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 2012  agosto 31 Venerdì calendario

LA BOLLA DEI SUBPRIME ALLA FINE ESPLODE. E ARRIVA LA RESA DEI CONTI

Una fotografia che ha fatto la storia è quella dei dipendenti londinesi di Lehman Brothers colti dall’obiettivo mentre lasciavano per sempre i loro uffici trasportando scatoloni pieni di documenti. Era il 15 settembre 2008 e la banca aveva appena chiuso i battenti sommersa dalle perdite accumulate sui subprime, i crediti spazzatura che non avevano più alcuna possibilità di essere riscossi. Chi semina vento raccoglie tempesta, verrebbe da dire citando un vecchio proverbio. Solo che per molti anni il vento dei subprime e dei titoli fraudolentemente costruiti sulle loro basi aveva gonfiato a dismisura i profitti delle banche e i guadagni dei loro manager.
La resa dei conti, prima o poi, doveva arrivare. Quando giunse, inesorabile, il governo americano sperò che fosse possibile circoscrivere il bubbone lasciando fallire la storica banca che contava più di un secolo e mezzo di vita. Purtroppo il virus che aveva colpito Lehman Brothers non era isolato e il Tesoro statunitense fu costretto a correre ai ripari per evitare il collasso del sistema bancario, cosa che avrebbe innescato una crisi da far impallidire quella del 1929. La bolla dei subprime, che aveva coinvolto, direttamente o indirettamente, le banche più importanti del mondo, era solo l’ultimo degli scandali finanziari scoppiati nell’ultimo decennio.

L’Europa che rischia. Nel 1998 la Long-Term Capital Management (Ltcm) che annoverava fra i suoi soci due premi Nobel per l’economia, Myron Scholes e Robert Merton, andò incontro a un autentico disastro. I due economisti avevano elaborato un modello che, secondo l’Economist, aveva trasformato «la gestione del rischio da gioco di indovinelli a vera e propria scienza». Mai giudizio fu più azzardato: la Rolls-Royce degli hedge fund, come veniva chiamata, accumulò perdite stratosferiche e fu salvata in extremis da un pool di banche d’affari messo insieme frettolosamente dalla Federal Reserve Bank di New York. A ruota seguirono il tracollo di Enron (il più grosso fallimento della storia americana, come venne definito al momento del collasso), la fine ingloriosa di Fannie Mae, Freddie Mac e Aig.
A nulla erano serviti questi fragorosi avvertimenti. Per qualche tempo si pensò che la crisi dei subprime potesse essere circoscritta agli Stati Uniti dove erano stati commessi i peggiori misfatti. Una speranza vana. Le sue conseguenze non tardarono a ripercuotersi sull’Europa, le cui banche avevano acquistato a man salva prodotti tossici e derivati così complessi di cui neppure tutti gli operatori più esperti erano in grado di capire la natura e la funzione. Nella società globale le crisi finanziarie si diffondono più rapidamente che in passato e la speculazione aggredisce con fulmineità i punti più fragili che nell’eurozona erano rappresentati, oltre che dalle banche, dai debiti sovrani. Per non fallire Irlanda, Portogallo e Grecia hanno dovuto ricorrere agli aiuti del Fondo Monetario Internazionale e dei fondi di sostegno europei; la Spagna ha un piede nell’abisso e l’Italia viaggia sul filo del rasoio. Per l’eurozona, come è stato giustamente rilevato, non si tratta di una crisi finanziaria, bensì di una crisi politica dovuta all’assenza di un governo responsabile della politica monetaria e della fiscalità. Ma si sa che quando ci sono di mezzo ingenti guadagni la speculazione non fa troppe distinzioni.
La crisi iniziata fra il 2006 e il 2008 ha connotati parzialmente diversi da quelle del passato. Il debito pubblico non aveva mai raggiunto i livelli odierni; la leva finanziaria non aveva mai toccato picchi così elevati; il mondo della finanza non aveva mai mostrato una fantasia così sfrenata, capace di aggirare ogni regola, anche se bisogna riconoscere che ben poco è stato fatto per porre rigidi paletti alle scorribande degli speculatori. Ma non era mai neppure accaduto che il mercato si trasformasse in una ideologia così invasiva da essere considerato dalla stragrande maggioranza un principio intangibile. Le presunte ascendenze liberali (presunte perché basta leggere Adam Smith per convincersi che non è così) hanno conferito una patina di nobiltà a dottrine nelle quali il confine fra anarchia e liberalismo è sempre più difficile da rintracciare.
Al riparo di questa martellante propaganda – come chiamarla altrimenti? – anche la speculazione ha acquistato un volto rispettabile. Come hanno scritto Walter Werner e Steven Smith nella loro storia di Wall Street, «ora nessuna riprovazione macchiava le attività di coloro che andavano a caccia delle azioni che avrebbero avuto la crescita più sostanziosa nel tempo più breve, precisamente ciò per cui i vecchi speculatori sono stati condannati. La speculazione è diventata adulta; può accomodarsi a suo agio accanto all’investimento ed è legittima e necessaria come gli stessi mercati dei titoli».

Storie di speculatori. La speculazione non è il male assoluto. Gli economisti ricordano che gli speculatori alimentano, con le loro avventate iniziative, i mercati azionari nei Paesi in via di sviluppo e si inoltrano in terreni rischiosi dai quali gli imprenditori più prudenti si tengono lontani. C’è un grano di verità in queste affermazioni come c’era nel progetto di John Law per risanare le finanze francesi all’inizio del Settecento. Il fatto è che imboccando questa strada, avendo di mira solo la finanza, si sconfina facilmente in un terreno dal quale le regole dell’economia e dell’etica sono bandite.
Nel 1996 Alan Greenspan si domandava: «Come facciamo a sapere quando l’esuberanza irrazionale ha fatto salire senza ragione i valori dei titoli?». Solo la storia ce lo può dire. Ma, come abbiamo visto nel nostro percorso, le lezioni della storia sono cadute quasi sempre nel vuoto. Eppure la storia è il solo laboratorio dal quale possiamo trarre qualche insegnamento. Che non abbia ragione Robert Schiller quando ci ammonisce che la finanza è un’architettura complessa della quale non possiamo fare a meno e che serve, fra l’altro, a contenere gli istinti primordiali degli uomini anche se spesso li esaspera? Una domanda che sconfina dal terreno intricato della finanza e chiama in causa la natura umana.