Enrico Sisti, la Repubblica 3/9/2012, 3 settembre 2012
L’ULTIMA VOLÉE
DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK
Parola di John McEnroe: «Se avessi avuto io l’energia mentale di Federer non avrei mai smesso». L’avrebbe fregato quella rabbia accumulata che «il corpo a un certo punto non riesce più a smaltire». Non tanto le condizioni fisiche in assoluto, quanto la sopraggiunta incapacità di trasformare in energia il carattere.
Mac ha fatto luce su quella specie di barriera corallina del tennis che separa il mondo dei giovani dal mondo degli stanchi di tutto: i trent’anni. C’è chi intraprende la sua personale guerra dei trent’anni, si mette in mano a un chirurgo e prova a sconfessare le leggi della natura: prima di attaccare la racchetta al chiodo, Guga Kuerten le provò tutte. A 25 anni i primi scricchiolii, a 32 dovette arrendersi. Non fece alcuna resistenza Marat
Safin: aveva 29 anni quando giocò e perse la sua ultima partita a Bercy contro Del Potro, che al momento dei saluti era decisamente più emozionato di lui.
Non tutti sono Connors, che oggi compie 60 anni, o Rosewall. Il richiamo della foresta dell’agonismo è forte.
Eppure si spegne nel momento esatto in cui la concentrazione, la voglia di visibilità, il sogno
di un arricchimen-to
relativamente facile (almeno per i top players), le aspettative, lo stress degli spostamenti e gli acciacchi inviano
coalizzati al cervello un segnale diametralmente opposto: «Non mi sono mai pentito di aver lasciato in quel momento », ricorda Pete Sampras. Teneva famiglia, soldi.
Non aveva più voglia di allenarsi. Vinse gli Us Open del 2002 e già sapeva che avrebbe chiuso lì, concedendosi il lusso di annunciare il
call it quits
all’inizio dell’edizione successiva:
«Quando inizi presto succede che dopo 15 anni di carriera un tennista approda ai 29/30 anni come se avesse solcato i sette mari con una zattera, stremato, stufo di tutto quel ballare e profondamente, intimamente contento di essere ancora vivo». Sampras come McEnroe (che sabato ha definito Pete «il Joe Di Maggio del tennis»): «In
quel momento i successi non contano più niente. Vuoi solo ascoltare il tuo corpo. Che dice: fatti una risata, fai un colpo di telefono
a tua moglie se ce l’hai e lascia perdere. Io non ero più in grado di assicurare, prima di tutto
a me stesso, certi ritmi».
Senza garanzie fisiche, la testa stacca. Esattamente com’è successo a Roddick: «A queste velocità, non solo in campo, non mi
va più». E senza ironia e leggerezza non sarebbe più Roddick. Aveva appena perso 16-14 il quinto set della finale di Wimbledon nel
2009 contro Federer: «Cosa provo? Provo che farei meglio ad andarmi a fare un paio di birre. Spero che almeno al bar Roger non venga a darmi fastidio». Una volta disse: «Ho migliorato questo benedetto rovescio, prima non riuscivo a centrare l’oceano». I trent’anni (appena compiuti) di Roddick sono l’opposto di quelli del suo amico Mardy Fish, col
quale giocava a basket da ragazzino nel college di Boca Raton, in Florida. A trent’anni e con una recentissima operazione al cuore, Fish sta giocando il suo miglior tennis. A trent’anni Roddick dice basta. Si smette presto per raggiunti limiti di sopportazione di tutto ciò che circonda l’evento in sé (Agassi) o per debolezza emotiva (Safina, Dementieva): «Adesso inizia la mia prossima vita», ha spiegato Kim Clijsters, sabato al suo ultimo atto in doppio misto. Nel 2007 non le era bastata la maternità per prendere una decisione così importante: aspettò un po’ e riprese a giocare. Si smette perché va male la vita privata, perché non è sempre vero (Henin) che le fortune sportive nascondono le incertezze personali, provocate da ambienti guasti. Oppure si smette perché i dolori diventano permanenti e insopportabili (ricordate Guillermo Coria?), e ci si rende conto di non poter più essere così competitivi per 25 tornei all’anno. Nadal ieri ha ricevuto una pacca sulla spalla da Federer: «Sarebbe triste se dovesse rinunciare al resto della stagione per il suo problema al ginocchio (
la sindrome di Hoffa,
ndr)». Ma da anni Rafa si alza dal letto e cammina come un robot. Si sveglia e non c’è una sola articolazione che non gli spedisca il solito sms allarmato: «Guarda che non ce la faccio più...!». Quanto durerà? Prima esiste l’età dell’innocenza, spensierata e forte: tutto è semplice, non c’è problema se devi stare due ore in più in attesa che finisca la partita degli altri o
perché piove, non c’è problema a recuperare quattro ore di partita. Non c’è problema e basta. Poi tutto cambia. Il successo esalta, il successo deprime. È un attimo, le opinioni si trasformano. Sei felice di mollare perché dopo quella spaccata hai faticato a rialzarti: «Credo che le partite degli uomini dovrebbero essere tutte ridotte al meglio dei tre set». Lo ha detto Nikolay Davydenko, 31 anni. Un altro corpo che forse ha capito.