la moneta non vale più niente. Cioè per il caso di guerra o di fallimento dello Stato». E invece per prevenirlo, questo dafault, no? Siano pensa di no: «Oltretutto l’oro è destinato a rivalutarsi ancora, e venderlo sarebbe comunque un cattivo affare». Ma parlarne non dev’essere tabù.